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domenica 31 maggio 2026

Introduzione alla storia della filosofia antica

Premessa


Queste lezioni scritte di Filosofia Antica assumono come testo di riferimento G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, Bompiani, Milano 2018. Il mio intento è quello di riassumere gli aspetti principali dei vari capitoli (seguendone la struttura) e di integrarli con delle piccole annotazioni o commenti, debitamente segnalati. Ogni post si conclude con degli approfondimenti transdisciplinari che il capitolo permette e alcune idee didattiche. 

GR, op. cit., pp. 27-53.

1. La nascita della filosofia in grecia

1.1 La filosofia come peculiare creazione del genio greco
La genesi della filosofia rappresenta un unicum assoluto nella storia del pensiero umano, configurandosi come una peculiare creazione del genio greco. Mentre per altre discipline e abilità tecniche è possibile rintracciare parallelismi, prestiti o antecedenti presso le civiltà orientali (che spesso raggiunsero livelli di progresso antecedenti o pari a quelli ellenici), per la filosofia non esiste alcun corrispettivo analogo in Oriente. Qualora si volesse operare un confronto tra la civiltà greca e le culture orientali precedenti, l'eventuale superiorità greca negli altri ambiti risulterebbe di natura meramente quantitativa. Al contrario, l'innovazione apportata con la nascita della filosofia è di natura qualitativa: i Greci non si sono limitati ad ampliare saperi preesistenti, ma hanno generato un modo di pensare totalmente nuovo, istituendo quelle categorie logiche essenziali che avrebbero poi fondato l'intera scienza e la razionalità occidentale. Comprendere questo scarto rivoluzionario è fondamentale per capire perché la scienza, nel senso rigoroso del termine, sia potuta nascere unicamente in Occidente.

1.2. La rivoluzione culturale connessa con la nascita della filosofia e con il passaggio dalla «cultura dell'oralità» alla «civiltà della scrittura»
Prima dell'avvento della filosofia, la cultura greca arcaica si fondava su un'oralità mimetico-poetica. I poeti, in particolare Omero ed Esiodo, fungevano da "enciclopedia tribale", custodi di un sapere trasmesso attraverso la memorizzazione e la ripetizione ritmica. Questa forma di comunicazione generava una partecipazione emotiva e una totale identificazione del soggetto conoscente con l'oggetto del racconto (le vicende mitiche). La nascita della ricerca filosofica ha scardinato questo assetto introducendo l'oralità dialettica: attraverso la dinamica della domanda e della risposta, la dialettica costringeva l'interlocutore a spezzare il flusso narrativo e l'incanto poetico per spiegare razionalmente il significato di ciò che diceva. Questo processo ha stimolato il pensiero astratto e la separazione tra il "soggetto" conoscente (che acquisisce così l'autocoscienza) e l'"oggetto" conosciuto. Sebbene studiosi come Havelock abbiano attribuito questa rivoluzione unicamente all'invenzione della scrittura, G. Reale precisa che è stata in realtà la nuova mentalità speculativa (nata con i primi filosofi e portata a compimento da Socrate e Platone) a rendere irreversibile e necessaria la diffusione della scrittura, trasformandola da mero ausilio mnemonico a strumento indispensabile per fissare e sviluppare concetti astratti non più legati al ritmo poetico.

Nota mia - la falsa dicotomia tra mythos e logos
G. Reale descrive il passaggio dall'oralità poetica (il mito) alla razionalità filosofica (il logos) in modo quasi chirurgico, come se la ragione avesse improvvisamente spazzato via la mentalità magica. In realtà, autori come Giorgio Colli o Marcel Detienne,  sostengono che il logos nascente sia in realtà intriso di elementi irrazionali, oracolari e mistici. N'è conferma il fatto che Parmenide, per fondare la logica occidentale, non scrive un trattato, ma un poema in esametri omerici in cui narra una rivelazione ricevuta da una Dea. Ancora: Empedocle si presenta come un guaritore sciamanico; Eraclito usa il linguaggio volutamente oscuro e allusivo dell'oracolo di Delfi. La filosofia, insomma, non nasce come una scienza fredda, ma "ruba" il linguaggio della sapienza misterica e lo trasforma lentamente.

