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domenica 28 giugno 2026

R. Panikkar, Opera Omnia I/1, Mistica. Pienezza di Vita, Jaca Book, Milano 2008, Introduzione pp. 1-9

        


pp. 1-9

        Questo primo volume dell'opera omnia assume una connotazione autobiografica, ergendosi a chiave ermeneutica indispensabile per comprendere l'ispirazione celata dietro l'intera produzione scritta dell'autore. Il tema affrontato rappresenta il fulcro stesso della sua esistenza.

        La mistica si configura come una vitale terza dimensione, capace di conferire spessore all'intera opera. Il riduzionismo contemporaneo tende a limitare l'uomo a una mera specie biologica, un animale razionale. Tuttavia, la vita umana (intesa come zōē) trascende la sua pura connotazione biologica (il bios). L'essere umano non si riduce a una semplice somiglianza di Dio, della Fonte, dell'Inizio o della Causa (termini tra loro omeomorfici), ma ne è l'effettiva immagine. Egli è un mikrokosmos, termine caro agli antichi – fino a Paracelso e ai seguaci della cosiddetta "filosofia adepta" – in quanto riflette in sé l'intero makrokosmos. La sottile distinzione tra immagine e somiglianza appartiene primariamente alla sfera teologica.

        Esiste una precisa distinzione tra i concetti di mistica e spiritualità, i quali, seppur delineabili separatamente per ragioni pratiche, rimangono intrinsecamente inseparabili. La mistica ha storicamente sofferto di una pessima reputazione, e l'accostamento al tema della spiritualità rischia di esacerbare ulteriormente i malintesi accumulatisi.

        Tale fraintendimento deriva in gran parte dall'accettazione acritica della seconda regola di Descartes: i figli dell'epoca moderna hanno creduto che l'estrema specializzazione avrebbe garantito "chiarezza e distinzione", finendo però per confondere l'evidenza razionale con l'effettiva comprensione profonda. Questa influenza ha relegato la mistica al rango di fenomeno straordinario o esoterico, trasformando parallelamente la spiritualità in un'educazione di uno "spirito" alienato, o persino antagonista, rispetto al corpo. Si è così riproposta l'idea dell'anima prigioniera della materia, in aperta contraddizione con il dogma cristiano della resurrezione dei corpi, quest'ultimo ormai emarginato a una dimensione puramente escatologica e temporale. L'impatto di Descartes è stato dirimente nel far percepire la res extensa (la materia) come estranea alla facoltà cogitante. Senza il necessario correttivo offerto dalla dimensione mistica, l'uomo viene ridotto a un bipede razionale schiacciato sotto la supremazia della ragione.

        L'Esperienza della Vita costituisce la definizione più esatta e concisa della mistica stessa. Si parla qui dell'esperienza nuda, distinta (sebbene inseparabile) dalla concomitante interpretazione e conoscenza che se ne ha. L'esperienza quotidiana umana è tipicamente frammentaria e distratta; raramente si vive in uno stato di pienezza assoluta.

        Da ciò si deduce che la mistica non è l'appannaggio elitario di pochi eletti, ma rappresenta la caratteristica umana per eccellenza. L'uomo, in quanto essere mosso da un'anima, è per sua essenza un mistico, un animale spirituale. L'etimologia indoeuropea stessa della parola anima (legata ad aniti, colui che respira, e anilah, soffio) include in sé il concetto di spirito, indicando che la semplice animalità e razionalità non esauriscono la definizione umana.

        Le innumerevoli pratiche spirituali orientali e occidentali – siano esse meditazione, yoga, contemplazione, vipassana, tantra o jing – convergono tutte verso un unico obiettivo essenziale: invitare l'individuo a concentrarsi sul nucleo del proprio essere, acquisendo piena coscienza di essere vivo, libero dalle distrazioni e dalle "tentazioni" della superficialità. Sebbene non tutti possiedano intelligenza, ricchezza o educazione, ogni essere umano è vivo e detiene la potenzialità di prenderne pienamente coscienza, un'avvertenza che spesso, nel vivere ordinario, sfugge.

        Solitamente, la coscienza della propria vita si presenta come un genitivo oggettivo: è una vita interpretata attraverso categorie mentali, giudicata, oggettivata. Questa non è la coscienza pura della vita in sé; non è la vita che prende coscienza di se stessa (quell'infinita coscienza che le Upanisad definiscono anantam).

        La mistica esige il superamento dell'ego: la vita non è una proprietà privata e questa esperienza profonda sfugge nel momento stesso in cui l'io pretende di impadronirsene. La mistica, dunque, assume la duplice valenza di genitivo oggettivo e soggettivo: è l'esperienza che l'uomo ha della Vita, ma simultaneamente è l'esperienza che la Vita stessa fa all'interno dell'uomo.

        Fino a tempi moderni, la mistica è stata confinata nel recinto del patologico, del paranormale o del soprannaturale. L'intento speculativo è invece quello di reintegrare la mistica nell'essere stesso dell'uomo: lo spirito mistico è antropologicamente costitutivo quanto l'essere razionale o corporeo. Ogni uomo, almeno in potenza, è mistico, e la mistica autentica non disumanizza, bensì rivela che l'umanità eccede la pura razionalità.

        La riflessione si sposta poi su ciò che accomuna e distingue gli esseri umani. Fino al secolo scorso, prima della confutazione della generazione spontanea, la vita era percepita come il trascendentale assoluto dell'Essere: Vita ed Essere erano considerati sinonimi. Con il dogma ottocentesco di PasteurOmne vivum ex vivo ("Tutto ciò che vive proviene da un altro essere vivo") – la vita è stata circoscritta a una dimensione meramente biologica, tracciando una linea netta tra materia inerte ed esseri viventi. Questa demarcazione "scientifica" ha ridotto la fisica alla materia inerte, relegando altri approcci alla magia o al pensiero primitivo e rendendo filosoficamente problematica perfino la concezione della vita di Dio (a meno di ricorrere, come fecero alcuni teologi, alla distinzione tra zōē e bios).

        Superando l'adozione acritica di tali divisioni, diviene possibile omologare nuovamente la Vita all'Essere, applicando l'analogia vitae al posto della classica analogia entis. Ribaltando l'assioma aristotelico vita viventibus est esse (la vita per i viventi è il loro essere), si giunge all'intuizione che l'essere per gli esseri è la loro vita (esse essentibus est vita), un concetto astratto che si fa nozione immediata, affine alla credenza tradizionale dell'anima mundi.

        Il testo prende poi nettamente le distanze dai mythos psicologici e letterari del secolo scorso, esemplificati da figure come Sigmund Freud, che riduceva la mistica a un fenomeno psicologico di evasione, e Romain Rolland, che parlava di un vago "sentimento oceanico", concetti che rendevano la mistica estranea e primitiva. Viene invece celebrato il reinserimento della mistica nel dibattito filosofico operato da una vasta schiera di pensatori (tra cui Radhakrishnan, Dasgupta, von Hügel, Otto, Heiler, Eliade, Lévy-Bruhl, Blondel, Bergson, Baruzi, Brémond, Guénon, James, Huxley, Ph. Sherrard, Underhill, Zaehner). Senza la nozione mistica, del resto, la nozione tradizionale di Filosofia risulta svuotata.

        L'esperienza mistica, nel suo aspetto più generico, completa la dimensione umana della Vita. Essa è costitutivamente gioiosa, poiché – come recita un adagio – "un mistico triste è un triste mistico". Il vedānta codifica la realtà suprema come sat (Essere), cit (Coscienza) e ānanda (Infinitudine o Felicità).

        L'uso del termine Vita con l'iniziale maiuscola è intenzionale e serve a includere non solo le dimensioni fisiologiche e psichiche, ma anche l'esistenza di una vita spirituale, della Vita dell'Essere e, paradossalmente, persino della Vita della materia. La mistica è esattamente questa esperienza integrale. Il termine "Vita" viene preferito a "realtà" poiché richiama un concetto meno da spiegare e più da sperimentare direttamente: vivendola ne siamo coscienti.

        Pur potendo intitolare l'opera "Esperienza del Vivere", tale dicitura è apparsa troppo ambigua. Il termine "realtà" verrà comunque impiegato per chiarezza di contesto. Il fine non è descrivere fenomeni straordinari o speculazioni, bensì approcciare il problema fondamentale: quell'Essere che noi stessi siamo.

        Ogni uomo riconosce la Vita come valore sommo, legando ad essa il proprio istinto di conservazione. Questa esperienza si declina su diversi livelli di profondità: c'è chi si sente vivo attraverso le pulsioni e le passioni corporee; chi sperimenta una forma intellettuale della Vita attraverso la capacità di pensiero; e chi avverte con intensità che la Vita è un dono trascendente, una grazia. Queste tre esperienze si fondono, delineando un'antropologia tripartita di corpo, anima e spirito.

        Essendo genitivo oggettivo e soggettivo insieme, l'esperienza della Vita è avvertita come qualcosa che ci è stato dato, che "vive in noi" senza essere nostra proprietà. Testi sacri la descrivono come un Essere assoluto, i Veda parlano di una vita che non muore, infinita e divina.

        Già nel II secolo, san Giustino affermava che l'esperienza della Vita (zōē) equivale all'esperienza del datore della vita stessa, poiché la nostra esistenza vi partecipa. Affermare questo, tuttavia, non esime dal necessario discernimento: non tutte le esperienze immaginate hanno il medesimo valore.

