pp. 118-124.
L'insuccesso accademico e la feroce contrapposizione all'hegelismo
Il fallimento, tuttavia, non scalfì le profonde convinzioni del filosofo, il quale giustificava l'insuccesso attraverso un palese disprezzo per il pubblico accademico e per l'establishment filosofico del suo tempo. Schopenhauer nutriva la profonda certezza di essere vittima di una congiura del silenzio orchestrata da quello che considerava un mondo di inetti, sostenendo di non aver "scritto per gli imbecilli" e definendo la propria dottrina "l'unica stella polare verso cui... sempre volge diritto il suo timone". L'astio nei confronti dell'Idealismo era feroce e si esprimeva con toni denigratori: la dottrina di Hegel veniva etichettata come "mera ciarlataneria" e il suo pensiero una "buffonata filosofica" elaborata da una "mente ottusa" o da una "testa di legno". Analogamente, l'idealismo di Fichte e Schelling veniva liquidato come "la tronfia vacuità". Questo isolamento aveva già colpito la sua produzione editoriale: nel 1814 aveva pubblicato la tesi di laurea, e nel 1818 aveva portato a termine il suo assoluto capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, un'opera che tuttavia rimase invenduta e le cui copie finirono inesorabilmente al macero.
Il fondamento teoretico dell'incompatibilità con l'Idealismo
Il sistema complesso e coerente di Hegel rispondeva perfettamente alle esigenze di ottimismo e rassicurazione della prima metà dell'Ottocento; la sensibilità esistenziale di Schopenhauer, foriera di un radicale pessimismo, risultava perciò incomprensibile e inaccettabile nell'apice dell'ubriacatura idealistica dell'epoca.
Il riconoscimento postumo e la miseria della condizione umana
Il capovolgimento delle sorti del pensiero schopenhaueriano si verificò solamente nella seconda metà dell'Ottocento, periodo in cui il clima culturale europeo si dimostrò finalmente recettivo verso le sue tematiche. La sua dottrina divenne un punto di riferimento ineludibile, esercitando un'influenza capitale su due giganti della cultura tedesca successiva: Friedrich Nietzsche e Richard Wagner. Consapevole del proprio valore incompreso, Schopenhauer commentò l'arrivo della fama tardiva con un celebre aforisma: "Il Nilo è giunto al Cairo", preconizzando, a pochi anni dalla morte, che "L'umanità ha appreso da me alcune cose che non dimenticherà mai".
L'eredità fondamentale del suo pensiero risiede nell'aver ricollocato al centro del dibattito, in maniera affine a quanto fatto in passato da Pascal, la miseria dell'esistenza umana, intesa come ineluttabile tragedia. Questa prospettiva inaugurò un orizzonte di riflessione inedito, capace di permeare non solo lo sviluppo della filosofia, ma di influenzare in modo indelebile l'intera produzione letteraria e artistica occidentale.
Le radici biografiche, psicologiche e letterarie della misoginia
Un tratto distintivo e controverso della personalità e del pensiero di Schopenhauer è l'ostentata e viscerale misoginia, teorizzata organicamente in scritti come il saggio L'arte di trattare le donne (o all'interno dei discorsi sulle donne nei Parerga e paralipomena). La svalutazione dell'universo femminile viene articolata su presunte basi ontologiche e biologiche: le donne vengono descritte come esseri "infantili, sciocche e miopi", destinate dalla natura a rimanere "grandi bambine tutta la vita". Conseguentemente, il loro unico ruolo sensato è quello di balie e maestre nella prima infanzia. Inoltre, Schopenhauer teorizza che la natura, non avendo dotato le donne di armi fisiche per la difesa (come zanne o artigli per gli animali), le abbia fornite dell'arte intrinseca di fingere, rendendo la dissimulazione una caratteristica ineliminabile del sesso femminile.
