Clima profondo
Il 22 agosto 2014, a Lavarone (Trentino), il convegno L’Avez del Prinzep: com’era il clima 230 anni fa? ha celebrato l'Avez del Prinzep, l’abete bianco più imponente d’Italia (52,15 metri). Questo albero rappresenta un eccezionale archivio biologico: i suoi anelli di accrescimento sono una registrazione ininterrotta delle anomalie meteorologiche del passato. Minato da funghi parassiti, l'abete è crollato il 13 novembre 2017 durante una tempesta precedente e meno intensa di Vaia. Le analisi successive sui resti esposti nei musei hanno ricalcolato la sua età a circa 250 anni, fissando la sua nascita intorno al 1767, nel pieno della Piccola età glaciale. L'Avez dimostra come il clima sia l'elemento costitutivo fondamentale degli organismi viventi: la sua crescita, così come l'esistenza umana, è fisicamente plasmata dalle precipitazioni e dalle temperature. Tuttavia, a differenza degli alberi, gli esseri umani hanno una memoria meteorologica inaffidabile, soggettiva e di breve durata. Rispetto al «tempo profondo» terrestre descritto da Henry Gee (2006), la registrazione strumentale del clima copre appena tre secoli, integrabile con due millenni di fonti scritte e una più vasta estensione di proxy geochimici e biologici. La ricostruzione climatica è oggi cruciale: storicamente la specie umana ha subito passivamente le variazioni climatiche (al netto di locali deforestazioni), ma a partire dalla rivoluzione industriale, fondata sui combustibili fossili, ha iniziato ad alterare la chimica atmosferica e il bilancio energetico terrestre. Occorre abbandonare l'alibi dell'eterna mutabilità naturale del clima per assumersi la responsabilità di un cambiamento climatico inedito e antropogenico. L'Italia, un tempo culla della climatologia, rischia oggi l'oblio documentale, mentre il dibattito pubblico è inquinato da approssimazioni e memorie distorte che ignorano decenni di indagini scientifiche multidisciplinari.
Risorgimento climatico
Nel 1986, il modesto e polveroso archivio del Comitato glaciologico italiano, situato a Torino nel secentesco palazzo Carignano (già sede del primo parlamento e del Museo nazionale del Risorgimento), custodiva un immenso ma trascurato patrimonio di dati climatici globali. Tra estratti ottocenteschi, il «Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano», il «Journal of Glaciology» e i manuali dell'IAHS, emergevano le prime avvisaglie del riscaldamento globale documentate sulla rivista «Climatic Change» (fondata da Stephen H. Schneider nel 1977). Tra quelle carte spiccavano gli studi sui ghiacciai alpini di Umberto Mònterin e, soprattutto, i testi fondativi della climatologia storica, come il capolavoro del francese Emmanuel Le Roy Ladurie, Tempo di festa tempo di carestia. Storia del clima dall’anno mille (Francia 1967, Einaudi 1982). Oggi l'archivio è stato trasferito in corso Massimo d’Azeglio, salvato dal degrado, ma l'impronta di quella fase pionieristica rimane. La climatologia storica italiana sconta tuttora una cronica frammentazione disciplinare e l'incomunicabilità tra fisici dell'atmosfera, umanisti e scienze ambientali. Fondamentale in questo senso è stato il ruolo di figure ponte come Giovanni Mortara (geologo del CNR-IRPI), maestro nell'integrare i segni geologici delle alluvioni con le antiche cronache. Nonostante la digitalizzazione moderna e la disponibilità di sterminati archivi cronachistici, in Italia manca ancora un database nazionale unificato, al netto di importanti iniziative come Archlim (Società meteorologica italiana) o Polaris (CNR). Per gestire questa mole di informazioni eludendo l'aridità del puro catalogo, la narrazione storica deve farsi discorsiva, inglobando i riferimenti bibliografici e cronologici direttamente nel testo. Dal punto di vista geografico, il baricentro della ricerca climatica italiana resta fisiologicamente sbilanciato sul bacino padano e alpino.
La storia del clima come disciplina scientifica
Nel corso del Novecento, la storiografia ufficiale ha sistematicamente escluso il clima dalle determinanti storiche. Tale rifiuto nasceva come reazione al determinismo geografico (o théorie des climats), un filone di pensiero che, da Ippocrate e Aristotele fino a Montesquieu e al geografo tedesco Friedrich Ratzel (1844-1904), attribuiva i caratteri morali e politici dei popoli in via esclusiva al clima, sfociando in derive palesemente razziste e colonialiste. Tuttavia, gli storici dell'ambiente Marco Armiero e Stefania Barca (2004) denunciano l'eccesso opposto: rimuovere l'ecologia per paura del determinismo significa ignorare i pesanti condizionamenti reali imposti dalla natura alle civiltà. L'attuale paradigma si fonda sul possibilismo geografico di Paul Vidal de la Blache (1845-1918) e Lucien Febvre (1878-1956, École des Annales): l'ambiente fisico condiziona la storia in modo non univoco, lasciando all'essere umano la facoltà di plasmare il territorio. Le variabili climatiche agiscono come fattori incidentali in grado di esacerbare crisi latenti (carestie, epidemie, migrazioni). Dopo le analisi italiane sulla teoria dei climi di Mario Pinna (1988), il vero istitutore della climatologia storica moderna è Emmanuel Le Roy Ladurie (1929-2023), che assegna al clima il ruolo di innesco, di "pistolero meteorologico". I suoi studi dal 1959 affrontarono lo scherno accademico, prima che la disciplina si affermasse a livello globale negli anni '70 grazie alla monumentale, seppur oggi parzialmente rivista (specie sull'Optimum medievale), opera di Hubert Horace Lamb, Climate. Present, past and future (1972-1977). Successivamente, la Svizzera è divenuta l'avanguardia del settore grazie alla scuola dell'Università di Berna diretta da Christian Pfister (creatore del database EuroClimHist; opere di riferimento: 2015a; Pfister, White e Mauelshagen 2018).