        Per abbracciare questa esperienza integrale (che la facoltà riflessiva non può intaccare) occorre mantenere aperti i "tre occhi" della tradizionale antropologia tripartita. L'euforia razionalista moderna ha atrofizzato il terzo occhio, quello della fede (da non confondersi con la mera credenza). San Tommaso d'Aquino scriveva: Fides enim est vita animae ("La fede infatti è la vita dell'anima"), ricalcando inconsapevolmente la Prasnu-upaniṣad VI,4 ("Dalla vita proviene la fede"). Lo stesso Aquinate sosteneva che la vita è ciò in cui si trova il maggior godimento, mentre il mistico Ramon Llull affermava che Philosophus semper est laetus ("Il filosofo è sempre lieto"). San Giustino definisce la fede come "la gioia della Vita".

        Vivere la Vita non coincide con le funzioni del nostro essere: non equivale a pensarla, sentirla, farla o disprezzarla. L'esperienza della Vita non soggiace al tempo o alla durata, ma è l'esperienza dell'istante puro, della tempiternità.

        Serve in questo contesto una profonda riflessione interculturale. La ragione dialettica non è in grado di pensare alla sua negazione, alla morte, identificandola erroneamente con la non-vita. Si può fare esperienza della Vita, ma non della morte di un altro, né sperimentare concretamente la non-vita; è solo il pensiero astratto che oppone vita e morte.

        L'esperienza della Vita culmina nell'esperienza del mistero, la presa di coscienza che ciò che si sta sperimentando sfugge alla gabbia del pensiero. Per questo, da Socrate in poi, la filosofia è stata sovente interpretata come meditatio mortis. L'esperienza della vita porta con sé anche l'esperienza del morire, intesa come contingenza umana, la consapevolezza che la nostra vita non si regge da sola ma poggia sull'Assoluto.

        L'esperienza integrale è dunque una complessità squisitamente trinitaria e cosmoteandrica (materiale, umana e divina contemporaneamente). Essa abbraccia le vibrazioni del corpo (piacere e dolore), le intuizioni dell'anima (verità ed errore) e le folgorazioni dello spirito (amore e repulsione). Sentirsi vivi significa avvertire la pienezza all'interno della limitazione concreta, abbracciando anche il dolore e l'esperienza del morire (il Muojo ogni giorno - apothnēskō verbale - di san Paolo).

        Il grande ostacolo a questa pienezza è la contemporanea ossessione per il fare a discapito dell'essere. La mistica necessita di maturità, spesso raggiunta nel crepuscolo della vita, quando l'azione passa in secondo piano rispetto alla consapevolezza dell'essere come atto puro (il trionfo dell'amore insegnato sia dalla Bhagavad-gītā che dal Vangelo). Spesso gli individui evitano questa pienezza per timore della morte, sebbene maestri come Dogen abbiano intimamente assimilato le due esperienze.

        Di fronte alla possibile obiezione che questo approccio non rifletta l'accezione comune del concetto di "mistica", la risposta è perentoria: la mistica non è un concetto e non deve piegarsi alle mode intellettuali passeggere. I veri testi mistici si avvicinano a questa filosofia. Rifiutando la polemica, l'autore si predispone alla critica e all'apprendimento continuo, citando Sofocle (tramandato dalla Carta di Aristeas del III secolo a.C.): Non v'è nulla di più grande per l'uomo che imparare e assimilare costantemente.

La composizione del volume, infine, è articolata in modo nitido:

  1. Prima Sezione - La Nuova innocenza: analizza la mistica autentica come un atteggiamento libero, spontaneo, emergente dalla pienezza della persona e non dalla riflessione intellettuale sull'Essere.
  2. Seconda Sezione - La meditazione: affronta un tema su cui dominano il silenzio e la prassi, esponendo tre figure di santi per dimostrare la pluralità e l'assenza di un concetto univoco di santità.
  3. Terza Sezione: cstituisce uno studio filosofico e sistematico volto a confutare l'esclusività della mistica per una presunta élite. Ribadisce che tutti, come formulato dal cristianesimo e da innumerevoli religioni, sono "figli di Dio" e potenzialmente aperti a tale esperienza vitale. Il testo si conclude con un'appendice contenente riflessioni da prospettive diverse e una profonda preghiera personale.
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        Il punto di partenza di Panikkar è in realtà una ribellione contro il modo in cui oggi viviamo e pensiamo. Per capirlo, dobbiamo seguire il suo ragionamento passo dopo passo.

1. Il grande malinteso: l'uomo "a pezzi"


        Panikkar dice che la modernità ci ha fregati. A causa di pensatori come Cartesio (che ha separato nettamente la mente dalla materia) e scienziati come Pasteur (che ha ridotto la vita a pura biologia cellulare), abbiamo iniziato a vederci come macchine biologiche dotate di un computer razionale (il cervello).
        In questo scenario, la mistica è finita nel cassetto delle cose strane: roba da santoni, fenomeni paranormali o vie di fuga psicologiche per persone che non sanno affrontare la realtà. La spiritualità è diventata qualcosa di separato dal corpo, quasi in lotta con esso. Panikkar dice: tutto questo è profondamente sbagliato e ci sta disumanizzando.

2. La vera definizione di Mistica: l'Esperienza della Vita


        Se togliamo tutti i pregiudizi, cos'è davvero la mistica per Panikkar? È semplicemente l'Esperienza Integrale della Vita (scritta con la V maiuscola).
Non si tratta di avere visioni o levitare, ma di essere pienamente coscienti di essere vivi. Spesso noi viviamo "col pilota automatico", distratti da mille cose, concentrati sul fare (produrre, lavorare, organizzare). La mistica è l'interruzione di questo automatismo: è fermarsi e sentire il polso della realtà, avvertire che esserci è un dono immenso.
Per questo Panikkar fa una distinzione fondamentale tra due parole greche per "vita":
  • Bios: La vita biologica, il respiro cellulare, la sopravvivenza.
  • Zōē: La Vita profonda, il senso dell'esistere, ciò che ci collega all'infinito. La mistica si occupa della Zōē.
  • La Vita non è una nostra proprietà (Il superamento dell'Ego)
    Qui c'è un concetto affascinante. Noi diciamo "la mia vita", come se fosse un oggetto che possediamo (come "la mia auto"). Panikkar dice che per vivere l'esperienza mistica dobbiamo abbandonare questa illusione dell'Ego. La Vita è qualcosa che ci è stato prestato, un flusso immenso a cui noi partecipiamo.
La vera esperienza mistica è capire che noi facciamo esperienza della Vita, ma è anche la Vita che fa esperienza di se stessa attraverso di noi. (È questo che intende quando usa la difficile espressione "genitivo soggettivo e oggettivo").

4. L'uomo intero: Corpo, Anima e Spirito (I "Tre Occhi")

        Per vivere questa pienezza, non basta la ragione. Noi abbiamo tre "occhi", cioè tre modi di comprendere la realtà, che corrispondono a tre parti di noi:
  1. Il Corpo (Sensi): ci fa sentire vivi attraverso i battiti, le passioni, il piacere e il dolore.
  2. L'Anima (Intelletto/Ragione): ci fa sentire vivi quando capiamo le cose, quando scopriamo una verità.
  3. Lo Spirito (Fede/Mistica): è l'occhio che abbiamo atrofizzato. Non è la fede intesa come "credere a dei dogmi religiosi", ma è l'apertura al Mistero, l'intuizione profonda, l'amore puro.
    Se chiudiamo il terzo occhio (come fa il razionalismo moderno), diventiamo "bipedi razionali", mutilati della nostra parte più profonda.

5. La "Tempiternità" e la morte

        L'esperienza mistica non si misura con l'orologio. Quando sei pienamente immerso nel sentirti vivo, il tempo scompare. Vivi in un istante puro che unisce il tempo e l'eternità: Panikkar la chiama tempiternità.
E, paradossalmente, per sentire davvero la Vita, devi anche accettare il limite, il dolore e la fine. Chi ha paura della morte, scappa dalla pienezza della vita. Sperimentare la vita significa sentire che noi non ci reggiamo da soli, che siamo contingenti (cioè potremmo anche non esserci), ma che poggiamo su qualcosa di Assoluto.

6. La visione Cosmoteandrica

        Tutto questo sfocia nella celebre intuizione di Panikkar: l'esperienza mistica è cosmoteandrica. È una parola difficile che unisce tre termini greci:
  • Cosmos = il mondo, la materia, il corpo.
  • Theos = Dio, il Mistero, l'Infinito, lo spirito.
  • Andros = l'essere umano, l'anima, la coscienza.
        La mistica non è scappare dal mondo materiale per andare verso Dio. È l'esperienza suprema in cui tu percepisci che la materia, l'essere umano e il divino sono profondamente intrecciati. Sentirsi vivi significa sentire questa trinità dentro di sé.

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1. IL PROBLEMA (La situazione attuale)
  • Riduzionismo moderno: L'uomo è visto solo come "animale razionale" o "macchina biologica".

  • Le cause storiche:

    • Cartesio: Ha separato la mente (ragione) dalla materia (corpo), disincarnando la spiritualità.

    • Pasteur: Ha confinato il concetto di "vita" alla sola biologia cellulare (omne vivum ex vivo).

  • L'effetto sulla Mistica: È stata degradata a fenomeno anormale, elitario, patologico o esoterico (es. considerata un'evasione psicologica da Freud).

2. LA SOLUZIONE (La proposta di Panikkar)

  • Cos'è la Mistica? È l'Esperienza Integrale della Vita.

    • Non è una specializzazione per pochi (un'élite).

    • È una dimensione antropologica universale: ogni essere umano è un mistico potenziale ("la caratteristica umana per eccellenza").

  • Vita vs. Realtà: Preferisce usare la parola "Vita" (con la V maiuscola) perché non va solo spiegata, va sperimentata e vissuta in prima persona.

