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domenica 31 maggio 2026

Introduzione alla storia della filosofia antica

Premessa


Queste lezioni scritte di Filosofia Antica assumono come testo di riferimento G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, Bompiani, Milano 2018. Il mio intento è quello di riassumere gli aspetti principali dei vari capitoli (seguendone la struttura) e di integrarli con delle piccole annotazioni o commenti, debitamente segnalati. Ogni post si conclude con degli approfondimenti transdisciplinari che il capitolo permette e alcune idee didattiche. 

GR, op. cit., pp. 27-53.

1. La nascita della filosofia in grecia

1.1 La filosofia come peculiare creazione del genio greco
La genesi della filosofia rappresenta un unicum assoluto nella storia del pensiero umano, configurandosi come una peculiare creazione del genio greco. Mentre per altre discipline e abilità tecniche è possibile rintracciare parallelismi, prestiti o antecedenti presso le civiltà orientali (che spesso raggiunsero livelli di progresso antecedenti o pari a quelli ellenici), per la filosofia non esiste alcun corrispettivo analogo in Oriente. Qualora si volesse operare un confronto tra la civiltà greca e le culture orientali precedenti, l'eventuale superiorità greca negli altri ambiti risulterebbe di natura meramente quantitativa. Al contrario, l'innovazione apportata con la nascita della filosofia è di natura qualitativa: i Greci non si sono limitati ad ampliare saperi preesistenti, ma hanno generato un modo di pensare totalmente nuovo, istituendo quelle categorie logiche essenziali che avrebbero poi fondato l'intera scienza e la razionalità occidentale. Comprendere questo scarto rivoluzionario è fondamentale per capire perché la scienza, nel senso rigoroso del termine, sia potuta nascere unicamente in Occidente.

1.2. La rivoluzione culturale connessa con la nascita della filosofia e con il passaggio dalla «cultura dell'oralità» alla «civiltà della scrittura»
Prima dell'avvento della filosofia, la cultura greca arcaica si fondava su un'oralità mimetico-poetica. I poeti, in particolare Omero ed Esiodo, fungevano da "enciclopedia tribale", custodi di un sapere trasmesso attraverso la memorizzazione e la ripetizione ritmica. Questa forma di comunicazione generava una partecipazione emotiva e una totale identificazione del soggetto conoscente con l'oggetto del racconto (le vicende mitiche). La nascita della ricerca filosofica ha scardinato questo assetto introducendo l'oralità dialettica: attraverso la dinamica della domanda e della risposta, la dialettica costringeva l'interlocutore a spezzare il flusso narrativo e l'incanto poetico per spiegare razionalmente il significato di ciò che diceva. Questo processo ha stimolato il pensiero astratto e la separazione tra il "soggetto" conoscente (che acquisisce così l'autocoscienza) e l'"oggetto" conosciuto. Sebbene studiosi come Havelock abbiano attribuito questa rivoluzione unicamente all'invenzione della scrittura, G. Reale precisa che è stata in realtà la nuova mentalità speculativa (nata con i primi filosofi e portata a compimento da Socrate e Platone) a rendere irreversibile e necessaria la diffusione della scrittura, trasformandola da mero ausilio mnemonico a strumento indispensabile per fissare e sviluppare concetti astratti non più legati al ritmo poetico.

Nota mia - la falsa dicotomia tra mythos e logos
G. Reale descrive il passaggio dall'oralità poetica (il mito) alla razionalità filosofica (il logos) in modo quasi chirurgico, come se la ragione avesse improvvisamente spazzato via la mentalità magica. In realtà, autori come Giorgio Colli o Marcel Detienne,  sostengono che il logos nascente sia in realtà intriso di elementi irrazionali, oracolari e mistici. N'è conferma il fatto che Parmenide, per fondare la logica occidentale, non scrive un trattato, ma un poema in esametri omerici in cui narra una rivelazione ricevuta da una Dea. Ancora: Empedocle si presenta come un guaritore sciamanico; Eraclito usa il linguaggio volutamente oscuro e allusivo dell'oracolo di Delfi. La filosofia, insomma, non nasce come una scienza fredda, ma "ruba" il linguaggio della sapienza misterica e lo trasforma lentamente.