1.3. Infondatezza della tesi di una presunta derivazione della filosofia dall'Oriente
L'idea che la filosofia greca derivi da antiche sapienze orientali è storicamente e teoreticamente infondata. Nata in epoca ellenistica per intenti "nazionalistici" da parte di sacerdoti egiziani e dotti ebrei alessandrini (che miravano a rivendicare la primogenitura del sapere, arrivando a definire Platone un "Mosè atticizzante"), questa tesi è stata ripresa erroneamente da alcuni orientalisti moderni. La critica rigorosa, tuttavia, l'ha smontata attraverso argomentazioni incontrovertibili:
  • In epoca classica, nessun autore greco (né Erodoto, né Platone, né Aristotele) ha mai accennato a una derivazione orientale della filosofia, riconoscendo all'Oriente solo la scoperta di saperi pratici come la matematica o l'astronomia.
  • La tesi dell'origine orientale prese piede solo quando la filosofia greca, nell'ultima sua fase mistico-ascetica, perse il suo vigore speculativo e iniziò a cercare giustificazioni in rivelazioni religiose superiori.
  • Le presunte "coincidenze" tra dottrine orientali e sistemi greci (es. Pitagora e la Cina, Eraclito e la Persia) sono il frutto di analogie arbitrarie e illusioni ottiche, ottenute forzando concetti orientali all'interno di categorie logiche occidentali. I popoli orientali possedevano miti cosmologici e profonde convinzioni religiose, ma non una scienza filosofica basata sulla pura ragione. Anche ammettendo contatti empirici, i Greci non si limitarono a importare concetti, ma li trasformarono strutturalmente.

1.4. I Greci e la creazione della scienza geometrica
Un chiaro esempio della capacità trasformativa dei Greci si osserva nella matematica e nella geometria. I Greci appresero le nozioni aritmetiche e geometriche primordiali dagli Egiziani, ma queste ultime erano di natura esclusivamente pratico-operativa (servivano per misurare i campi dopo le inondazioni del Nilo o per calcolare le derrate alimentari). I Greci, a partire dai Pitagorici, elevarono queste regole empiriche a livello conoscitivo e teorico, creando la teoria generale dei numeri e l'impianto assiomatico della geometria. Ciò che in Egitto era tecnica materiale, in Grecia divenne una scienza pura e speculativa, essenziale, come teorizzerà Platone, per purificare l'anima dal mondo del divenire e prepararla alla comprensione dell'essere.

1.5. Trasformazione dell'astronomia e della cosmologia in scienza operata dai Greci
Una dinamica identica si verificò per l'astronomia. Mentre i Babilonesi registravano i fenomeni celesti con grande precisione ma per scopi esclusivamente astrologici, utilitaristici e divinatori, i Greci (da Talete fino a Tolomeo, passando per la geniale ma prematura intuizione eliocentrica di Aristarco) trasformarono l'astronomia in una vera e propria scienza teorica. Essi epurarono l'osservazione degli astri dalle sovrastrutture magico-mitiche per ricercare la struttura razionale del cosmo e il moto oggettivo dei pianeti, mossi da quello stesso "spirito teorico" che aveva animato la nascita della filosofia.

Nota - decostruzione dell'Eurocentrismo
La storiografia contemporanea ha ampiamente dimostrato come le civiltà del Vicino Oriente Antico (in particolare la complessa rete amministrativa, burocratica e cosmologica sumera, o l'avanzata osservazione astronomica babilonese ed etc) non fornirono ai Greci solo strumenti materiali o regole di calcolo empirico. I Greci assimilarono e rielaborarono veri e propri pattern narrativi (Transfert culturale), mitologemi e strutture di pensiero. Il salto qualitativo del logos greco non avviene nel vuoto o per una presunta superiorità genetica o "miracolosa", ma è il risultato di un formidabile riadattamento speculativo di un materiale intellettuale orientale già estremamente sofisticato e capace di astrazione. I primi pensatori della Ionia erano immersi in un crocevia commerciale dove le idee mesopotamiche circolavano liberamente; separare in modo così netto "Oriente" e "Occidente" è una forzatura ideologica di stampo hegeliano, ormai superata. Esponenti di questa tesi sono studiosi come Walter Burkert o Martin L. West. 