3. COME AVVIENE L'ESPERIENZA MISTICA? (I Meccanismi)

  • Passaggio dal Fare all'Essere: Abbandonare l'ossessione per l'azione e l'efficienza per concentrarsi sulla nuda consapevolezza di esserci (spesso accade nella maturità/vecchiaia).

  • Superamento dell'Ego: La Vita non è mia. Io non "possiedo" la vita; io partecipo alla Vita. (La Vita vive in me).

  • Vivere la "Tempiternità": Uscire dalla logica del tempo che passa (cronologico) e vivere l'istante puro, il presente assoluto.

  • L'Antropologia Tripartita (I Tre Occhi):

    1. Corpo: Esperienza fisica, passioni, sensi (Occhio della carne).

    2. Anima: Esperienza intellettuale, ragione (Occhio della mente).

    3. Spirito: Esperienza del dono, grazia, mistero (Occhio della Fede/Mistica).

4. LA NATURA DELL'ESPERIENZA (Le sue caratteristiche)

  • Mistero e Morte: La ragione dialettica si ferma davanti alla morte (pensandola come non-vita). La mistica accetta il limite e la contingenza; sperimenta l'Assoluto proprio riconoscendo che non ci sosteniamo da soli.

  • Gioia: È costitutivamente gioiosa ("Un mistico triste è un triste mistico").

  • Natura Trinitaria e Cosmoteandrica: È un intreccio inscindibile di:

    • Materiale (Cosmos)

    • Umano (Andros)

    • Divino (Theos)

5. LA STRUTTURA DEL LIBRO (Come procederà l'autore)

  • Sezione 1: La Nuova Innocenza (atteggiamento libero e spontaneo).

  • Sezione 2: La Meditazione (il silenzio e la prassi attraverso tre santi).

  • Sezione 3: Studio sistematico contro l'élitarismo (dimostrazione che siamo tutti aperti a questa esperienza).

R. Valtorta, Il pensiero dei fotografi. Un percorso nella storia della fotografia dalle origini a oggi, Bruno Mondadori, Milano 2008, pp. 29-37 (Capitolo 2 - La scoperta del volto umano)

 

pp. 29-37


3.1 Fotografia e ritratto

        L'avvento della fotografia nell'Ottocento trova la sua radice sociale più profonda nel ritratto, il quale si configura per la borghesia emergente come un atto simbolico fondamentale per affermare e rendere visibile la propria posizione dominante (Freund, 1974). Tuttavia, l'impatto sociologico di questa pratica si estende ben oltre le classi agiate: per la prima volta nella storia dell'umanità, individui di ogni estrazione sociale acquisiscono la possibilità di tramandare una traccia visiva di sé. Il ritratto fotografico altera il senso dell'esistenza individuale, agendo sulla percezione della mortalità e concedendo un indiretto sentimento di immortalità fino ad allora precluso alle masse (Fuchs, 1969). Popolazioni un tempo relegate all'invisibilità storica – schiavi, contadini, poveri – scoprono l'esistenza del proprio volto, sottraendosi all'oblio garantito dalla grande storia.

3.2 Gli studi fotografici e fotografi ambulanti

        Parallelamente a questa rivoluzione sociale, si assiste al rapido declino del ritratto pittorico, della miniatura e dell'incisione. Gli artisti di questi settori, spinti da necessità economiche o da genuino interesse, si riconvertono in fotografi, riversando le loro antiche competenze nel nuovo medium. A partire dagli anni Cinquanta dell'Ottocento, nelle grandi città d'Europa e d'America, si definisce lo spazio dello studio fotografico, un ambiente che istituzionalizza una nuova professione nata dal connubio tra un reale bisogno sociologico, vincoli tecnici legati alla posa e la preesistente struttura dell'atelier pittorico (Marbot, 1986). Al di fuori dei centri urbani, la diffusione capillare dell'immagine è garantita dalla figura del fotografo ambulante, percepito nelle campagne come un testimone quasi magico.

        L'estetica dei primi ritratti è intrinsecamente legata ai limiti tecnici dell'epoca. I lunghi tempi di esposizione impongono ai modelli un'assoluta immobilità, generando una disciplinata concentrazione che si traduce in immagini di straordinaria freschezza e intensità psicologica. Walter Benjamin (1931) individua in questa immobilità forzata l'origine dell'"aura" che avvolge le opere pionieristiche di David Octavius Hill e Robert Adamson, i cui volti appaiono immersi in un silenzio in cui lo sguardo riposa, predisposti per la durata temporale.

3.3 G-F. Tournachon 

        
Nel panorama parigino della metà del secolo, la sintesi magistrale tra attività professionale ed esigenze artistiche è incarnata da Gaspard-Félix Tournachon, in arte Nadar. Giornalista, caricaturista e figura di spicco della bohème (schierato con i ribelli durante la Comune di Parigi e ospite nel 1874 della prima mostra degli impressionisti), Nadar si distacca nettamente dalle pratiche commerciali correnti. Rifiutando i fondali dipinti e le pose rigide tipiche dei ritratti destinati alla piccola e media borghesia, egli persegue la verità psicologica del soggetto. La sua tecnica si concentra sull'essenzialità dell'espressione del volto (come evidente nel celebre Ritratto di Charles Baudelaire del 1855), instaurando un rapporto di comunione intima con il modello. Il suo atelier diventa il fulcro dell'élite intellettuale e artistica dell'epoca, immortalando figure del calibro di Delacroix, Doré, Corot, Courbet, Manet, Sainte-Beuve, Baudelaire, Bakunin, Proudhon, Verne, Dumas, Hugo, Balzac, Daumier, Berlioz, Rossini, Verdi, Wagner, Sarah Bernhardt e George Sand. Una simile vocazione artistica è condivisa dal contemporaneo Étienne Carjat, anch'egli giornalista e caricaturista.

3.4 A-A-E. Disdéri e la carte de visite

Una rivoluzione di segno opposto si compie nel 1854 quando André-Adolphe-Eugène Disdéri brevetta la carte de visite. Questo formato di piccole dimensioni abbatte drasticamente i costi di produzione, innescando una vera e propria democratizzazione dell'immagine fotografica e anticipando il concetto moderno di fototessera. La carte de visite risponde a funzioni di comunicazione, scambio sociale e memoria familiare; i soggetti si mettono in scena all'interno di studi allestiti con arredi teatrali, travestendosi senza soggezione. 

3.5 A. Bertillon e la fotografia segnalatica

Come drammatico contrappunto a questa dimensione ludica e borghese, si sviluppa parallelamente la fotografia segnaletica, il "grado zero" dell'immagine umana. Utilizzata da figure come Alphonse Bertillon (presso la Prefettura di Parigi) e Cesare Lombroso, essa serve a schedare criminali, malati mentali ed emarginati, dimostrando la natura bifronte del ritratto fotografico ottocentesco.

3.6 J. M. Cameron

L'ingresso dirompente della fotografia nel mondo delle merci, accelerato dal successo della carte de visite, provoca negli anni Sessanta dell'Ottocento una scissione netta tra l'attività commerciale e la ricerca artistica. Quest'ultima, in assenza di una storicità propria del mezzo, si rifugia nei modelli della pittura, divenendo appannaggio di "dilettanti colti". In Inghilterra, l'aristocratica Julia Margaret Cameron (autrice nel 1850 circa del Ritratto di Mary Hillier) si circonda di intellettuali e scienziati come George Frederick Watts, Oscar Rejlander, Alfred Tennyson, Robert Browning, Henry Cole, Charles Darwin, Thomas Carlyle, Fredrick Herschel e Dante Gabriel Rossetti. 

3.7 L. Carroll

L'estetica della Cameron rifiuta il nitido positivismo prevalente, optando per una luce morbida, uno sfocato di derivazione letteraria e una spiccata direzione simbolista vicina ai Preraffaelliti. Di segno diverso ma ugualmente distante dalla mera commercialità è l'opera di Charles Lutwidge Dodgson, noto come Lewis Carroll (autore di Alice nel paese delle meraviglie, 1865, e Attraverso lo specchio, 1871). Matematico e scrittore, Carroll adotta una tecnica ortodossa ma si dedica allestimenti sognanti e domestici, concentrandosi sull'intimità acerba di bambine e adolescenti, tra cui spicca Alice Liddell (ritratta nel 1858).


Antologia

Lewis Carroll, La scampagnata di un fotografo, 1860 In questo testo ironico (tratto da The South Shields Amateur Magazine), Carroll riflette sulla percezione visiva deformata a cui vanno incontro i fotografi, accusati di essere una "razza di ciechi" in grado di apprezzare unicamente i giochi di luci e ombre a discapito della grazia reale. Il narratore esprime il desiderio di fotografare l'incarnazione del suo ideale di bellezza giovanile (una ragazza di nome Amelia). Il racconto si snoda attraverso un dialogo con il conoscente Harry Glover ("Tubbs"), il quale lo invita in una villa di campagna esortandolo a portare tutto il pesante "armamento di bottiglie" e l'attrezzatura fotografica, vincendo le resistenze del narratore proprio con la promessa di fargli incontrare la cugina Amelia.