1.3. Infondatezza della tesi di una presunta derivazione della filosofia dall'Oriente
L'idea che la filosofia greca derivi da antiche sapienze orientali è storicamente e teoreticamente infondata. Nata in epoca ellenistica per intenti "nazionalistici" da parte di sacerdoti egiziani e dotti ebrei alessandrini (che miravano a rivendicare la primogenitura del sapere, arrivando a definire Platone un "Mosè atticizzante"), questa tesi è stata ripresa erroneamente da alcuni orientalisti moderni. La critica rigorosa, tuttavia, l'ha smontata attraverso argomentazioni incontrovertibili:
  • In epoca classica, nessun autore greco (né Erodoto, né Platone, né Aristotele) ha mai accennato a una derivazione orientale della filosofia, riconoscendo all'Oriente solo la scoperta di saperi pratici come la matematica o l'astronomia.
  • La tesi dell'origine orientale prese piede solo quando la filosofia greca, nell'ultima sua fase mistico-ascetica, perse il suo vigore speculativo e iniziò a cercare giustificazioni in rivelazioni religiose superiori.
  • Le presunte "coincidenze" tra dottrine orientali e sistemi greci (es. Pitagora e la Cina, Eraclito e la Persia) sono il frutto di analogie arbitrarie e illusioni ottiche, ottenute forzando concetti orientali all'interno di categorie logiche occidentali. I popoli orientali possedevano miti cosmologici e profonde convinzioni religiose, ma non una scienza filosofica basata sulla pura ragione. Anche ammettendo contatti empirici, i Greci non si limitarono a importare concetti, ma li trasformarono strutturalmente.

1.4. I Greci e la creazione della scienza geometrica
Un chiaro esempio della capacità trasformativa dei Greci si osserva nella matematica e nella geometria. I Greci appresero le nozioni aritmetiche e geometriche primordiali dagli Egiziani, ma queste ultime erano di natura esclusivamente pratico-operativa (servivano per misurare i campi dopo le inondazioni del Nilo o per calcolare le derrate alimentari). I Greci, a partire dai Pitagorici, elevarono queste regole empiriche a livello conoscitivo e teorico, creando la teoria generale dei numeri e l'impianto assiomatico della geometria. Ciò che in Egitto era tecnica materiale, in Grecia divenne una scienza pura e speculativa, essenziale, come teorizzerà Platone, per purificare l'anima dal mondo del divenire e prepararla alla comprensione dell'essere.

1.5. Trasformazione dell'astronomia e della cosmologia in scienza operata dai Greci
Una dinamica identica si verificò per l'astronomia. Mentre i Babilonesi registravano i fenomeni celesti con grande precisione ma per scopi esclusivamente astrologici, utilitaristici e divinatori, i Greci (da Talete fino a Tolomeo, passando per la geniale ma prematura intuizione eliocentrica di Aristarco) trasformarono l'astronomia in una vera e propria scienza teorica. Essi epurarono l'osservazione degli astri dalle sovrastrutture magico-mitiche per ricercare la struttura razionale del cosmo e il moto oggettivo dei pianeti, mossi da quello stesso "spirito teorico" che aveva animato la nascita della filosofia.

Nota - decostruzione dell'Eurocentrismo
La storiografia contemporanea ha ampiamente dimostrato come le civiltà del Vicino Oriente Antico (in particolare la complessa rete amministrativa, burocratica e cosmologica sumera, o l'avanzata osservazione astronomica babilonese ed etc) non fornirono ai Greci solo strumenti materiali o regole di calcolo empirico. I Greci assimilarono e rielaborarono veri e propri pattern narrativi (Transfert culturale), mitologemi e strutture di pensiero. Il salto qualitativo del logos greco non avviene nel vuoto o per una presunta superiorità genetica o "miracolosa", ma è il risultato di un formidabile riadattamento speculativo di un materiale intellettuale orientale già estremamente sofisticato e capace di astrazione. I primi pensatori della Ionia erano immersi in un crocevia commerciale dove le idee mesopotamiche circolavano liberamente; separare in modo così netto "Oriente" e "Occidente" è una forzatura ideologica di stampo hegeliano, ormai superata. Esponenti di questa tesi sono studiosi come Walter Burkert o Martin L. West. 

1.6. La creazione ellenica della medicina e suoi rapporti con la filosofia  
Anche la medicina subì in Grecia una trasmutazione radicale, passando da una fase di guarigione magico-religiosa (legata ai santuari di Asclepio) o empirica (come quella dei papiri egizi, pur ricca di indicazioni causali) a una scienza rigorosa. La scuola ippocratica instaurò un rapporto strettissimo con l'atteggiamento della filosofia naturalistica: la malattia non fu più vista come un intervento divino o demoniaco, ma come un fenomeno da indagare all'interno di un ordine universale di cause ed effetti naturali. Senza la preliminare rivoluzione concettuale della filosofia, che instillò la fiducia nell'osservazione razionale della natura, la medicina scientifica non sarebbe mai nata.

