pp. 14-23.
1.1 Prima dell'antropologia
La Société des Observateurs de l'Homme si innesta su un terreno in cui la letteratura sui «selvaggi» possedeva già dimensioni considerevoli, dominata principalmente da resoconti di missionari, esploratori, mercanti e soldati. Questa tradizione della letteratura esotica e di viaggio, tuttavia, non rispondeva a un progetto scientifico, essendo permeata da moralismo, pregiudizio, esotismo e dal gusto per il meraviglioso.
Parallelamente alla letteratura di viaggio, si sviluppa una tradizione polemica e ideologica che vede in filosofi come Michel de Montaigne (1533-1592) e Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) i suoi massimi esponenti. In questa prospettiva, lo sguardo sul «selvaggio» è subordinato alla critica dei valori della società contemporanea, fungendo da strumento per la battaglia antischiavista o per la critica dell'assolutismo monarchico. Figure come gli indiani del Candide di Voltaire o il «nobile e virtuoso selvaggio» di Rousseau assumono il ruolo di personaggi metaforici, specchi attraverso cui giudicare l'Europa. Lo stile di vita dei popoli extra-europei non costituisce un oggetto di studio specifico e disciplinare (un soggetto sociale diverso e autonomo), ma resta un parametro di confronto ideologico, lasciando il discorso sull'alterità subordinato a quello sull'uomo «civilizzato».
1.2 Il progetto di una scienza nuova: la Société des Observateurs de l'Homme
La Société, composta da filosofi, naturalisti, medici, linguisti e viaggiatori, si prefigge di osservare l'umanità nella sua variabilità fisica, linguistica, geografica e sociale. Il metodo d'indagine si fonda sul confronto con la differenza, trasformando la diversità in un nuovo oggetto di studio. La scienza dell'uomo viene così concepita come un ampliamento dell'orizzonte conoscitivo, necessaria per edificare una società a misura del cittadino repubblicano, giustificando la raccolta sistematica di dati, l'allestimento di musei etnografici e l'insegnamento.
1.3 Progresso o degenerazione dell'Uomo?
Il progetto della Société ha vita breve: viene sciolta nel 1805 da Napoleone, il quale subordina la scienza alle esigenze di uno Stato burocratico e militarista, disprezzando gli studiosi tardo-illuministi definendoli idéologues (ideologi). Con la chiusura della Société, l'etnologia intesa come studio e comprensione della differenza subisce un'eclisse che si protrarrà per buona parte del XIX secolo.
Il degenerazionismo si fonda sul creazionismo, accettando la cronologia biblica che fissa la creazione al 4004 a.C. Tuttavia, la nascita della critica storica della Bibbia alla fine del Settecento e l'emergere di nuove visioni naturalistiche portano a uno scontro aperto negli anni 1850 tra creazionismo ed evoluzionismo. La pubblicazione de L'Origine delle specie (1859) di Charles Robert Darwin (1809-1882) rivoluziona la storia naturale: contro la fissità delle specie, Darwin propone che ogni variazione sia il frutto di un lento processo di adattamento all'ambiente e di successo riproduttivo, escludendo l'intervento divino. Mentre l'evoluzionismo biologico incontra forti resistenze, l'idea di un'evoluzione sociale e culturale viene accettata più facilmente, in quanto offre un'ideologia autocelebrativa che giustifica l'espansione economica e coloniale dell'Europa e dell'Inghilterra nell'ambito del nascente evoluzionismo positivista.
1.4 Il quadro ideologico e teorico dominante
L'assetto politico stabilito dal Congresso di Vienna (1814-1815) garantisce stabilità all'Europa, favorendo uno sviluppo economico, industriale e scientifico senza precedenti. L'Ottocento si focalizza sulla comprensione delle trasformazioni generate dal capitalismo industriale, osservando la cumulatività visibile degli effetti materiali.
Per i primi antropologi, il progresso è un concetto sintetico che esprime le idee di cumulatività e continuità culturale. Lo sviluppo accelerato della società europea diviene la chiave di lettura della storia passata: si postula che la storia umana sia il risultato dell'azione di leggi sempre identiche che generano stadi di sviluppo di crescente complessità. I «primitivi» contemporanei vengono perciò collocati nello stadio più remoto dello sviluppo culturale all'interno di una scala generale.
1.5 Una nuova congiuntura scientifica: geologia, biologia, archeologia
Questo parallelismo si fonda sull'assunto di una sostanziale identità delle facoltà mentali umane: popoli diversi, a simili livelli di sviluppo, elaborano adattamenti materiali simili. Si stabilisce così una via unica di sviluppo dallo stato selvaggio alla civiltà organizzata in vari stadi evolutivi. In questa prospettiva logica, è possibile comparare reperti archeologici europei e dati etnografici contemporanei, accostando lo stile di vita dei preistorici delle palafitte svizzere o della valle della Somme a quello dei selvaggi ottocenteschi dell'Australia o del Borneo. In questo quadro teorico dell'evoluzionismo positivista emerge e acquista autorevolezza accademica l'antropologia come «scienza delle società primitive».
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