André-Adolphe-Eugène Disdéri, Il ritratto, 1862 Estratto da L'art de la photographie, il testo teorizza i principi fondamentali per l'esecuzione di un buon ritratto, articolandosi in due direttrici. La prima è la ricerca della somiglianza: Disdéri rigetta l'idea di una mera riproduzione matematica delle proporzioni. L'obiettivo del fotografo è penetrare il carattere reale dell'individuo, giustificando e abbellendo le modificazioni fisiche provocate dalle abitudini e dalla vita sociale. La composizione del ritratto (luce, distanza, accessori) deve scaturire da uno studio attento del modello per metterne in evidenza l'essenza. La seconda è la posa: rappresentare un individuo significa catturarlo nei suoi atteggiamenti abituali, non in un'azione eccezionale. La posa deve armonizzarsi con l'età, la statura e i costumi del soggetto. Disdéri condanna gli atteggiamenti studiati e finti, esortando il fotografo a distrarre il modello dalle sue preoccupazioni per cogliere momenti di puro oblio e movimenti naturali, frutti di una "casualità fortunata e seducente".


Julia Margaret Cameron, Gli annali della mia casa di vetro, 1874 Questo scritto autobiografico (pubblicato postumo nel 1889) documenta gli esordi della Cameron, mossi da un puro desiderio di immortalare la bellezza senza alcuna conoscenza tecnica pregressa. Racconta il disastroso primo tentativo in cui cancellò l'immagine di un contadino (che le ricordava Bollingbroke) sfregando la lastra. L'autrice descrive la trasformazione degli spazi domestici: la carbonaia diventa camera oscura, la casetta dei polli con finestre di vetro si fa atelier. La narrazione esalta il ruolo dei bambini come modelli e il decisivo incoraggiamento ricevuto da Henry Herschel di fronte ai suoi pionieristici effetti di fuori fuoco, da lui definiti come l'arrivo a una nuova dimensione estetica. Evidenzia infine l'appoggio incondizionato del marito e la disponibilità di amici come Sir Henry Taylor, il quale si prestò a incarnare figure teatrali e letterarie (come Friar Laurence con Juliet, Prospero con Miranda, o Ahasuerus con la Regina Esther).


Alphonse Bertillon, La fotografia giudiziaria, 1890 Tratto da La photographie judiciaire, il testo codifica le regole per l'identificazione criminale, spogliando la fotografia di qualsiasi velleità estetica a favore di un rigore esclusivamente poliziesco e scientifico. Mancando del tutto il rapporto di subordinazione verso le preferenze estetiche del cliente, l'unico scopo è produrre l'immagine più somigliante e facile da riconoscere. Bertillon analizza tecnicamente la differenza tra pose: il profilo a linee precise fissa l'individualità metrica ed è essenziale per il riconoscimento formale da parte delle autorità, mentre la fotografia frontale o di tre quarti risponde a necessità psicologiche, essendo l'unico angolo attraverso cui familiari e conoscenti (e i soggetti stessi, tramite lo specchio) memorizzano la fisionomia umana.


Nadar, Le clienti e i clienti, 1900 In queste note tratte da Quand j'étais photographe, Nadar analizza con spietata lucidità matematica e ironia la psicologia e la vanità umana davanti all'immagine di sé. Egli osserva un comportamento codificato nelle coppie che esaminano le prove di stampa: la donna tende a concentrarsi sul ritratto del marito, mentre l'uomo resta ipnotizzato esclusivamente dalla propria immagine. Nadar constata come l'impressione benevola che ognuno ha dei propri difetti fisici renda inevitabile il disappunto di fronte alla cruda oggettività delle prove. Consiglia pertanto ai fotografi (professionisti o dilettanti) di anticipare sempre la possibilità di un "ritocco" o di una "replica" per placare i clienti. Riporta infine l'aneddoto di un uomo eminentemente serio, giunto all'alba e stravolto dall'ansia per un singolo "capello ribelle" sporgente sulla scriminatura in una prova fotografica, dimostrando come la vanità non risparmi alcun ceto sociale o spessore intellettuale.


sabato 27 giugno 2026

L. Mercalli, Breve storia del clima in Italia. Dall'ultima glaciazione al riscaldamento globale, Einaudi, Torino 2025 (Capitolo 2 - Dall’ultima glaciazione al mondo pre-romano)

 

Capitolo 2 - Dall’ultima glaciazione al mondo pre-romano


Spettatori della glaciazione

        Durante l'acme dell'Ultimo massimo glaciale (Last Glacial Maximum, LGM; documentato recentemente da Seguinot et al. 2018), noto storicamente nella cronologia europea come glaciazione würmiana (dal nome del fiume bavarese Würm, attiva tra 110 000 e 11 700 anni fa), la penisola italiana era abitata da ristretti nuclei di Homo sapiens di tipo Cro-Magnon appartenenti alla cultura gravettiana (Paleolitico superiore). Le testimonianze archeologiche più celebri di questa popolazione, stimata in non oltre centomila individui complessivi concentrati nelle nicchie climatiche meno proibitive, sono la Dama del Caviglione (sepolta nei Balzi Rossi presso Ventimiglia) e il giovane Principe delle Arene Candide (sepolto a Finale Ligure), entrambi rinvenuti con ornamenti cerimoniali di conchiglie e denti di cervo.

        La fisionomia geografica del territorio italiano di 24 000 anni fa differiva radicalmente da quella odierna a causa dell'enorme volume d'acqua intrappolato nei ghiacci continentali, che determinava un abbassamento del livello marino di circa 125 metri. La ricostruzione cartografica sviluppata dal progetto Climex-ENEA (2004) evidenzia macro-variazioni geomorfologiche cruciali:

  • La Corsica e la Sardegna formavano un'unica grande isola;
  • La Sicilia era saldata fisicamente alla Calabria tramite un istmo roccioso stabile;
  • L'isola d'Elba appariva fusa alla costa toscana;
  • L'alto e medio Adriatico era sostituito da un'immensa estensione di pianura-steppa-tundra emersa, percorsa dal corso prolungato del fiume Po, che sfociava direttamente in mare aperto solo all'altezza del promontorio del Gargano, consentendo il transito a piedi tra l'odierna Ancona e Zara (circa 150 km).
  • A ridosso della costa ligure, le Alpi Marittime presentavano un limite delle nevi perenni estive a circa 1850 metri (Federici, Ribolini e Spagnolo 2017). Oltre i crinali, nel bacino padano, imponenti lingue glaciali si protendevano fino alla pianura. Il paesaggio prealpino e preappenninico, sferzato da venti costanti e caratterizzato da estati fresche, ospitava una vegetazione a carattere scozzese, dominata da praterie erbacee e limitati boschi di larici e pini silestri nelle zone protette.

    I dettagli del glacialismo padano sono documentati da imponenti evidenze geologiche:

  • Una monumentale fronte glaciale uscente dalla val di Susa raggiunse il sito della futura Torino, lasciando come testimonianza i laghi morenici di Avigliana, le rocce montonate della sacra di San Michele e i massi erratici di Caselette, Pianezza e Villarbasse (Gianotti e Giardino 2018);
  • Accumuli di polveri e limo glaciale, il loess, vennero trasportati e depositati dai forti venti occidentali sulle colline torinesi (Forno 1979) e in altri geositi della pianura (Romanengo a Crema, Ghiardo a Reggio Emilia, Valenza Po nel Monferrato, val Sorda e Gajum sul Garda, e la cava di Monte Netto a Capriano del Colle; Bollati e Zerboni 2021);
  • All'imbocco della Valle d'Aosta, l'imponente ghiacciaio Balteo, alimentato dal massiccio del Monte Bianco, edificò con la sua azione di spinta la serra d'Ivrea, la monumentale morena laterale sinistra (Gianotti 2012);
  • Ulteriori apparati glaciali occupavano i solchi dei laghi prealpini (Verbano, Lario, Benaco), originando le colline moreniche di Desenzano e Peschiera, e l'anfiteatro del Tagliamento in Friuli.

        Mentre le Alpi erano imprigionate sotto calotte di ghiaccio spesse oltre 1000 metri, modesti ghiacciai locali si sviluppavano lungo le valli appenniniche (Gran Sasso, Pollino, monte Sirino in Basilicata), con limiti delle nevi perenni a 1600 metri e fronti arrestate a circa 1200 metri (Giraudi 1998). In questo severo contesto, le temperature massime estive faticavano a superare i 18 °C in pianura Padana e i 20 °C in Sicilia. La temperatura media globale era inferiore di circa 4-7 °C rispetto alla nostra epoca (Marcott e Shakun 2021), ma sul territorio italiano lo scarto negativo era ancor più marcato, attestandosi a circa 8 °C in meno (Annan e Hargreaves 2013).

        Per una disamina dell'adattamento umano a questo ambiente ostile si rimanda all'opera di Marco Peresani (Come eravamo. Viaggio nell’Italia paleolitica, 2018), mentre per l'analisi dell'influenza delle dinamiche glaciali sulla strutturazione di società pre-statali, egualitarie e a flessibilità stagionale, il riferimento teorico è lo studio di David Graeber e David Wengrow (L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, 2022).

La memoria del fango

    Se la ricostruzione del picco glaciale (tra 25 000 e 22 000 anni fa) gode della presenza di evidenti tracce geomorfologiche esterne (morene, rocce montonate, laghi sbarrati), l'analisi della successiva fase di deglaciazione e della transizione verso l'assetto biologico contemporaneo richiede l'esplorazione di archivi naturali protetti in grado di preservare proxy biologici e chimici della temperatura e delle precipitazioni.

        Le torbiere d'alta quota rappresentano in tal senso degli archivi naturali eccezionali: l'ambiente saturo d'acqua, acido e anossico impedisce la decomposizione batterica dei tessuti organici, conservando intatti pollini, macroresti vegetali (legno, foglie), insetti e micro carboni. Un esempio metodologico è lo scavo effettuato nell'ottobre 2013 presso la torbiera Pessey (1730 m), nel Parco naturale del Mont Avic in Valle d'Aosta. Il carotaggio profondo dieci metri ha estratto una sequenza stratigrafica così ripartita:

  • Uno strato superficiale organico di torba (circa un metro);
  • Uno strato intermedio di limi e argille grigiastre con lenti di sabbia;
  • Uno strato profondo basale di ghiaie e detriti glaciali grossolani.