La storia del clima in Italia
Mentre in Francia la ricostruzione climatica vanta radici antiche con l'opera di Joseph-Jean-Nicolas Fuster (Des Changements dans le climat de la France..., 1845) e François Arago (Sur l’État thermométrique du globe terrestre, 1858, aggiornato nel 1987 da Pierre Alexandre estendendosi fino all'Italia centro-settentrionale), la penisola italiana è sempre stata priva di una monografia unificatrice. Esiste una vastissima ma disomogenea letteratura locale, parzialmente catalogata dalla Bibliografia climatologica italiana di Vittorio Cantú e Pierino Narducci (quinta edizione 2019: oltre 3000 riferimenti dal 1561). Lo storico Martin Bauch (2018a) sottolinea l'incredibile ma inesplorata densità delle fonti narrative medievali italiane, nonostante i pionieristici lavori di recupero condotti da Emanuela Guidoboni (2010), Dario Camuffo (1990, con Silvia Enzi 1992) ed Enzi et al. (2013). Le prime sintesi sistematiche in area alpina si devono a Umberto Mònterin (Il clima sulle Alpi ha mutato in epoca storica?, 1937) e successivamente a Mario Pinna (anni '70-'80). Il blocco principale rimane metodologico: la mancata integrazione tra ricerca umanistica e i dati quantitativi delle scienze paleoclimatologiche (dendroclimatologia, paleopalinologia, glaciologia, ecc.). Come avverte Pfister (2003), la collaborazione interdisciplinare richiede una totale fiducia reciproca, poiché gli scienziati naturali faticano a dominare la complessa critica umanistica delle fonti. Un modello virtuoso è stato il progetto Archlim (2010-2012), che ha unito la Società meteorologica italiana con il dipartimento di Storia dell'Università di Torino (Giuseppe Sergi, Patrizia Cancian; pubbl. Mercalli et al. 2012, Cancian et al. 2012). Tuttavia, l'analfabetismo ecologico persiste: manuali accademici fondamentali, come L’età contemporanea di Alberto Mario Banti (2009), omettono del tutto la variabile ambientale dalla narrazione storica.
Tempo e clima, archivi storici, archivi biogeochimici
Dal punto di vista epistemologico, occorre separare il tempo meteorologico (lo stato dell'atmosfera in un preciso istante) dal clima (lo stato medio su almeno un trentennio, comprensivo della distribuzione degli eventi estremi). Il cambiamento climatico altera in modo permanente queste medie e distribuzioni a lungo termine. La storiografia climatica incrocia due tipologie di archivi: gli archivi biogeochimici (come l'analisi isotopica dei fossili o i sedimenti), che forniscono medie di lungo periodo e tracce di alterazioni violente, e gli archivi storici e cronachistici, che fotografano con estrema precisione brevi eventi meteorologici (ondate di gelo, tempeste) i quali, se aggregati statisticamente, definiscono il clima dominante di un'epoca. Per la datazione, se le scienze naturali ricorrono al decadimento isotopico (Carbonio-14, Berillio-10) accettando margini di incertezza decennali, le fonti scritte presentano altre insidie: le variazioni di calendario (il passaggio dal giuliano al gregoriano nel 1582), gli stili di datazione locali (il caso di Venezia analizzato da Camuffo et al. 2017a) e i secolari errori di trascrizione (come studiato da White, Pfister e Mauelshagen 2018). Proprio per evitare la propagazione di alterazioni posticce, la metodologia più prudente prescrive il mantenimento delle date originali dei documenti.
Il clima mediterraneo a due tempi e il Paese dove fioriscono i limoni
L'Italia, eccezion fatta per la dorsale alpina, incarna il tipico clima mediterraneo di media latitudine (tra 36 e 46° N). L'immaginario romantico ha forgiato il mito di una penisola immersa in una perpetua, mite e solare primavera, eternata da Goethe nel 1795 (ne Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister): «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni». Questa percezione idealizzata è il prodotto del freddo patito dalle popolazioni nordeuropee durante la Piccola età glaciale. In realtà, il clima mediterraneo non ha la costante stabilità tropicale delle Maldive (28 °C invariati tutto l'anno), ma possiede una natura severa e capricciosa. Lo storico fondativo Fernand Braudel (1902-1985), in Memorie del Mediterraneo (1969, postumo 1998), lo definisce magistralmente un «motore a due tempi»: le mezze stagioni sono irrilevanti, schiacciate tra inverni aspri e piovosi ed estati torride e siccitose. Questo motore meteorologico funziona spesso in modo irregolare (precipitazioni intempestive, gelate primaverili, scirocco distruttivo) minacciando costantemente le rese agricole; eppure, pur nei suoi scompensi (che si alternano a rare bonacce invernali esenti da bora o maestrale), le sue brutali accelerazioni e frenate hanno scandito per venti millenni l'intera evoluzione della civiltà.
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