1.6. La creazione ellenica della medicina e suoi rapporti con la filosofia  
Anche la medicina subì in Grecia una trasmutazione radicale, passando da una fase di guarigione magico-religiosa (legata ai santuari di Asclepio) o empirica (come quella dei papiri egizi, pur ricca di indicazioni causali) a una scienza rigorosa. La scuola ippocratica instaurò un rapporto strettissimo con l'atteggiamento della filosofia naturalistica: la malattia non fu più vista come un intervento divino o demoniaco, ma come un fenomeno da indagare all'interno di un ordine universale di cause ed effetti naturali. Senza la preliminare rivoluzione concettuale della filosofia, che instillò la fiducia nell'osservazione razionale della natura, la medicina scientifica non sarebbe mai nata.

 2. Le forme della vita spirituale greca che prepararono la nascita della Filosofia

2.1. I poemi omerici
La filosofia non nacque dal nulla, ma trovò il suo terreno di coltura nella precedente vita spirituale greca, plasmata innanzitutto dai poeti, e da Omero in particolare, vero educatore della grecità. A differenza dei miti orientali, spesso caotici e mostruosi, l'immaginazione omerica si strutturava secondo un profondo senso dell'armonia, della proporzione, del limite e della misura, concetti che diventeranno i pilastri della metafisica greca. Inoltre, pur operando su un piano fantastico e mitico, l'epica omerica non si limitava a giustapporre eventi, ma ricercava costantemente la motivazione e la ragione sufficiente (il "perché") delle azioni, preparando così la strada alla ricerca filosofica delle "cause" e dei "principi". Infine, Omero presentava la realtà nella sua totalità, collocando l'uomo in una visione d'insieme dell'universo, anticipando la vocazione olistica e sistematica del pensiero filosofico.

2.2 Gli Dei della religione pubblica e la loro relazione con la filosofia
Un ruolo decisivo fu giocato dalla peculiarità della religione greca, all'interno della quale occorre distinguere tra religione pubblica e religione dei misteri (Orfismo). La religione pubblica, modellata da Omero ed Esiodo, era una religione squisitamente naturalistica. Gli Dèi non erano entità trascendenti e ineffabili, ma forze naturali personificate, esseri umani idealizzati e quantitativamente superiori, ma non qualitativamente diversi dall'uomo. Di conseguenza, l'uomo greco non doveva annientare la propria natura per elevarsi al divino, ma semplicemente "essere se stesso" e seguire l'ordine naturale. I primi filosofi naturalisti (come Talete, che affermava "tutto è pieno di Dei") tradussero razionalmente proprio questa visione. Ma il fattore in assoluto più determinante fu l'assenza di dogmi fissi e di una casta sacerdotale custode di testi sacri inalterabili. Questa mancanza di ortodossia e di autorità dottrinale garantì ai Greci una libertà di speculazione inestimabile, non ostacolata da dogmi rivelati che, presso i popoli orientali, avevano inibito sul nascere ogni pensiero critico autonomo.

2.3 Le condizioni politiche, sociali ed economiche che favorirono la nascita della filosofia presso i Greci
L'ultimo fattore abilitante fu di natura socio-politica. Mentre l'uomo orientale era suddito, vincolato a una cieca obbedienza al potere politico e religioso, l'uomo greco maturò la consapevolezza di essere cittadino di uno Stato libero (la polis). L'orizzonte dello Stato coincise con l'orizzonte etico del cittadino, che riconosceva nelle leggi della città la propria stessa essenza e libertà. Non è un caso che la filosofia sia sbocciata non in madrepatria, ma nelle colonie (prima in Asia Minore, in Ionia, e successivamente in Magna Grecia). Qui, il grande dinamismo commerciale, il rapido raggiungimento del benessere economico e, soprattutto, la lontananza dalle tradizioni più conservatrici della madrepatria, permisero la fioritura delle prime libere istituzioni democratiche e repubblicane. Fu proprio questo clima di straordinaria libertà, mobilità e vivacità culturale a offrire lo slancio vitale necessario per la nascita e lo sviluppo del libero pensiero filosofico.