        Lo studio multidisciplinare condotto dai laboratori di paleopalinologia dell'Orto botanico dell'Università di Torino e dell'Università del Molise ha permesso di analizzare la storia ecologica locale degli ultimi 12 000 anni, ossia dal momento del ritiro del ghiacciaio Balteo. I risultati di laboratorio (pubblicati in Arobba et al. 2016) hanno rivelato tramite datazione al carbonio-14 che la base organica della torbiera risale a circa 6000 anni fa. La sequenza dei pollini fossili mostra una transizione vegetazionale coerente con le oscillazioni climatiche, evidenziando inoltre la successiva impronta antropica, come l'introduzione del castagno da parte dei Romani circa duemila anni fa.

        Questi dati locali, pur modesti se presi singolarmente, si integrano in una rete globale di indagini paleoclimatiche basate su molteplici proxy naturali, tra cui gli speleotemi (analisi isotopica delle concrezioni in grotta), i sedimenti lacustri e marini, le carote glaciali polari e la dendroclimatologia (lo studio degli anelli annuali degli alberi), offrendo un quadro continuo delle fluttuazioni climatiche terrestri.

I ghiacci si ritirano: il Tardoglaciale tra alti e bassi

        I cicli di glaciazione e interglaciale che hanno caratterizzato gli ultimi 800 000 anni (almeno otto eventi maggiori) sono governati dalle variazioni periodiche della geometria dell'orbita terrestre, note come cicli di Milankovic, e dalle conseguenti oscillazioni della concentrazione di CO2 nell'atmosfera, il principale gas serra naturale. Tali fluttuazioni sono classificate su scala geologica attraverso gli Stadi isotopici marini (Marine Isotope Stages, MIS), ideati negli anni Cinquanta dal geologo italiano Cesare Emiliani (1922-1995, fondatore della paleoceanografia) presso l'Università di Chicago, basandosi sul rapporto isotopico dell'ossigeno nei gusci dei foraminiferi fossili.

        I periodi glaciali freddi sono identificati da numeri pari (l'LGM corrisponde al MIS2, conclusosi circa 15 000 anni fa; Monegato et al. 2023), mentre i periodi caldi o interglaciali sono contrassegnati da numeri dispari (l'attuale Olocene corrisponde al MIS1). L'esistenza di questi cicli di circa 100 000 anni è stata confermata dalle carote di ghiaccio antartiche estratte nell'ambito del progetto internazionale EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica), che ha visto una forte partecipazione della comunità scientifica italiana (EPICA community members 2004).

        Per la classificazione climatica del Tardoglaciale (la complessa fase di transizione post-glaciale), i paleobotanici ricorrono storicamente al sistema di Blytt-Sernander, formulato originariamente per le torbiere scandinave da Axel Blytt (1876) e Rutger Sernander (1908). Di seguito viene riassunta la sequenza delle fasi climatiche con le relative datazioni espresse in anni dal presente (Before Present, BP, convenzionalmente calcolati a partire dal 1950 d.C.):

  1. Bølling (14 700 - 14 000 BP): breve fase calda interstadiale caratterizzata da una rapida fusione delle calotte glaciali e da un sensibile innalzamento del livello del mare.
  2. Older Dryas (Dryas arcaico) (14 000 - 13 600 BP): breve oscillazione fredda e secca (stadiale), evidenziata nei sedimenti dalla diffusione della pianta alpina pioniera Dryas octopetala.
  3. Allerød (13 600 - 12 900 BP): Stadio temperato caratterizzato da un ulteriore aumento del livello marino (che si attesta a circa 60 metri sotto lo zero attuale) e dalla ricolonizzazione forestale delle aree precedentemente coperte da tundra.
  4. Younger Dryas (Dryas recente) (12 870 - 11 700 BP): una brusca e severa ricaduta nelle condizioni glaciali a livello emisferico, contrassegnata da una nuova espansione della Dryas octopetala.
  5. Olocene (da 11 700 BP a oggi): Periodo interglaciale caratterizzato dalla stabilità climatica che ha permesso lo sviluppo dell'agricoltura e delle civiltà storiche. Si suddivide tradizionalmente in:
    1. Preboreale (11 700 - 10 100 BP): clima freddo ma in rapido riscaldamento;
    2. Boreale (10 100 - 8800 BP): clima fresco, asciutto e temperato;
    3. Atlantico (8800 - 5700 BP): fase calda e umida corrispondente al Massimo termico dell’Olocene (Holocene Thermal Maximum, HTM), interrotta temporaneamente da un repentino raffreddamento intorno a 8200 BP;
    4. Subboreale (5700 - 2700 BP): clima più fresco caratterizzato da una parziale ripresa dei ghiacciai alpini (neoglaciazioni);
    5. Subatlantico (2700 BP - oggi): clima temperato e stabile, pur con oscillazioni secondarie quali la Piccola età glaciale della Tarda antichità e la Piccola età glaciale storica (1250-1850).

        Nel 2018, la Commissione Internazionale di Stratigrafia (ICS) ha aggiornato la suddivisione ufficiale dell'Olocene introducendo tre piani formali basati sulle carote groenlandesi e su speleotemi di riferimento (espressi in anni before 2000, b2k):

  1. Groenlandiano (da 11 700 a 8200 b2k): definito dalla carota di ghiaccio NorthGRIP1;
  2. Nordgrippiano (da 8236 a 4250 b2k): definito dalla carota NorthGRIP2 e conclusosi con un evento di forte aridità globale;
  3. Meghalayano (da 4250 b2k ad oggi): basato sullo speleotema della grotta indiana di Mawmluh, il cui inizio coincide con la grande crisi di inaridimento mesopotamico e asiatico.

        La deglaciazione alpina, avviata stabilmente intorno a 15 000 anni fa grazie all'incremento estivo dell'insolazione solare nell'emisfero settentrionale, ha liberato i grandi bacini lacustri prealpini già entro i 17 500 anni dal presente. La complessa dinamica del ritiro dei ghiacciai sul versante meridionale delle Alpi è stata ricostruita quantitativamente da Scotti et al. (2017) mediante la datazione dei depositi glaciali della val Viola (Bormio).

        La dinamica di questo riscaldamento non è stata lineare, bensì interrotta da repentini mutamenti indotti dal rallentamento delle correnti oceaniche calde, causato a sua volta dal massiccio scarico di iceberg e acqua dolce provenienti dalla fusione dei grandi inlandsis continentali. Questi impulsi caotici a livello globale, registrati nei ghiacci groenlandesi come eventi di Dansgaard-Oeschger (D-O) ed eventi di Heinrich (HE), spinsero le comunità paleolitiche a esplorare progressivamente i territori montani liberi dai ghiacci, seguendo le migrazioni faunistiche e l'avanzamento della vegetazione pioniera.

        In Italia, questa interazione ecologica e archeologica è testimoniata da importanti siti quali il riparo Dalmeri (1240 m, altopiano di Asiago), che ha restituito manufatti in selce e ossa lavorate associati a resti di stambecchi, tassi e pesci, e il riparo Tagliente (250 m, monti Lessini), celebre per il ritrovamento di ciottoli incisi con raffigurazioni zoomorfe di bisonti e stambecchi.

Il Dryas recente e i pinguini in Salento: un colpo di frusta freddo e secco interruppe la deglaciazione

        L'oscillazione fredda del Dryas recente (Younger Dryas), protrattasi per circa 1200 anni (12 870 - 11 700 BP), interruppe bruscamente il trend di riscaldamento del Bølling-Allerød. La ricerca climatologica ha formulato tre principali ipotesi per spiegare l'improvviso collasso termico:

  • La teoria dell'impatto cosmico: basata sul ritrovamento di tracce sedimentarie di un impatto meteoritico presso il sito siriano di Abu Hureyra, datato a circa 12 820 anni fa (Moore et al. 2020). Una cometa o un piccolo asteroide si sarebbe frammentato nell'atmosfera terrestre provocando devastazioni in oltre 40 siti globali. L'evento ha una suggestiva correlazione archeoastronomica con le incisioni megalitiche di Göbekli Tepe (Turchia), dove la celebre "pietra dell'avvoltoio" rappresenterebbe proprio la testimonianza visiva di questo cataclisma cosmico (Sweatman e Tsikritsis 2017).
  • L'ipotesi vulcanica: identifica la causa scatenante nella violenta eruzione pliniana (con indice di esplosività VEI 6) del vulcano tedesco Laacher See (situato vicino a Bonn), datata con precisione a 12 880 anni fa. Le enormi emissioni di gas ricchi di zolfo avrebbero innescato un raffreddamento termico nel Nord Atlantico tramite l'espansione del ghiaccio marino (Baldini et al. 2018).
  • L'arresto della circolazione termoalina atlantica (AMOC): rappresenta la spiegazione scientificamente più solida e accreditata (Cheng et al. 2020), supportata da datazioni che escludono l'impatto cosmico in quanto avvenuto circa 50 anni dopo l'inizio del raffreddamento. L'immissione improvvisa di immensi volumi di acqua dolce originati dalla fusione della calotta glaciale nordamericana bloccò il nastro trasportatore oceanico della corrente del Golfo. Lo Younger Dryas funge oggi da fondamentale analogia predittiva per i modelli climatologici futuri, in cui la rapida fusione dei ghiacci della Groenlandia potrebbe causare un nuovo collasso dell'AMOC e un conseguente, drastico raffreddamento del continente europeo (Van Westen et al. 2024).