 2. Le forme della vita spirituale greca che prepararono la nascita della Filosofia

2.1. I poemi omerici
La filosofia non nacque dal nulla, ma trovò il suo terreno di coltura nella precedente vita spirituale greca, plasmata innanzitutto dai poeti, e da Omero in particolare, vero educatore della grecità. A differenza dei miti orientali, spesso caotici e mostruosi, l'immaginazione omerica si strutturava secondo un profondo senso dell'armonia, della proporzione, del limite e della misura, concetti che diventeranno i pilastri della metafisica greca. Inoltre, pur operando su un piano fantastico e mitico, l'epica omerica non si limitava a giustapporre eventi, ma ricercava costantemente la motivazione e la ragione sufficiente (il "perché") delle azioni, preparando così la strada alla ricerca filosofica delle "cause" e dei "principi". Infine, Omero presentava la realtà nella sua totalità, collocando l'uomo in una visione d'insieme dell'universo, anticipando la vocazione olistica e sistematica del pensiero filosofico.

2.2 Gli Dei della religione pubblica e la loro relazione con la filosofia
Un ruolo decisivo fu giocato dalla peculiarità della religione greca, all'interno della quale occorre distinguere tra religione pubblica e religione dei misteri (Orfismo). La religione pubblica, modellata da Omero ed Esiodo, era una religione squisitamente naturalistica. Gli Dèi non erano entità trascendenti e ineffabili, ma forze naturali personificate, esseri umani idealizzati e quantitativamente superiori, ma non qualitativamente diversi dall'uomo. Di conseguenza, l'uomo greco non doveva annientare la propria natura per elevarsi al divino, ma semplicemente "essere se stesso" e seguire l'ordine naturale. I primi filosofi naturalisti (come Talete, che affermava "tutto è pieno di Dei") tradussero razionalmente proprio questa visione. Ma il fattore in assoluto più determinante fu l'assenza di dogmi fissi e di una casta sacerdotale custode di testi sacri inalterabili. Questa mancanza di ortodossia e di autorità dottrinale garantì ai Greci una libertà di speculazione inestimabile, non ostacolata da dogmi rivelati che, presso i popoli orientali, avevano inibito sul nascere ogni pensiero critico autonomo.

2.3 Le condizioni politiche, sociali ed economiche che favorirono la nascita della filosofia presso i Greci
L'ultimo fattore abilitante fu di natura socio-politica. Mentre l'uomo orientale era suddito, vincolato a una cieca obbedienza al potere politico e religioso, l'uomo greco maturò la consapevolezza di essere cittadino di uno Stato libero (la polis). L'orizzonte dello Stato coincise con l'orizzonte etico del cittadino, che riconosceva nelle leggi della città la propria stessa essenza e libertà. Non è un caso che la filosofia sia sbocciata non in madrepatria, ma nelle colonie (prima in Asia Minore, in Ionia, e successivamente in Magna Grecia). Qui, il grande dinamismo commerciale, il rapido raggiungimento del benessere economico e, soprattutto, la lontananza dalle tradizioni più conservatrici della madrepatria, permisero la fioritura delle prime libere istituzioni democratiche e repubblicane. Fu proprio questo clima di straordinaria libertà, mobilità e vivacità culturale a offrire lo slancio vitale necessario per la nascita e lo sviluppo del libero pensiero filosofico.

3. Il concetto e il fine della filosofia antica

3.1. I tratti essenziali della filosofia antica: contenuto, metodo e scopo
Per comprendere appieno l'identità della nascente filosofia greca, è necessario analizzarla attraverso tre coordinate fondamentali: il suo oggetto d'indagine, il metodo utilizzato e il fine perseguito.
Per quanto riguarda il contenuto, la filosofia intende spiegare la totalità delle cose, ossia l'«intero» della realtà. A differenza delle scienze particolari, che isolano e studiano frammenti o settori specifici del reale (come i numeri per la matematica o le malattie per la medicina), la filosofia si pone la domanda primordiale: qual è il principio di tutte le cose?
Relativamente al metodo, la filosofia mira a una spiegazione puramente razionale di tale totalità. Essa non si accontenta dell'osservazione empirica dei dati, né si affida alle narrazioni allegoriche del mito, ma ricerca la «causa» e il «perché» ultimo delle cose affidandosi esclusivamente al logos (la ragione, l'argomentazione logica).
Infine, per quanto concerne lo scopo, la filosofia si configura come puro desiderio di conoscere, privo di finalità pratiche o utilitaristiche. Essa è theoria (contemplazione disinteressata della verità). Come affermerà Aristotele, le altre scienze saranno forse più necessarie alla sopravvivenza materiale dell'uomo, ma nessuna sarà "superiore" alla filosofia, poiché essa sola è libera, avendo in se medesima il proprio fine.