Questa catena di frustrazioni si sublimò in aforismi caustici sull'istituzione matrimoniale, definita come "il doppio dei doveri rispetto ai diritti" e come il "fare tutto il possibile per diventare oggetto di disgusto per l'altro". Il filosofo trascorse l'ultima fase della sua vita in uno scontroso celibato, accompagnato unicamente da una successione di barboncini chiamati tutti Atma (termine della filosofia indù per "anima del mondo") e soprannominati Butz. Nonostante l'apparente chiusura, nel suo testamento lasciò una considerevole somma (5000 talleri) all'antico amore Caroline Richter, oltre a disposizioni per il mantenimento del proprio cane.
Le origini familiari e gli anni di formazione
Arthur Schopenhauer nacque a Danzica il 22 febbraio 1788 in una delle più facoltose famiglie mercantili della città. L'humus familiare era dicotomico: il padre, Heinrich Floris, era un commerciante cosmopolita di spirito repubblicano e illuminista; la madre, Johanna Henriette Trosiener, di vent'anni più giovane del consorte, possedeva un temperamento artistico-letterario che la renderà animatrice di uno dei più noti salotti culturali del tempo.
Nel 1793, a seguito dell'occupazione prussiana di Danzica, la famiglia si trasferì ad Amburgo. La formazione del giovane Arthur fu fin da subito improntata al cosmopolitismo: nel 1797 il padre lo inviò a Le Havre, in Francia, affidandolo per due anni a un collega d'affari, esperienza che gli permise di apprendere perfettamente la lingua francese. Negli anni successivi, Schopenhauer intraprese lunghi viaggi attraverso Europa, toccando Olanda, Inghilterra, Francia, Svizzera, Austria e Prussia. Questi "anni di viaggi", minuziosamente registrati nei suoi diari, furono determinanti per la sua maturazione intellettuale, inducendolo a profonde riflessioni sulla volatilità e sulla precarietà dell'esistenza umana.
Il trauma del 1805 e la conversione filosofica
Il 1805 segnò uno spartiacque drammatico nella biografia del pensatore. Rientrato ad Amburgo, fu costretto dal padre a intraprendere un apprendistato commerciale, frustrando la sua vocazione per gli studi liceali. Nello stesso anno, il corpo del padre Heinrich Floris venne rinvenuto senza vita davanti alla propria abitazione. Le circostanze puntavano inequivocabilmente a un suicidio (un probabile lancio dal tetto del magazzino), verosimilmente scaturito da dissesti finanziari e dai crescenti dissapori coniugali.
La vedova Johanna liquidò rapidamente l'azienda, incassò l'eredità e si trasferì a Weimar, in quel momento epicentro del romanticismo tedesco. La sua dimora, situata alle spalle del Theaterplatz, divenne il crocevia intellettuale dei massimi esponenti della letteratura germanica, da Wieland ai fratelli Grimm, da Schlegel a Goethe. Nel frattempo, liberato dall'obbligo commerciale dalla scomparsa paterna, Arthur si dedicò con urgenza vorace allo studio del greco, del latino, delle discipline scientifiche, per poi approdare alla vera vocazione: la filosofia. Dal 1809 al 1811 studiò medicina a Gottinga, per poi concentrarsi unicamente sul pensiero filosofico, eleggendo come propri maestri ideali Platone e Kant.
Gli studi accademici, il rapporto con Goethe e l'allontanamento dalla madre
Attirato dalla vasta fama di Fichte, Schopenhauer si trasferì a Berlino nel 1811. L'ammirazione iniziale per il filosofo idealista mutò tuttavia rapidamente in aperto disprezzo, bollando il suo insegnamento come incomprensibile e canzonatorio.
Nel 1813 portò a compimento la propria dissertazione di dottorato, intitolata Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente. L'opera, pur stampata in sole cinquecento copie, ebbe il merito cruciale di attirare l'attenzione di Goethe, frequentatore del salotto materno. Goethe, cogliendo la genialità del giovane, lo coinvolse in approfondite discussioni sulla propria teoria dei colori. Ne scaturì una reciproca stima intellettuale che tuttavia non impedì a Schopenhauer di elaborare una visione indipendente, pubblicando nel 1816 il saggio La vista e i colori, in aperta divergenza rispetto alle tesi del grande poeta.