        Durante questo millennio freddo, gli effetti sul territorio italiano furono drastici. Le temperature estive sulle Alpi crollarono improvvisamente di 1,5 °C rispetto alla media del XX secolo, accompagnate da una severa riduzione delle precipitazioni. I ghiacciai alpini ripresero ad avanzare depositando le morene dello stadio di Egesen, mentre il limite forestale scese repentinamente da 1800 a 1500 metri (Ravazzi 2007; Moran et al. 2016).

        La testimonianza visiva più straordinaria di questa fase gelida nel Mediterraneo meridionale proviene dalla grotta Romanelli in Salento (Puglia), dove sulle pareti rocciose gli occupanti tardo-paleolitici incisero il profilo di un pinguino boreale o alca impenne (Pinguinus impennis), una specie tipica delle latitudini artiche spintasi a sud per via del raffreddamento delle acque marine (Sigari 2021).

        Un archivio naturale d'eccellenza per la ricostruzione di questo intervallo climatico sul versante meridionale delle Alpi è il bacino del lago Piccolo di Avigliana (un lago morenico profondo dodici metri situato all'interno dell'anfiteatro di Rivoli, a ovest di Torino). Le indagini sui pollini fossili e sulle comunità di chironomidi (insetti indicatori di temperatura) condotte dai gruppi di ricerca guidati da Walter Finsinger (Università di Utrecht) e dai colleghi dell'Università di Berna (Finsinger et al. 2008; Larocque e Finsinger 2008) hanno consentito di:

  1. Rilevare fisicamente nei sedimenti il deposito di ceneri vulcaniche (tephra) emesso dall'eruzione tedesca del Laacher See (Laacher See Tephra, LST);
  2. Registrare statisticamente l'incremento di pollini di piante amanti del freddo (come la betulla) a discapito delle specie termofile (come la quercia) durante lo stadio dello Younger Dryas;
  3. Quantificare il successivo riscaldamento di circa 2,5 °C che segnò l'avvento dell'età Preboreale olocenica.

Si chiude il Tardoglaciale, inizia l’Olocene

        I dieci millenni di transizione tra l'Ultimo massimo glaciale e l'inizio dell'Olocene costituiscono la fase di maggiore e più rapido sconvolgimento ambientale della storia umana, incidendo profondamente sull'evoluzione socioculturale dei nostri antenati. L'impatto visivo e psicologico fu titanico: la scomparsa dei colossali apparati glaciali alpini innescò gigantesche frane di crollo sui versanti vallivi non più sostenuti dalla spinta del ghiaccio; il livello del mare crebbe di oltre cento metri (con picchi di rialzo pari a circa un metro al secolo); il reticolo idrografico di pianura divenne selvaggio, depositando imponenti sedimentazioni di ghiaie, sabbie e argille, mentre nuove coperture vegetali e forestali colonizzarono habitat inediti. Questa drammatica mutevolezza stimolò le capacità adattive umane e plasmò un primordiale senso del sacro, unica via cognitiva per decodificare fenomi naturali oggi spiegabili scientificamente. Esaurita l'anomalia fredda del Dryas recente, le temperature mediterranee ripresero a salire, segnando 11 700 anni fa l'ingresso formale nell'Olocene (termine coniato da Paul Gervais nel 1867, letteralmente «interamente recente»). In questo periodo di eccezionale stabilità e mitezza termica, la storia umana accelera drasticamente: la regolarità del clima rende possibile l'addomesticazione di piante e animali, favorendo l'invenzione dell'agricoltura e, conseguentemente, la genesi degli insediamenti urbani, della scrittura e delle organizzazioni statali. Sebbene complessivamente stabile, l'Olocene sarà comunque scandito da micro-oscillazioni climatiche che influiranno direttamente sui destini delle civiltà.

8200 anni fa: il freddo ritorna dall’America

    Il primo significativo arresto del riscaldamento olocenico è l'evento climatico di 8200 anni fa (noto internazionalmente come «8.2 ka event» o evento di Bond numero 5). Identificato con precisione nelle carote glaciali groenlandesi (NGRIP) tra l'8250 e l'8090 BP, l'evento consistette in un doppio impulso di raffreddamento dell'Atlantico settentrionale che causò il collasso della circolazione termoalina (AMOC). L'innesco fu prettamente idrologico: lo svuotamento catastrofico di due colossali bacini d'acqua dolce e gelida situati in Nord America, il lago proglaciale Agassiz (intitolato al glaciologo svizzero Louis Agassiz, esteso per oltre 440 000 chilometri quadrati a sud della baia di Hudson) e l'adiacente lago Ojibway (Ontario/Quebec). Questi laghi, formati dalla fusione della calotta glaciale Laurentide e trattenuti da fragili dighe di ghiaccio, collassarono riversando nel mare di Tyrrel (baia di Hudson) e nell'Atlantico oltre 162 000 chilometri cubi di acqua dolce. Oltre a inibire la corrente del Golfo e abbassare le temperature europee di circa 2 °C per alcuni secoli (un evento più severo della futura Piccola età glaciale), l'inondazione provocò un repentino innalzamento eustatico degli oceani di circa due metri in duecento anni, con picchi di 5 cm/anno (Harrison et al. 2018).

        Sulle Alpi meridionali, l'impatto di questo raffreddamento fu scoperto già nel 1960 dal botanico svizzero Heinrich Zoller, che analizzando il crollo dei pollini di abete bianco in una torbiera della valle Mesolcina (Canton Grigioni) battezzò l'evento «oscillazione Misox». Nonostante una certa asincronia fisiologica tra i dati groenlandesi e quelli paleobotanici alpini, la conferma inequivocabile dell'avanzata glaciale europea è giunta nel 2012 grazie alla datazione di reperti lignei travolti e sepolti dal ghiacciaio svizzero del mont Miné circa 8175 anni fa (Nicolussi e Schlüchter 2012). In area mediterranea, l'indagine sugli speleotemi della grotta della Renella (Alpi Apuane) rivela che tra l'8200 e il 7100 BP il calo termico coincise con precipitazioni intense e continui alluvionamenti (Zhornyak et al. 2011).

Seimilacinquecento anni fa l’Optimum termico olocenico


        Tra 7000 e 6000 anni fa, l'assetto orbitale della Terra massimizzò l'insolazione estiva nell'emisfero boreale, innescando l'Optimum climatico olocenico (Holocene Climate Optimum, HCO), denominato anche Periodo ipsotermico o Periodo atlantico. In questa fase l'arco alpino si presentava pressoché deglaciato, con nevi perenni relegate solo sulle cime più eccelse (Gabrielli et al. 2016; Bohleber et al. 2020; Ivy-Ochs et al. 2009). Secondo Nicolussi et al. (2009), il ghiacciaio svizzero di Tschierva si ritirò su quote molto più elevate delle attuali, a testimonianza di estati più calde di almeno 2 °C rispetto alla media 1960-1985. La straordinarietà termica dell'epoca è corroborata dal recente ritrovamento (estate 2022) di una mummia di marmotta datata 6600 BP, affiorata a ben 4300 metri di quota sul Lyskamm (monte Rosa) ed esposta a Saint-Pierre (Eurac 2022), prova inequivocabile di un limite della vegetazione innalzatosi fino a 2400 metri.

        L'archivio paleoclimatico principe di questo intervallo è la torbiera del ghiacciaio del Rutor (2510 m, Valle d'Aosta). Depostatasi indisturbata tra 8800 e 4000 anni fa in un'area oggi (fino a tempi recentissimi) coperta dai ghiacci, essa documenta estati più calde di 1,5-3 °C rispetto alla fine del Novecento. Questo sito, studiato a partire dagli anni '60 dai pionieri Luigi Peretti, Ernesto Armando e Giovanni Charrier, e nei decenni successivi da Conradin Burga (1995), Giuseppe Orombelli (1998), fino alle équipe del CNR di Milano composte da Cesare Ravazzi, Roberta Pini e Federica Badino (Badino 2016; Badino et al. 2018), dimostra come l'arretramento glaciale minimo toccato all'epoca fu il traguardo di millenni di clima mite; oggi, invece, lo scioglimento in corso si configura come il preludio a un'estinzione totale dei ghiacciai alpini. A livello globale, la monumentale analisi su 1319 serie di dati vicarianti pubblicata su Nature da Darrell Kaufman e colleghi (2020) certifica che il picco termico olocenico avvenne circa 6500 anni fa, con un surplus di 0,7 °C rispetto all'epoca preindustriale (una soglia termica oggi però sorpassata dal riscaldamento antropico superiore a 1 °C del decennio 2011-19).

        In Italia l'Optimum fu accompagnato da una piovosità estrema (soprattutto tra 7900 e 7400 BP, come attestato dagli isotopi della stalagmite dell'antro del Corchia studiata da Zanchetta et al. 2007), mentre il mare rallentava la sua risalita stabilizzandosi intorno ai livelli attuali. L'Africa settentrionale fioriva sotto l'African Humid Period: un possente spostamento a nord del monsone africano trasformò il Sahara in una savana lussureggiante e antropizzata. Contestualmente, le genti neolitiche penetravano profondamente le valli alpine (ne sono testimonianza le incisioni della val Camonica e della valle delle Meraviglie, e l'insediamento di La Maddalena a Chiomonte, nato a 800 metri di quota e oggi sconvolto dai cantieri TAV). Questa formidabile bonaccia climatica innescò il boom dei villaggi stanziali (come Travo, La Starza, e Stentinello) e permise, a partire da 7000 anni fa nel Tavoliere pugliese, la decisiva domesticazione dei cereali e delle leguminose.