3.2. La filosofia come «bisogno» insopprimibile dello spirito umano
La filosofia non rappresenta un'invenzione casuale o un lusso superfluo per pochi intellettuali, ma scaturisce da una necessità vitale della mente umana. Platone e Aristotele individuarono la radice psicologica ed esistenziale del filosofare nella meraviglia (o stupore). Di fronte alla vastità dell'universo, al moto degli astri e all'enigma stesso della vita e della morte, l'uomo antico provò un senso di smarrimento e ammirazione che lo spinse inevitabilmente a porsi domande. Poiché l'essere umano è strutturalmente incline alla conoscenza, rinunciare alla meraviglia e all'indagine filosofica significherebbe tradire la propria stessa natura. Il bisogno di filosofare è talmente radicale che, paradossalmente, persino per negare la validità della filosofia è necessario elaborare un'argomentazione logica, finendo in tal modo, inevitabilmente, per filosofare.

4. Problemi fondamentali della filosofia antica

Con la maturazione del pensiero greco, la filosofia ha progressivamente articolato e differenziato il proprio campo d'indagine, dando origine ai problemi fondamentali che costituiscono tuttora l'impalcatura del sapere occidentale.
  • Il problema cosmologico e ontologico: fu la primissima domanda posta dai filosofi Presocratici. Essi si interrogarono sulla physis (la natura), cercando l'arché, il principio originario da cui tutto si genera. Con la maturità del pensiero greco, questo problema si evolverà nel problema ontologico (lo studio dell'Essere in quanto tale) e nel problema teologico (l'indagine sul Principio supremo e divino, separato dalla materia).
  • Il problema antropologico ed etico: Con i Sofisti e, in modo radicale, con Socrate, l'attenzione speculativa subì una "rivoluzione", spostandosi dal cosmo all'uomo. Emerse l'interrogativo su quale sia la natura profonda dell'uomo e, di conseguenza, il problema etico: in cosa consista la vera virtù, come l'individuo debba comportarsi e quale sia la via per raggiungere la felicità.
  • Il problema gnoseologico e logico: Con l'avanzare della riflessione, divenne inevitabile chiedersi non solo cosa sia la realtà, ma come possiamo conoscerla. Nacque così il problema gnoseologico (l'origine e i limiti della conoscenza) e il problema logico (la codificazione delle regole del retto pensare e del metodo argomentativo valido). A questi si affiancò, infine, il problema estetico, legato alla determinazione della natura dell'arte e del Bello.
Nota - Scavare ermeneuticamente e linguisticamente
Sembra che, in questa classificazione, Reale definisca concetti enormi come "verità", "ragione" o "natura" dando per scontato che queste parole avessero per i Greci lo stesso significato che hanno per noi oggi. In realtà, non si può ignorare lo slittamento semantico delle parole fondamentali. Physis non era la "natura" come paesaggio o materia, ma l'atto stesso del nascere, dello sbocciare continuo delle cose. Aletheia (verità) non era l'esattezza logica di un'affermazione, ma il "non-nascondimento", lo strappare qualcosa dall'oblio. Manca l'attenzione chirurgica a come la traduzione del lessico greco nei secoli abbia modificato la nostra stessa coscienza.