Parallelamente a queste prime affermazioni intellettuali, si consumò la rottura definitiva con la madre Johanna. Accusata dal figlio di condurre un'esistenza frivola e mondana, la madre rispose rinfacciandogli la sua saccenteria e insopportabilità ("nessuno vuole essere illuminato in modo così violento... sei straseccante e insopportabile"). Nel 1814 le loro strade si divisero definitivamente e non si incontrarono mai più.
La stesura de "Il mondo" e l'integrazione del pensiero orientale
Trasferitosi a Dresda nel 1814, Schopenhauer si dedicò per i successivi quattro anni alla complessa architettura del suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione (terminato nel 1818 e dato alle stampe nel 1819). Quest'opera monumentale, che l'autore continuerà ad ampliare con edizioni arricchite e supplementi per tutta la vita, rappresenta la sintesi del suo impianto teoretico.
Accanto all'influsso strutturale di Platone (per la dottrina delle idee) e di Kant (per la distinzione tra fenomeno e noumeno), il pensiero di Schopenhauer risulta profondamente e innovativamente fecondato dalla scoperta delle filosofie orientali. Tale avvicinamento si realizzò grazie allo studio delle Upanishad (l'insieme dei dialoghi esoterici, composti tra il IX sec. a.C. e il XVI sec. d.C., che commentano e costituiscono l'essenza dei Veda, i testi sacri fondanti dell'induismo) e degli insegnamenti del Buddha. In questa sapienza antica, Schopenhauer rintracciò un pessimismo metafisico che confermava e strutturava le proprie intuizioni, offrendo un perfetto contrappeso speculativo al facile ottimismo propugnato dall'idealismo europeo ottocentesco.
L'esilio volontario e la maturità a Francoforte
Gli anni Venti dell'Ottocento, segnati dalle accanite dispute contro l'egemonia accademica hegeliana a Berlino, coincisero con un periodo di intensi vagabondaggi europei. Importanti furono i viaggi in Italia (effettuati nel 1819 e nel 1822, toccando Venezia, Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli). Particolarmente significativo fu il soggiorno a Firenze, dove, oltre a dedicarsi a conquiste sentimentali, perfezionò a tal punto la lingua italiana da proporsi come traduttore delle opere di Giordano Bruno, filosofo che, assieme a Hume e Spinoza, esercitò su di lui un profondo fascino.
La parentesi berlinese si chiuse in maniera provvidenziale nel 1831, quando Schopenhauer abbandonò precipitosamente la capitale prussiana per sfuggire all'epidemia di colera che imperversava e che avrebbe causato la morte del suo grande rivale Hegel. Si stabilì definitivamente a Francoforte sul Meno, dove trascorse in isolamento volontario gli ultimi ventinove anni della propria esistenza.
Le opere della maturità e il trionfo finale
La vita a Francoforte scorse esente da preoccupazioni di natura economica, garantita da un vitalizio derivante dalla liquidazione delle quote della ditta di famiglia, salvata dal fallimento grazie alle preziose competenze commerciali acquisite dal filosofo in gioventù. In questa fase matura, la sua produzione saggistica proseguì inesorabile:
- Nel 1836 diede alle stampe il saggio Sulla volontà nella natura.
- Nel 1841 fu la volta de I due problemi fondamentali dell'etica.
- Tra il 1843 e il 1844 curò l'imponente pubblicazione dei Supplementi al Mondo come volontà e rappresentazione.
Il tanto agognato riconoscimento intellettuale e la fama giunsero infine nel 1851, con la pubblicazione della raccolta di scritti dal titolo Parerga e paralipomena (letteralmente: Argomenti tralasciati e argomenti aggiunti). Quest'opera divulgativa e brillante trasformò la sua filosofia in una vera e propria moda culturale europea. Il rinnovato interesse per il suo pensiero trascinò con sé anche l'opera principale: Il mondo come volontà e rappresentazione, ignorato per decenni, conobbe una prestigiosa terza ristampa nel 1859, arricchita di ulteriori integrazioni. Questo riscatto sancì l'ingresso definitivo di Arthur Schopenhauer nel pantheon della filosofia mondiale, traguardo raggiunto appena un anno prima della sua scomparsa, avvenuta a Francoforte nel 1860.
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