Ötzi, testimone dell’inizio del periodo Neoglaciale


        Il rinvenimento di Ötzi (l'uomo del Similaun, battezzato così dal giornalista Karl Wendl), ucciso da una freccia 5300 anni fa, rappresenta uno spartiacque archeologico e climatico. Scoperto il 19 settembre 1991 dai coniugi Erica e Helmut Simon al giogo di Tisa (3210 m) al termine di un'estate torrida (Bolzano segnò un'anomalia di +1,7 °C e il ghiacciaio del Careser perse 1,73 metri di spessore), la mummia del pastore calcolitico è oggi conservata al Museo archeologico dell'Alto Adige in rigorose condizioni controllate. L'eccellente preservazione del suo corredo organico (mantellina di giunchi, pelli di cervo, arco in tasso, frecce di viburno, pugnale in selce, un'ascia di rame di origine toscana) smentisce la teoria di un seppellimento glaciale istantaneo. Studi recenti (Pilø et al. 2022) dimostrano che Ötzi cadde originariamente su un manto nevoso e che l'acqua di fusione lo dislocò progressivamente in una conca rocciosa. Per circa 1500 anni il suo corpo restò avvolto da nevi stagionali, subendo brevi e parziali esposizioni estive che ne provocarono una leggera disidratazione ma ne evitarono la decomposizione, come provano le datazioni al radiocarbonio dei detriti adiacenti che testimoniano deposizioni attive fino a 4000 anni fa.

        La morte di Ötzi si inscrive nella fase climatica di esaurimento dell'Optimum e di ingresso nel periodo Neoglaciale, dominato da un calo termico indotto dalla riduzione dell'insolazione estiva orbitale. Sulle Alpi questa transizione è marcata dalle oscillazioni fredde di Piora 1 (6100-5700 BP) e Piora 2 (5400-4900 BP). L'archivio di riferimento è il lago Cadagno (1921 m, val Piora, Ticino), dove fin dal 1960 indagini palinologiche (attualmente gestite dal locale Centro biologia alpina) registrarono un drastico tracollo dei pollini di alberi ad alto fusto (abete) a favore di erbe e arbusti. Come puntualizzato da Martinetto et al. (2018), questo diradamento forestale fu il risultato combinato del raffreddamento climatico (che aprì l'età Subboreale) e della deforestazione antropica perpetrata dai pastori dell'Età del Rame. In tale temperie fredda, la neve al giogo di Tisa si trasformò lentamente in «ghiaccio freddo» (con temperature nettamente sotto lo zero, aderente alla roccia), sigillando Ötzi fino al riscaldamento moderno.


L’evento fresco-asciutto di 4200 anni fa


        Tra il medio e il tardo Olocene s'innesta la complessa e violenta perturbazione dell'«evento 4.2 ka BP». Caratterizzata da una spiccata instabilità e regionalità, questa anomalia fu oggetto nel 2018 di un decisivo congresso internazionale promosso all'Università di Pisa da Monica Bini e Giovanni Zanchetta (Bini et al. 2019; Zanchetta et al. 2016). L'eziologia del fenomeno è complessa: il finlandese Samuli Helama (2024) la attribuisce a sfasamenti dell'Oscillazione barica nord-atlantica (NAO) e a repentine traslazioni latitudinali della Zona di convergenza intertropicale (ITCZ). Tali derive emisferiche "spaccarono" l'Italia in due: mentre l'area alpina e settentrionale risultava fredda e piovosa, il Centro-Sud veniva investito da condizioni estive torride e sterili. I dati foraminiferici del canale di Sicilia (Margaritelli et al. 2020) certificano un innalzamento termico, mentre laghi (Accesa, Massacciuccoli, Greppo, Padule) e grotte (Corchia, Renella) centro-appenniniche attestano tra il 4300 e il 3800 BP severe megasiccità con connesso arretramento forestale (Di Rita e Magri 2019). A livello macroregionale, lo spostamento a sud del monsone decretò la fine della savana e la desertificazione definitiva del Sahara. Questa instabilità idrogeologica provocò la crisi di numerose civiltà tra Mediterraneo ed Estremo Oriente (Egitto, Mesopotamia, Valle dell'Indo), costringendo, per contro, le popolazioni nord-italiane a fondare comunità adattive sulle sponde dei laghi: nacquero i villaggi palafitticoli (Viverone, Varese, Ledro, Polada), ingegnosamente strutturati per assorbire le rapide oscillazioni dei livelli idrici (Magny et al. 2013 e 2022).

La crisi di aridità dell’età del Bronzo, 3200 anni fa


        All'inizio dell'Età del Bronzo (tra 3600 e 3200 anni fa) l'insediamento umano si strutturò nei complessi agglomerati fortificati delle terramare (neologismo ottocentesco derivato da "terre-marne", monticoli organici estratti a fini fertilizzanti). Siti archeologici nevralgici come Montale (Modena), Santa Rosa di Poviglio (Reggio Emilia) e Fondo Paviani (Verona) dominarono la pianura Padana governando scambi metallurgici avanzati e il commercio dell'ambra con l'Europa centro-settentrionale. La formidabile perizia ingegneristica di queste genti, primatisti nella gestione di canali irrigui per farro, frumento e leguminose, permise loro di assorbire l'urto della temporanea avanzata glaciale detta oscillazione di Löbben (3800-3400 BP, dal nome di una torbiera austriaca). Tuttavia, intorno al 3200 BP, il sistema terramaricolo implose violentemente. Il collasso, documentato da Cremaschi (2009) e Cremaschi et al. (2015), originò dalla sovrapposizione letale tra il superamento della capacità di carico ambientale (deforestazione endemica, sterilità dei suoli, erosione fluviale) e un prolungato forcing climatico: una sequenza decennale di siccità (forse innescata da minimi di attività solare) prosciugò falde e torrenti. Questo collasso locale s'inquadra nella più vasta e traumatica Crisi dell'Età del Bronzo mediterranea (registrata termicamente in Sicilia sempre da Margaritelli et al. 2020 come fase di riscaldamento), sfociata nelle ondate migratorie dei «Popoli del Mare» e nella caduta di Troia. In Val Padana le terramare a sud del Po vennero disertate, provocando l'esodo verso gli alvei dei fiumi maggiori (i profughi di Fondo Paviani fondarono l'insediamento di Frattesina nel Polesine).

Dagli Etruschi ai Galli


        La transizione all'Età del Ferro in Italia si apre nel segno della cultura villanoviana (scoperta nel 1853 a Villanova di Castenaso, Bologna). Su questo orizzonte demografico si abbatté una fase climatica moderatamente fredda e piovosa compresa tra 2800 e 2400 anni fa, formalmente nota come oscillazione di Göschenen I (dal toponimo di una torbiera nel canton Uri svizzero). Originata da un calo termico medio di circa mezzo grado e associata all'attività del minimo solare omerico, essa generò sui versanti alpini modeste avanzate glaciali, che tuttavia non eccedettero l'estensione massima futura della Piccola età glaciale (Boxleitner et al. 2019). Tali avanzate sono inequivocabilmente confermate dal disseppellimento di orizzonti torbosi presso le morene frontali del ghiacciaio del Lys (alpe Courtlys, Gressoney) risalenti proprio a 2700 anni fa (Ravazzi et al. 2001). Si presume che questo clima rigido e piovoso a nord delle Alpi abbia spinto nuove tribù a svalicare i passi del San Gottardo, San Bernardino e Spluga. Questa pressione demografica arricchì il bacino prealpino, portando all'apogeo la cultura di Golasecca (Varese - lago Maggiore), crocevia commerciale (sale, ambra, ceramica, uso innovativo della ruota come attesta la tomba di Sesto Calende) tra i Celti transalpini e l'Etruria padana. Questo prospero e articolato mosaico etno-culturale verrà infine destrutturato, intorno a 2400 anni fa, dalla discesa militare dei popoli Galli appartenenti alla cultura La Tène.

L. Mercalli, Breve storia del clima in Italia. Dall'ultima glaciazione al riscaldamento globale, Einaudi, Torino 2025 (Capitolo 1 - Storia del clima e dell’umanità)


Capitolo 1

Clima profondo

        Il 22 agosto 2014, a Lavarone (Trentino), il convegno L’Avez del Prinzep: com’era il clima 230 anni fa? ha celebrato l'Avez del Prinzep, l’abete bianco più imponente d’Italia (52,15 metri). Questo albero rappresenta un eccezionale archivio biologico: i suoi anelli di accrescimento sono una registrazione ininterrotta delle anomalie meteorologiche del passato. Minato da funghi parassiti, l'abete è crollato il 13 novembre 2017 durante una tempesta precedente e meno intensa di Vaia. Le analisi successive sui resti esposti nei musei hanno ricalcolato la sua età a circa 250 anni, fissando la sua nascita intorno al 1767, nel pieno della Piccola età glaciale. L'Avez dimostra come il clima sia l'elemento costitutivo fondamentale degli organismi viventi: la sua crescita, così come l'esistenza umana, è fisicamente plasmata dalle precipitazioni e dalle temperature. Tuttavia, a differenza degli alberi, gli esseri umani hanno una memoria meteorologica inaffidabile, soggettiva e di breve durata. Rispetto al «tempo profondo» terrestre descritto da Henry Gee (2006), la registrazione strumentale del clima copre appena tre secoli, integrabile con due millenni di fonti scritte e una più vasta estensione di proxy geochimici e biologici. La ricostruzione climatica è oggi cruciale: storicamente la specie umana ha subito passivamente le variazioni climatiche (al netto di locali deforestazioni), ma a partire dalla rivoluzione industriale, fondata sui combustibili fossili, ha iniziato ad alterare la chimica atmosferica e il bilancio energetico terrestre. Occorre abbandonare l'alibi dell'eterna mutabilità naturale del clima per assumersi la responsabilità di un cambiamento climatico inedito e antropogenico. L'Italia, un tempo culla della climatologia, rischia oggi l'oblio documentale, mentre il dibattito pubblico è inquinato da approssimazioni e memorie distorte che ignorano decenni di indagini scientifiche multidisciplinari.