5. Fasi e periodi della filosofia antica

La storia della filosofia antica, che si estende per oltre un millennio (dal VI sec. a.C. al 529 d.C., anno in cui Giustiniano chiuse le scuole pagane), non è un flusso indistinto, ma un percorso logico-storico suddivisibile in sei periodi fondamentali:
  1. Il periodo naturalistico (VI - V sec. a.C.): comprende i pensatori della Ionia, i Pitagorici, gli Eleati e i Fisici pluralisti. È la fase delle origini, in cui l'interesse speculativo è assorbito in modo quasi esclusivo dal problema della natura e del cosmo. I filosofi di questo periodo ricercano il principio unico (acqua, aria, fuoco, numero, essere) che regge i molteplici fenomeni dell'universo.
  2. Il periodo umanistico (V - IV sec. a.C.): coincide con l'Illuminismo greco ed è dominato dalle figure dei Sofisti e, in antitesi a loro, di Socrate. Si assiste a uno spostamento radicale dell'asse della ricerca: il macrocosmo viene abbandonato a favore del microcosmo (l'uomo). Al centro dell'indagine vi sono la società, il linguaggio, i valori morali e la definizione di cosa renda l'uomo autenticamente tale.
  3. Il periodo delle grandi sintesi (IV sec. a.C.): rappresenta l'apogeo del pensiero classico ed è incarnato dai due giganti della filosofia: Platone e Aristotele. In questa fase avviene la fondamentale scoperta del mondo soprasensibile (il trascendente). Vengono elaborati sistemi filosofici imponenti e onnicomprensivi, capaci di inquadrare in un ordine gerarchico tutta la realtà e tutte le discipline, superando le unilateralità dei periodi precedenti.
  4. Il periodo delle scuole ellenistiche (dalla fine del IV sec. a.C. in poi): A seguito della conquista macedone e del crollo della polis come orizzonte etico-politico, il pensiero greco si riorganizza. Nascono grandi scuole come lo Stoicismo, l'Epicureismo e lo Scetticismo. La filosofia diventa prevalentemente un'arte di vivere: l'indagine fisica e logica passano in secondo piano rispetto all'urgenza dell'etica, con l'obiettivo di fornire all'individuo sradicato una via per raggiungere l'imperturbabilità (l'atarassia) e la pace interiore.
  5. Il periodo religioso (Età imperiale e Tardoantica): Rappresenta l'ultima grande stagione del pensiero pagano, espressa in sommo grado dal Neoplatonismo (di Plotino e dei suoi successori). L'esigenza preminente diventa di natura mistico-religiosa: in un'epoca di profonda crisi spirituale, la filosofia non mira più solo a spiegare il mondo o a consolare l'animo, ma si propone come un itinerario ascetico per permettere all'anima di fuggire dal corpo materiale e ricongiungersi, tramite l'estasi, con l'Uno originario.
  6. Il periodo cristiano (fase formativa): Pur appartenendo a un paradigma diverso (quello della rivelazione biblica e non della sola indagine razionale), il pensiero cristiano delle origini e della Patristica si inserisce in questa scansione in quanto dovrà inevitabilmente confrontarsi con le categorie logiche e metafisiche greche per poter formulare concettualmente i propri dogmi e difenderli intellettualmente, chiudendo l'orizzonte dell'antichità classica e gettando le basi filosofiche per l'intera epoca medievale.
Nota - Il platocentrismo di G. Reale
Reale sembra costruire la propria narrazione della filosofia greca antica per far sembrare che tutto ciò che viene prima (i Presocratici, i Sofisti) sia solo un "tentativo imperfetto" o una fase di preparazione all'arrivo dei grandi sistemi di Platone e Aristotele. In realtà, incasellare i primi pensatori in categorie come "problema ontologico" o "gnoseologico" significa usare etichette inventate a posteriori (da Aristotele) per giudicare pensatori che vivevano in un orizzonte completamente diverso. I primissimi naturalisti non si ponevano il "problema cosmologico" in senso accademico, ma cercavano di nominare la scaturigine vitale del mondo prima che esistesse la divisione tra fisica e metafisica. Questi autori, al massimo, preferivano il concetto di Ilozoismo (la materia vivente), cioè - per loro - l'intero cosmo era un organismo vivente e divino. Essi non cercavano di risolvere un asettico "problema cosmologico", ma cercavano il nome dell'energia vitale primordiale. Ne risulta che ogni fare ha in sé un senso e una compiutezza. 
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Collegamenti transdisciplinari

Letteratura e linguistica
Sulla transizione dall'oralità alla scrittura, oltre al saggio di Havelock, risulta importante anche Oralità e scrittura dell'antropologo e linguista Walter Ong. Ong spiega, sulla stessa linea di Reale, come la scrittura ristrutturi la coscienza, permettendo il pensiero analitico, subordinativo e filosofico, impossibile in una cultura a dominanza orale (omerica).
In letteratura, invece, Jorge Luis Borges è forse l'autore che più ha incarnato l'essenza del problema ontologico e logico greco. Racconti come La biblioteca di Babele o Funes o della memoria esplorano i limiti della conoscenza umana, l'ordine cosmico e la differenza tra l'accumulo empirico di dati (tipico delle antiche civiltà orientali) e la necessità di astrazione razionale.


Storia dell'arte
Sul concetto di armonia, limite e misura è possibile analizzare la produzione artistica di Policleto. Come Omero preparò la mente greca al concetto di armonia, la scultura greca classica ne è la traduzione visiva. Il collegamento d'elezione è il Doriforo di Policleto. Policleto, infatti, non scolpisce un uomo specifico (empirismo), ma l'idea di uomo basata su proporzioni matematiche perfette. È l'esatto equivalente visivo della trasformazione della geometria egizia (pratica) in scienza pura e teorica dei Pitagorici.
Per quanto riguarda le fasi più recenti della filosofia greca, l'affresco La Scuola di Atene di Raffaello Sanzio è la sintesi visiva del terzo periodo della filosofia greca. Platone che indica il cielo (il mondo soprasensibile) e Aristotele con la mano tesa verso terra (l'indagine fisica ed etica del mondo immanente) riassumono perfettamente l'apice del pensiero classico e l'indagine sulla totalità del reale.

