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venerdì 19 giugno 2026

Nascita dell'antropologia - U. Fabietti, Storia dell'antropologia (2020), cap. 1

 


pp. 14-23.


        
        Nell'autunno del 1799 viene fondata a Parigi la Société des Observateurs de l'Homme per iniziativa di Louis-François Jauffret (1770-1850), professore di scienze naturali che riunisce intellettuali e scienziati eredi dell'illuminismo e dello spirito dell'Encyclopédie. Il progetto programmatico di Jauffret mira a illuminare la storia primitiva paragonando costumi, abitudini, linguaggio e industria di diversi popoli, definendo per la prima volta lo «studio dell'uomo» sia come sapere empirico che come disciplina teorica. Questo costituisce il primo vero piano di ricerca per lo studio comparato delle società e delle culture.

1.1 Prima dell'antropologia

        La Société des Observateurs de l'Homme si innesta su un terreno in cui la letteratura sui «selvaggi» possedeva già dimensioni considerevoli, dominata principalmente da resoconti di missionari, esploratori, mercanti e soldati. Questa tradizione della letteratura esotica e di viaggio, tuttavia, non rispondeva a un progetto scientifico, essendo permeata da moralismo, pregiudizio, esotismo e dal gusto per il meraviglioso.

Eccezioni significative in questo panorama sono rappresentate da Jean de Léry, missionario protestante che nel 1578 pubblica un accurato resoconto sui Tupi del Brasile, e soprattutto dal gesuita francese Joseph-François Lafitau (1681-1746). Quest'ultimo pubblica nel 1724 l'opera Costumi dei selvaggi americani comparati con quelli dei tempi più antichi, frutto di anni di permanenza tra gli Uroni e gli Irochesi nordamericani. In quest'opera, che Michel de Certeau (1985) e altri indicano come l'inizio della nuova scienza dell'etnologia, Lafitau adotta un metodo comparativo per dimostrare la presenza universale dell'idea di un essere superiore, contrapponendosi ai sostenitori dell'ateismo naturale. Pur nascendo da una disputa religiosa, l'opera conduce di fatto uno studio sociologico comparando le istituzioni dei nativi americani con quelle dell'antichità classica, dimostrando che la costituzione di una disciplina dipende dall'emergere di problematiche nuove piuttosto che da eventi editoriali isolati.



        Parallelamente alla letteratura di viaggio, si sviluppa una tradizione polemica e ideologica che vede in filosofi come Michel de Montaigne (1533-1592) e Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) i suoi massimi esponenti. In questa prospettiva, lo sguardo sul «selvaggio» è subordinato alla critica dei valori della società contemporanea, fungendo da strumento per la battaglia antischiavista o per la critica dell'assolutismo monarchico. Figure come gli indiani del Candide di Voltaire o il «nobile e virtuoso selvaggio» di Rousseau assumono il ruolo di personaggi metaforici, specchi attraverso cui giudicare l'Europa. Lo stile di vita dei popoli extra-europei non costituisce un oggetto di studio specifico e disciplinare (un soggetto sociale diverso e autonomo), ma resta un parametro di confronto ideologico, lasciando il discorso sull'alterità subordinato a quello sull'uomo «civilizzato».

1.2 Il progetto di una scienza nuova: la Société des Observateurs de l'Homme

        
A partire dal 1792, anno di costituzione della Prima Repubblica francese, l'idea illuminista di ragione si trasforma in un elemento del potere. In questo clima, intellettuali come Pierre J.G. Cabanis (1757-1808) concepiscono la scienza come «servizio sociale», promuovendo ricerche istituzionali sulla vita sociale per studiare l'uomo come essere naturale e sociale dotato di ragione. Questo progetto si intreccia con l'espansione coloniale europea: la fondazione della Société segue di un anno la spedizione dell'Armée d'Orient di Napoleone in Egitto (1798), che mobilita centosessanta studiosi e produce la monumentale Description de l'Egypte. Tali eventi consolidano nell'Europa cristiana, bianca e tecnologicamente sviluppata un indiscutibile senso di superiorità.

        La Société, composta da filosofi, naturalisti, medici, linguisti e viaggiatori, si prefigge di osservare l'umanità nella sua variabilità fisica, linguistica, geografica e sociale. Il metodo d'indagine si fonda sul confronto con la differenza, trasformando la diversità in un nuovo oggetto di studio. La scienza dell'uomo viene così concepita come un ampliamento dell'orizzonte conoscitivo, necessaria per edificare una società a misura del cittadino repubblicano, giustificando la raccolta sistematica di dati, l'allestimento di musei etnografici e l'insegnamento.

L'emblema di questo nuovo approccio è un testo del 1800 scritto dal linguista Joseph-Marie de Gérando (1772-1842), intitolato Considerazioni sui metodi da seguire nell'osservazione dei popoli selvaggi. De Gérando teorizza la figura del «viaggiatore filosofo», il quale non si limita a viaggiare ma "pensa", risiedendo tra i selvaggi per periodi prolungati per compararne i costumi e correlare i dati in una teoria. La prospettiva teorica di base, di matrice illuminista, concepisce la storia dell'umanità come un'ascesa progressiva dagli stadi di selvatichezza e barbarie verso la civiltà.

1.3 Progresso o degenerazione dell'Uomo?

        Il progetto della Société ha vita breve: viene sciolta nel 1805 da Napoleone, il quale subordina la scienza alle esigenze di uno Stato burocratico e militarista, disprezzando gli studiosi tardo-illuministi definendoli idéologues (ideologi). Con la chiusura della Société, l'etnologia intesa come studio e comprensione della differenza subisce un'eclisse che si protrarrà per buona parte del XIX secolo.