Risorgimento climatico

        Nel 1986, il modesto e polveroso archivio del Comitato glaciologico italiano, situato a Torino nel secentesco palazzo Carignano (già sede del primo parlamento e del Museo nazionale del Risorgimento), custodiva un immenso ma trascurato patrimonio di dati climatici globali. Tra estratti ottocenteschi, il «Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano», il «Journal of Glaciology» e i manuali dell'IAHS, emergevano le prime avvisaglie del riscaldamento globale documentate sulla rivista «Climatic Change» (fondata da Stephen H. Schneider nel 1977). Tra quelle carte spiccavano gli studi sui ghiacciai alpini di Umberto Mònterin e, soprattutto, i testi fondativi della climatologia storica, come il capolavoro del francese Emmanuel Le Roy Ladurie, Tempo di festa tempo di carestia. Storia del clima dall’anno mille (Francia 1967, Einaudi 1982). Oggi l'archivio è stato trasferito in corso Massimo d’Azeglio, salvato dal degrado, ma l'impronta di quella fase pionieristica rimane. La climatologia storica italiana sconta tuttora una cronica frammentazione disciplinare e l'incomunicabilità tra fisici dell'atmosfera, umanisti e scienze ambientali. Fondamentale in questo senso è stato il ruolo di figure ponte come Giovanni Mortara (geologo del CNR-IRPI), maestro nell'integrare i segni geologici delle alluvioni con le antiche cronache. Nonostante la digitalizzazione moderna e la disponibilità di sterminati archivi cronachistici, in Italia manca ancora un database nazionale unificato, al netto di importanti iniziative come Archlim (Società meteorologica italiana) o Polaris (CNR). Per gestire questa mole di informazioni eludendo l'aridità del puro catalogo, la narrazione storica deve farsi discorsiva, inglobando i riferimenti bibliografici e cronologici direttamente nel testo. Dal punto di vista geografico, il baricentro della ricerca climatica italiana resta fisiologicamente sbilanciato sul bacino padano e alpino.

La storia del clima come disciplina scientifica

        Nel corso del Novecento, la storiografia ufficiale ha sistematicamente escluso il clima dalle determinanti storiche. Tale rifiuto nasceva come reazione al determinismo geografico (o théorie des climats), un filone di pensiero che, da Ippocrate e Aristotele fino a Montesquieu e al geografo tedesco Friedrich Ratzel (1844-1904), attribuiva i caratteri morali e politici dei popoli in via esclusiva al clima, sfociando in derive palesemente razziste e colonialiste. Tuttavia, gli storici dell'ambiente Marco Armiero e Stefania Barca (2004) denunciano l'eccesso opposto: rimuovere l'ecologia per paura del determinismo significa ignorare i pesanti condizionamenti reali imposti dalla natura alle civiltà. L'attuale paradigma si fonda sul possibilismo geografico di Paul Vidal de la Blache (1845-1918) e Lucien Febvre (1878-1956, École des Annales): l'ambiente fisico condiziona la storia in modo non univoco, lasciando all'essere umano la facoltà di plasmare il territorio. Le variabili climatiche agiscono come fattori incidentali in grado di esacerbare crisi latenti (carestie, epidemie, migrazioni). Dopo le analisi italiane sulla teoria dei climi di Mario Pinna (1988), il vero istitutore della climatologia storica moderna è Emmanuel Le Roy Ladurie (1929-2023), che assegna al clima il ruolo di innesco, di "pistolero meteorologico". I suoi studi dal 1959 affrontarono lo scherno accademico, prima che la disciplina si affermasse a livello globale negli anni '70 grazie alla monumentale, seppur oggi parzialmente rivista (specie sull'Optimum medievale), opera di Hubert Horace Lamb, Climate. Present, past and future (1972-1977). Successivamente, la Svizzera è divenuta l'avanguardia del settore grazie alla scuola dell'Università di Berna diretta da Christian Pfister (creatore del database EuroClimHist; opere di riferimento: 2015a; Pfister, White e Mauelshagen 2018).

La storia del clima in Italia

        Mentre in Francia la ricostruzione climatica vanta radici antiche con l'opera di Joseph-Jean-Nicolas Fuster (Des Changements dans le climat de la France..., 1845) e François Arago (Sur l’État thermométrique du globe terrestre, 1858, aggiornato nel 1987 da Pierre Alexandre estendendosi fino all'Italia centro-settentrionale), la penisola italiana è sempre stata priva di una monografia unificatrice. Esiste una vastissima ma disomogenea letteratura locale, parzialmente catalogata dalla Bibliografia climatologica italiana di Vittorio Cantú e Pierino Narducci (quinta edizione 2019: oltre 3000 riferimenti dal 1561). Lo storico Martin Bauch (2018a) sottolinea l'incredibile ma inesplorata densità delle fonti narrative medievali italiane, nonostante i pionieristici lavori di recupero condotti da Emanuela Guidoboni (2010), Dario Camuffo (1990, con Silvia Enzi 1992) ed Enzi et al. (2013). Le prime sintesi sistematiche in area alpina si devono a Umberto Mònterin (Il clima sulle Alpi ha mutato in epoca storica?, 1937) e successivamente a Mario Pinna (anni '70-'80). Il blocco principale rimane metodologico: la mancata integrazione tra ricerca umanistica e i dati quantitativi delle scienze paleoclimatologiche (dendroclimatologia, paleopalinologia, glaciologia, ecc.). Come avverte Pfister (2003), la collaborazione interdisciplinare richiede una totale fiducia reciproca, poiché gli scienziati naturali faticano a dominare la complessa critica umanistica delle fonti. Un modello virtuoso è stato il progetto Archlim (2010-2012), che ha unito la Società meteorologica italiana con il dipartimento di Storia dell'Università di Torino (Giuseppe Sergi, Patrizia Cancian; pubbl. Mercalli et al. 2012, Cancian et al. 2012). Tuttavia, l'analfabetismo ecologico persiste: manuali accademici fondamentali, come L’età contemporanea di Alberto Mario Banti (2009), omettono del tutto la variabile ambientale dalla narrazione storica.

Tempo e clima, archivi storici, archivi biogeochimici

        Dal punto di vista epistemologico, occorre separare il tempo meteorologico (lo stato dell'atmosfera in un preciso istante) dal clima (lo stato medio su almeno un trentennio, comprensivo della distribuzione degli eventi estremi). Il cambiamento climatico altera in modo permanente queste medie e distribuzioni a lungo termine. La storiografia climatica incrocia due tipologie di archivi: gli archivi biogeochimici (come l'analisi isotopica dei fossili o i sedimenti), che forniscono medie di lungo periodo e tracce di alterazioni violente, e gli archivi storici e cronachistici, che fotografano con estrema precisione brevi eventi meteorologici (ondate di gelo, tempeste) i quali, se aggregati statisticamente, definiscono il clima dominante di un'epoca. Per la datazione, se le scienze naturali ricorrono al decadimento isotopico (Carbonio-14, Berillio-10) accettando margini di incertezza decennali, le fonti scritte presentano altre insidie: le variazioni di calendario (il passaggio dal giuliano al gregoriano nel 1582), gli stili di datazione locali (il caso di Venezia analizzato da Camuffo et al. 2017a) e i secolari errori di trascrizione (come studiato da White, Pfister e Mauelshagen 2018). Proprio per evitare la propagazione di alterazioni posticce, la metodologia più prudente prescrive il mantenimento delle date originali dei documenti.

Il clima mediterraneo a due tempi e il Paese dove fioriscono i limoni

        L'Italia, eccezion fatta per la dorsale alpina, incarna il tipico clima mediterraneo di media latitudine (tra 36 e 46° N). L'immaginario romantico ha forgiato il mito di una penisola immersa in una perpetua, mite e solare primavera, eternata da Goethe nel 1795 (ne Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister): «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni». Questa percezione idealizzata è il prodotto del freddo patito dalle popolazioni nordeuropee durante la Piccola età glaciale. In realtà, il clima mediterraneo non ha la costante stabilità tropicale delle Maldive (28 °C invariati tutto l'anno), ma possiede una natura severa e capricciosa. Lo storico fondativo Fernand Braudel (1902-1985), in Memorie del Mediterraneo (1969, postumo 1998), lo definisce magistralmente un «motore a due tempi»: le mezze stagioni sono irrilevanti, schiacciate tra inverni aspri e piovosi ed estati torride e siccitose. Questo motore meteorologico funziona spesso in modo irregolare (precipitazioni intempestive, gelate primaverili, scirocco distruttivo) minacciando costantemente le rese agricole; eppure, pur nei suoi scompensi (che si alternano a rare bonacce invernali esenti da bora o maestrale), le sue brutali accelerazioni e frenate hanno scandito per venti millenni l'intera evoluzione della civiltà.

R. Panikkar, Opera Omnia I/1, Mistica. Pienezza di Vita, Jaca Book, Milano 2008, Introduzione pp. 1-9

          pp. 1-9           Questo primo volume dell'opera omnia assume una connotazione autobiografica , ergendosi a chiave ermeneutica...