Storia delle scienze naturali e umani
Il concetto di filosofia come indagine razionale pura e disinteressata si collega direttamente all'epistemologia moderna, in particolare a Thomas Kuhn e a La struttura delle rivoluzioni scientifiche. I Greci, infatti, non aggiunsero nozioni ma crearono un nuovo "paradigma" mentale rispetto a ciò che c'era prima. Inoltre, la distinzione tra l'astronomia babilonese (astrologica/pratica) e quella greca (teorica) è la stessa che separa l'alchimia dalla chimica moderna, o l'astrologia dall'astronomia di Galilei e Keplero.


Tu non sei il tuo mostro - recensione di 'Che rabbia!' di M. d'Allancé

                
        Caposaldo della letteratura per l'infanzia, Che rabbia! (titolo originale Grosse Colère) di Mireille d'Allancé è un albo illustrato adatto per la fascia d'età prescolare e del primo ciclo della scuola primaria. Il cuore del volume risiede nella capacità di tradurre un'emozione complessa e astratta in una forma visiva e tangibile.

        La trama è tanto essenziale quanto potente. Roberto è un bambino che ha trascorso una "bruttissima giornata", elemento che dichiara fin dalla prima pagina, togliendosi le scarpe infangate. Il suo malumore non si ferma bensì si accumula durante la cena, esplodendo in un rifiuto del pasto che gli costa l'esilio in camera sua. È qui che avviene lo snodo narrativo centrale perché il protagonista sente qualcosa salire dal profondo, fino a sputarla fuori. L'emozione prende corpo ed è un enorme, peloso mostro rosso. Questo "Coso" inizia a distruggere la stanza di Roberto, p.e. disfa il letto, lancia i libri, rompe i giocattoli. Di fronte a questa forza devastante (che paradossalmente colpisce proprio le cose a cui Roberto tiene di più), il bambino sperimenta un cambio di prospettiva. Da soggetto agìto dall'emozione, diventa soggetto attivo, cioè interviene, ferma il mostro, rimette in ordine i suoi oggetti e - via via che ripara i danni - la Rabbia si rimpicciolisce fino a diventare minuscola. Roberto infine la rinchiude in una scatolina per non farla scappare più, ritrovando la calma necessaria per tornare a chiedere il dolce al papà.

        La forma dell'albo è minimale. Ha sfondi per lo più bianchi che lasciano il campo all'espressività dei personaggi con testi brevi e asciutti. Il formato si adatta al ritmo dell'emozione, cioè in crescendo visivo durante l'esplosione e in decrescendo durante il ritorno alla calma.

    Sul piano dell'età evolutiva (specie 3-7 anni), l'albo riesce a raccontare bene come la regolazione emotiva sia una competenza ancora in fase di abbozzo a quest'età. I bambini, infatti, non hanno un'emozione ma sono l'emozione. Quando un bambino prova rabbia, non ha la struttura cognitiva per comprenderla come uno stato transitorio; la vive come un'invasione totalizzante che mina il suo senso di identità e controllo. Spesso, la rabbia infantile genera una profonda solitudine e smarrimento. In questo campo, il contributo di D'Allancé consiste in un'operazione psicologica raffinatissima, affine alle tecniche della terapia narrativa, ed è il sottolineare l'importanza dell'esternalizzazione. Mostrando la rabbia come "altro da sé" (il mostro rosso), l'autrice trasmette un messaggio salvifico, affermando che "tu non sei la tua rabbia". Roberto non è un bambino cattivo; è un bambino che sta ospitando un'emozione ingombrante. Spostare il problema fuori di sé permette al bambino di osservarlo (proprio come un filosofo osserva un affetto per comprenderne i meccanismi e depotenziarlo), prenderne le distanze e, infine, agirvi sopra. Il rimpicciolimento del mostro coincide esattamente con il processo di defaticamento dell'amigdala e il recupero delle funzioni corticali.