3. Il concetto e il fine della filosofia antica

3.1. I tratti essenziali della filosofia antica: contenuto, metodo e scopo
Per comprendere appieno l'identità della nascente filosofia greca, è necessario analizzarla attraverso tre coordinate fondamentali: il suo oggetto d'indagine, il metodo utilizzato e il fine perseguito.
Per quanto riguarda il contenuto, la filosofia intende spiegare la totalità delle cose, ossia l'«intero» della realtà. A differenza delle scienze particolari, che isolano e studiano frammenti o settori specifici del reale (come i numeri per la matematica o le malattie per la medicina), la filosofia si pone la domanda primordiale: qual è il principio di tutte le cose?
Relativamente al metodo, la filosofia mira a una spiegazione puramente razionale di tale totalità. Essa non si accontenta dell'osservazione empirica dei dati, né si affida alle narrazioni allegoriche del mito, ma ricerca la «causa» e il «perché» ultimo delle cose affidandosi esclusivamente al logos (la ragione, l'argomentazione logica).
Infine, per quanto concerne lo scopo, la filosofia si configura come puro desiderio di conoscere, privo di finalità pratiche o utilitaristiche. Essa è theoria (contemplazione disinteressata della verità). Come affermerà Aristotele, le altre scienze saranno forse più necessarie alla sopravvivenza materiale dell'uomo, ma nessuna sarà "superiore" alla filosofia, poiché essa sola è libera, avendo in se medesima il proprio fine.

3.2. La filosofia come «bisogno» insopprimibile dello spirito umano
La filosofia non rappresenta un'invenzione casuale o un lusso superfluo per pochi intellettuali, ma scaturisce da una necessità vitale della mente umana. Platone e Aristotele individuarono la radice psicologica ed esistenziale del filosofare nella meraviglia (o stupore). Di fronte alla vastità dell'universo, al moto degli astri e all'enigma stesso della vita e della morte, l'uomo antico provò un senso di smarrimento e ammirazione che lo spinse inevitabilmente a porsi domande. Poiché l'essere umano è strutturalmente incline alla conoscenza, rinunciare alla meraviglia e all'indagine filosofica significherebbe tradire la propria stessa natura. Il bisogno di filosofare è talmente radicale che, paradossalmente, persino per negare la validità della filosofia è necessario elaborare un'argomentazione logica, finendo in tal modo, inevitabilmente, per filosofare.