        In questo periodo prevalgono, specialmente sul continente, le teorie della degenerazione del selvaggio, radicate nelle filosofie della restaurazione. Joseph de Maistre (1753-1821), nella sua opera Le serate di San Pietroburgo (1821), definisce la ragione illuminista un atto di superbia e nega l'esistenza del progresso umano. L'umanità non è progredita dalla barbarie alla civiltà; al contrario, il selvaggio rappresenta l'oggettivazione del peccato originale e la degradazione umana caduta dalla grazia divina.

      
 In Gran Bretagna, queste tesi degenerazioniste vengono sviluppate dal vescovo Richard Whately. Nelle sue Conferenze introduttive all'economia politica (1832) e nello scritto On the Origin of Civilization (1854), Whately attacca l'economista Adam Smith sostenendo che i selvaggi non possono progredire autonomamente senza l'intervento divino o l'aiuto di un'umanità già civilizzata. Gli intellettuali degenerazionisti (tra cui Cooke nel 1840 e Campbell nel 1869) argomentano che non esistono prove di passaggio autonomo dallo stato selvaggio alla civiltà e che i manufatti complessi (come il boomerang degli Aborigeni australiani) sono resti sbiaditi di una civiltà superiore, negando all'umanità la capacità di avanzare con le proprie forze.

        Il degenerazionismo si fonda sul creazionismo, accettando la cronologia biblica che fissa la creazione al 4004 a.C. Tuttavia, la nascita della critica storica della Bibbia alla fine del Settecento e l'emergere di nuove visioni naturalistiche portano a uno scontro aperto negli anni 1850 tra creazionismo ed evoluzionismo. La pubblicazione de L'Origine delle specie (1859) di Charles Robert Darwin (1809-1882) rivoluziona la storia naturale: contro la fissità delle specie, Darwin propone che ogni variazione sia il frutto di un lento processo di adattamento all'ambiente e di successo riproduttivo, escludendo l'intervento divino. Mentre l'evoluzionismo biologico incontra forti resistenze, l'idea di un'evoluzione sociale e culturale viene accettata più facilmente, in quanto offre un'ideologia autocelebrativa che giustifica l'espansione economica e coloniale dell'Europa e dell'Inghilterra nell'ambito del nascente evoluzionismo positivista.



1.4 Il quadro ideologico e teorico dominante

        L'assetto politico stabilito dal Congresso di Vienna (1814-1815) garantisce stabilità all'Europa, favorendo uno sviluppo economico, industriale e scientifico senza precedenti. L'Ottocento si focalizza sulla comprensione delle trasformazioni generate dal capitalismo industriale, osservando la cumulatività visibile degli effetti materiali.

        
        La società capitalistico-industriale di metà Ottocento viene interpretata attraverso il concetto di progresso. La scienza diventa lo strumento per assicurare la felicità umana, e la sociologia si afferma come stadio ultimo del sapere positivo, capace di comprendere e guidare la società, con esponenti di spicco come Auguste Comte (1798-1857) in Francia e Herbert Spencer (1820-1903) in Inghilterra.

        Per i primi antropologi, il progresso è un concetto sintetico che esprime le idee di cumulatività e continuità culturale. Lo sviluppo accelerato della società europea diviene la chiave di lettura della storia passata: si postula che la storia umana sia il risultato dell'azione di leggi sempre identiche che generano stadi di sviluppo di crescente complessità. I «primitivi» contemporanei vengono perciò collocati nello stadio più remoto dello sviluppo culturale all'interno di una scala generale.

1.5 Una nuova congiuntura scientifica: geologia, biologia, archeologia

        
Verso la metà del XIX secolo, in Gran Bretagna si verifica una rivoluzione scientifica grazie all'affermazione dell'uniformismo (o attualismo) in geologia, biologia e archeologia. Formulato dal geologo Charles Lyell (1797-1875) nei suoi Princìpi di geologia (1830), l'uniformismo ipotizza che i processi che trasformano attualmente la crosta terrestre siano identici a quelli operanti in passato, spiegando il paesaggio attuale come risultato dell'azione uniforme di cause uniformi. Questa teoria influenza direttamente Darwin e, successivamente, i primi antropologi, i quali adottano il principio uniformista per naturalizzare i processi di trasformazione sociale, sottraendo la storia dell'uomo al creazionismo per considerarla prodotto autonomo dell'attività umana.

        Contemporaneamente, l'archeologia preistorica fornisce nuovi strumenti interpretativi. Nel 1865, John Lubbock (Lord Avebury, 1834-1914) pubblica Prehistoric Times, introducendo la suddivisione dell'età della pietra in paleolitico e neolitico. L'opera diffonde l'idea di un parallelismo tra la vita degli abitanti primitivi dell'Europa e quella dei «selvaggi» contemporanei. I reperti archeologici cessano di essere semplici «testimonianze» e diventano misuratori di progresso, permettendo di valutare lo sviluppo tecnologico come criterio di intelligibilità della storia umana.

        Questo parallelismo si fonda sull'assunto di una sostanziale identità delle facoltà mentali umane: popoli diversi, a simili livelli di sviluppo, elaborano adattamenti materiali simili. Si stabilisce così una via unica di sviluppo dallo stato selvaggio alla civiltà organizzata in vari stadi evolutivi. In questa prospettiva logica, è possibile comparare reperti archeologici europei e dati etnografici contemporanei, accostando lo stile di vita dei preistorici delle palafitte svizzere o della valle della Somme a quello dei selvaggi ottocenteschi dell'Australia o del Borneo. In questo quadro teorico dell'evoluzionismo positivista emerge e acquista autorevolezza accademica l'antropologia come «scienza delle società primitive».

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