        Dal punto di vista pedagogico, questo libro è uno strumento eccellente per l'alfabetizzazione emotiva, specialmente in contesti scolastici complessi o in presenza di BES, perché fa leva su tre aspetti:

  1. Lo scaffolding visivo. Per i bambini che faticano a verbalizzare i propri stati interni (a causa di immaturità linguistica, spettro autistico o blocchi emotivi), l'immagine del mostro rosso offre un lessico visivo immediato. Si può chiedere a un alunno in crisi: "Quanto è grande il tuo mostro rosso in questo momento?"
  2. La de-colpevolizzazione: in classe, le esplosioni di rabbia portano spesso a dinamiche di punizione o etichettamento. Leggere questo libro nel cerchio del mattino permette all'insegnante di de-stigmatizzare la rabbia, dicendo che è normale provarla (tutti abbiamo un "Coso" dentro). Il punto non è reprimerla moralisticamente ma imparare a rimetterla nella scatola prima che distrugga le nostre relazioni (i nostri "giocattoli").
  3. Il ruolo dell'adulto. Il papà di Roberto lo manda in camera, imponendo un confine strutturante ma lasciandogli lo spazio (fisico e mentale) per elaborare l'emozione da solo. È una prospettiva, per così dire, anti-iperprotettiva perché l'adulto non risolve il problema per lui ma crea la cornice affinché il bambino compia il suo percorso di auto-regolazione.
   
        Nel panorama letterario, il libro dialoga con altri classici del tema come, p.e., Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak.  Entrambi, infatti, affrontano l'isolamento nella propria camera a causa di un comportamento "selvaggio", il viaggio nella terra delle pulsioni primordiali (i mostri/il Coso) e il ritorno alla razionalità garantito dall'affetto costante dell'adulto (la cena ancora calda da Max, il dolce per Roberto). 
        Altro volume che si presta al dialogo è I colori delle emozioni di Anna Llenas, con una differenza: mentre Llenas fa un lavoro di categorizzazione generale e mappatura di tutte le emozioni, D'Allancé compie un affondo verticale e narrativo su una singola, specifica crisi. Infine, sarebbe carino leggere l'opera di d'Allancè in parallelo a Urlo di mamma di Jutta Bauer perché, quest'ultimo, fa esplorare l'altra faccia della medaglia, ovvero la rabbia dell'adulto e il modo in cui questa frammenta e scompone il bambino.


       Per concludere, l'albo è importante perché non insegna a non arrabbiarsi, ma insegna che la rabbia, per quanto distruttiva, ha un perimetro, cioè un inizio e una fine, e può essere gestita dalle stesse mani (quelle di Roberto) che l'hanno generata. È un testo irrinunciabile per chiunque — genitore, educatore o insegnante — voglia fornire ai bambini non solo una storia, ma una vera e propria "tecnologia cognitiva" per abitare se stessi senza paura delle proprie ombre.

misurare l'immateriale - recensione di Il bruco misuratutto di Leo Lionni


        Il libro si regge su un meccanismo di sopravvivenza tanto semplice quanto geniale. Il protagonista è un minuscolo bruco verde che, per evitare di essere divorato da un pettirosso affamato, dimostra la sua utilità: è in grado di misurare le cose. Il pettirosso lo mette alla prova facendosi misurare la coda e, da quel momento, il bruco viene trasportato in un viaggio in cui incontra vari volatili, misurando di ognuno la caratteristica fisica più prominente (il collo del fenicottero, il becco del tucano, le zampe dell'airone). Lo snodo cruciale si presenta con l'usignolo, che minaccia di mangiarlo a meno che il bruco non misuri il suo canto. Di fronte a una richiesta apparentemente impossibile (misurare l'immateriale), il bruco accetta la sfida: inizia a 'misurare' allontanandosi passo dopo passo, finché scompare letteralmente dalla pagina e dal pericolo.

        Le illustrazioni sono molto interessati perché Lionni fa un uso magistrale della tecnica del collage . Le immagini, infatti, combinano diverse carte dipinte e ritagliate, tanto da creare texture vibranti e organiche (le piume degli uccelli, i fili d'erba) su ampi sfondi bianchi. Lo spazio negativo (il bianco della pagina) non è vuoto, ma diventa un luogo di tensione e respiro, cioè enfatizza la sproporzione drammatica tra le dimensioni del piccolo bruco e quelle gigantesche e incombenti dei predatori.
           Dal punto di vista testuale, la prosa è asciutta, ritmica e priva di fronzoli, perfetta per la lettura ad alta voce.