4. Problemi fondamentali della filosofia antica

Con la maturazione del pensiero greco, la filosofia ha progressivamente articolato e differenziato il proprio campo d'indagine, dando origine ai problemi fondamentali che costituiscono tuttora l'impalcatura del sapere occidentale.
  • Il problema cosmologico e ontologico: fu la primissima domanda posta dai filosofi Presocratici. Essi si interrogarono sulla physis (la natura), cercando l'arché, il principio originario da cui tutto si genera. Con la maturità del pensiero greco, questo problema si evolverà nel problema ontologico (lo studio dell'Essere in quanto tale) e nel problema teologico (l'indagine sul Principio supremo e divino, separato dalla materia).
  • Il problema antropologico ed etico: Con i Sofisti e, in modo radicale, con Socrate, l'attenzione speculativa subì una "rivoluzione", spostandosi dal cosmo all'uomo. Emerse l'interrogativo su quale sia la natura profonda dell'uomo e, di conseguenza, il problema etico: in cosa consista la vera virtù, come l'individuo debba comportarsi e quale sia la via per raggiungere la felicità.
  • Il problema gnoseologico e logico: Con l'avanzare della riflessione, divenne inevitabile chiedersi non solo cosa sia la realtà, ma come possiamo conoscerla. Nacque così il problema gnoseologico (l'origine e i limiti della conoscenza) e il problema logico (la codificazione delle regole del retto pensare e del metodo argomentativo valido). A questi si affiancò, infine, il problema estetico, legato alla determinazione della natura dell'arte e del Bello.
Nota - Scavare ermeneuticamente e linguisticamente
Sembra che, in questa classificazione, Reale definisca concetti enormi come "verità", "ragione" o "natura" dando per scontato che queste parole avessero per i Greci lo stesso significato che hanno per noi oggi. In realtà, non si può ignorare lo slittamento semantico delle parole fondamentali. Physis non era la "natura" come paesaggio o materia, ma l'atto stesso del nascere, dello sbocciare continuo delle cose. Aletheia (verità) non era l'esattezza logica di un'affermazione, ma il "non-nascondimento", lo strappare qualcosa dall'oblio. Manca l'attenzione chirurgica a come la traduzione del lessico greco nei secoli abbia modificato la nostra stessa coscienza.

5. Fasi e periodi della filosofia antica

La storia della filosofia antica, che si estende per oltre un millennio (dal VI sec. a.C. al 529 d.C., anno in cui Giustiniano chiuse le scuole pagane), non è un flusso indistinto, ma un percorso logico-storico suddivisibile in sei periodi fondamentali:
  1. Il periodo naturalistico (VI - V sec. a.C.): comprende i pensatori della Ionia, i Pitagorici, gli Eleati e i Fisici pluralisti. È la fase delle origini, in cui l'interesse speculativo è assorbito in modo quasi esclusivo dal problema della natura e del cosmo. I filosofi di questo periodo ricercano il principio unico (acqua, aria, fuoco, numero, essere) che regge i molteplici fenomeni dell'universo.
  2. Il periodo umanistico (V - IV sec. a.C.): coincide con l'Illuminismo greco ed è dominato dalle figure dei Sofisti e, in antitesi a loro, di Socrate. Si assiste a uno spostamento radicale dell'asse della ricerca: il macrocosmo viene abbandonato a favore del microcosmo (l'uomo). Al centro dell'indagine vi sono la società, il linguaggio, i valori morali e la definizione di cosa renda l'uomo autenticamente tale.
  3. Il periodo delle grandi sintesi (IV sec. a.C.): rappresenta l'apogeo del pensiero classico ed è incarnato dai due giganti della filosofia: Platone e Aristotele. In questa fase avviene la fondamentale scoperta del mondo soprasensibile (il trascendente). Vengono elaborati sistemi filosofici imponenti e onnicomprensivi, capaci di inquadrare in un ordine gerarchico tutta la realtà e tutte le discipline, superando le unilateralità dei periodi precedenti.
  4. Il periodo delle scuole ellenistiche (dalla fine del IV sec. a.C. in poi): A seguito della conquista macedone e del crollo della polis come orizzonte etico-politico, il pensiero greco si riorganizza. Nascono grandi scuole come lo Stoicismo, l'Epicureismo e lo Scetticismo. La filosofia diventa prevalentemente un'arte di vivere: l'indagine fisica e logica passano in secondo piano rispetto all'urgenza dell'etica, con l'obiettivo di fornire all'individuo sradicato una via per raggiungere l'imperturbabilità (l'atarassia) e la pace interiore.
  5. Il periodo religioso (Età imperiale e Tardoantica): Rappresenta l'ultima grande stagione del pensiero pagano, espressa in sommo grado dal Neoplatonismo (di Plotino e dei suoi successori). L'esigenza preminente diventa di natura mistico-religiosa: in un'epoca di profonda crisi spirituale, la filosofia non mira più solo a spiegare il mondo o a consolare l'animo, ma si propone come un itinerario ascetico per permettere all'anima di fuggire dal corpo materiale e ricongiungersi, tramite l'estasi, con l'Uno originario.
  6. Il periodo cristiano (fase formativa): Pur appartenendo a un paradigma diverso (quello della rivelazione biblica e non della sola indagine razionale), il pensiero cristiano delle origini e della Patristica si inserisce in questa scansione in quanto dovrà inevitabilmente confrontarsi con le categorie logiche e metafisiche greche per poter formulare concettualmente i propri dogmi e difenderli intellettualmente, chiudendo l'orizzonte dell'antichità classica e gettando le basi filosofiche per l'intera epoca medievale.
Nota - Il platocentrismo di G. Reale
Reale sembra costruire la propria narrazione della filosofia greca antica per far sembrare che tutto ciò che viene prima (i Presocratici, i Sofisti) sia solo un "tentativo imperfetto" o una fase di preparazione all'arrivo dei grandi sistemi di Platone e Aristotele. In realtà, incasellare i primi pensatori in categorie come "problema ontologico" o "gnoseologico" significa usare etichette inventate a posteriori (da Aristotele) per giudicare pensatori che vivevano in un orizzonte completamente diverso. I primissimi naturalisti non si ponevano il "problema cosmologico" in senso accademico, ma cercavano di nominare la scaturigine vitale del mondo prima che esistesse la divisione tra fisica e metafisica. Questi autori, al massimo, preferivano il concetto di Ilozoismo (la materia vivente), cioè - per loro - l'intero cosmo era un organismo vivente e divino. Essi non cercavano di risolvere un asettico "problema cosmologico", ma cercavano il nome dell'energia vitale primordiale. Ne risulta che ogni fare ha in sé un senso e una compiutezza. 
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Collegamenti transdisciplinari

Letteratura e linguistica
Sulla transizione dall'oralità alla scrittura, oltre al saggio di Havelock, risulta importante anche Oralità e scrittura dell'antropologo e linguista Walter Ong. Ong spiega, sulla stessa linea di Reale, come la scrittura ristrutturi la coscienza, permettendo il pensiero analitico, subordinativo e filosofico, impossibile in una cultura a dominanza orale (omerica).
In letteratura, invece, Jorge Luis Borges è forse l'autore che più ha incarnato l'essenza del problema ontologico e logico greco. Racconti come La biblioteca di Babele o Funes o della memoria esplorano i limiti della conoscenza umana, l'ordine cosmico e la differenza tra l'accumulo empirico di dati (tipico delle antiche civiltà orientali) e la necessità di astrazione razionale.


Storia dell'arte
Sul concetto di armonia, limite e misura è possibile analizzare la produzione artistica di Policleto. Come Omero preparò la mente greca al concetto di armonia, la scultura greca classica ne è la traduzione visiva. Il collegamento d'elezione è il Doriforo di Policleto. Policleto, infatti, non scolpisce un uomo specifico (empirismo), ma l'idea di uomo basata su proporzioni matematiche perfette. È l'esatto equivalente visivo della trasformazione della geometria egizia (pratica) in scienza pura e teorica dei Pitagorici.
Per quanto riguarda le fasi più recenti della filosofia greca, l'affresco La Scuola di Atene di Raffaello Sanzio è la sintesi visiva del terzo periodo della filosofia greca. Platone che indica il cielo (il mondo soprasensibile) e Aristotele con la mano tesa verso terra (l'indagine fisica ed etica del mondo immanente) riassumono perfettamente l'apice del pensiero classico e l'indagine sulla totalità del reale.

Storia delle scienze naturali e umani
Il concetto di filosofia come indagine razionale pura e disinteressata si collega direttamente all'epistemologia moderna, in particolare a Thomas Kuhn e a La struttura delle rivoluzioni scientifiche. I Greci, infatti, non aggiunsero nozioni ma crearono un nuovo "paradigma" mentale rispetto a ciò che c'era prima. Inoltre, la distinzione tra l'astronomia babilonese (astrologica/pratica) e quella greca (teorica) è la stessa che separa l'alchimia dalla chimica moderna, o l'astrologia dall'astronomia di Galilei e Keplero.


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