         Il destinatario principe di questo albo è il lettore tra i 3 e i 6/7 anni perché, la storia, tocca sue corde emotive fondamentali quali - per esempio - la vulnerabilità, l'ansia ed etc. Sul primo punto, va da sè che il bruco incarna la vulnerabilità dell'infanzia di fronte a un mondo adulto (o a un ambiente) imponente, spesso incomprensibile e potenzialmente minaccioso. La paura primaria di "essere divorati" (tipica delle fiabe classiche) è qui presentata in modo immediato. Sul fronte dell'ansia, il libro offre una potente rassicurazione psicologica. Il bruco, infatti, non vince sviluppando zanne o forza bruta ma attraverso il pensiero laterale. L'ansia viene gestita e superata mediante la competenza e l'intelletto.

        In un contesto scolastico, specialmente all'interno di una didattica inclusiva e capace di valorizzare le intelligenze multiple e i bisogni educativi specifici, l'albo è uno strumento formidabile e si dimostra trasversale a molti campi d'esperienza o alle prime discipline (1° ciclo della scuola primaria). 
    Per esempio, in matematica, il volume introduce il concetto di misurazione non standard. I bambini possono usare il proprio corpo (dita, palmi, passi) o un "bruco di cartone" per misurare gli oggetti in classe, trasformando un concetto astratto in un'attività cinestesica accessibile a tutti. 
    Ancora: in scienze, la storia offre un primo approccio all'osservazione delle caratteristiche adattive degli animali (il becco per mangiare, le zampe lunghe per camminare nell'acqua ed etc). 
        All'interno di un percorso di P4C, non così raro in alternativa, il libro pone domande quali "come si misura una canzone?" o "si può misurare un'emozione?". Sono ottimi inneschi per laboratori di filosofia perchè stimolano il pensiero a riflettere su ciò che è tangibile e ciò che non lo è
    Segnalo, infine, che l'albo è utile anche per promuovere una cultura dell'inclusione all'interno della classe. Il protagonista, infatti, fa della sua debolezza apparente (la lentezza, la piccolezza) il suo punto di forza, promuovendo un messaggio potente per chi si sente inadeguato rispetto alle metriche standard richieste dall'ambiente scolastico.
           
        Da un punto di vista letterario, quest'opera può essere messa in dialogo con Il piccolo Bruco Maisazio di Eric Carle perché, mentre quest'ultimo è mosso da un puro principio biologico di assimilazione in vista di una metamorfosi fisica (diventare farfalla), il bruco di Lionni non cambia forma, la sua è una metamorfosi cognitiva. Sopravvive rimanendo esattamente com'è ma usando l'astuzia.
    Un'eco di Bruno Munari è altresì presente nell'albo in quanto, entrambi gli autori usano, il libro come un "oggetto" di esplorazione spaziale. Su un piano più classico e di genere letterario, Lionni recupera il topos dell'animale piccolo e astuto che beffa il grande e prepotente, ma lo spoglia della morale punitiva classica. C'è un'eco quasi spinoziana (?), cioè il bruco usa il suo conatus (la spinta all'autoconservazione) comprendendo perfettamente le regole del sistema in cui si trova, per poi eluderle.

        Il libro, pubblicato negli USA nel 1960 e vincitore del premio Caldecott, possiede un'importanza storica non indifferente. Essa, potremmo dire, risiede nell'aver nobilitato il genere del picture book . Lionni, infatti, dimostra che un libro per l'infanzia può trattare temi esistenziali (la vita, la morte, la sopravvivenza, la tirannia) senza mai ricorrere a toni cupi o didascalici. Insegna, insomma, che la misurazione del mondo non è solo un atto matematico, ma un modo per orientarsi e, in definitiva, salvarsi.
        Per concludere, Il bruco misuratutto è un capolavoro narrativo e visivo. Un'opera che fonde rigore estetico e tensione narrativa, restituendo al bambino lettore un senso di agency e potere sul mondo. Non c'è una parola o un ritaglio di carta fuori posto. Un albo essenziale, intelligente e profondamente rispettoso delle capacità interpretative dell'infanzia.

una ninna nanna moderna - recensione di Il grande libro dei pisolini di G. Zoboli e S. Mulazzani

        È un albo che non possiede una storia lineare nel senso classico bensì un inventario poetico del riposo di tutte le creature, animali e uomini. Attraverso una serie di quadri in rima, infatti, il libro esplora il momento dell'addormentamento di diversi esseri viventi, mescolando il domestico con l'esotico. Per esempio, si passa dal «gallo e la gallina» che cadono in sonno, al «delfino» e al «tonno» immersi nel loro elemento (l'acqua), fino a immagini surreali come il coccodrillo che conta le pecore o la farfalla in camicia da notte.

        La struttura è iterativa, cioè ogni doppia pagina presenta una variazione del tema del sonno, culminando in un finale che riporta l'attenzione al bambino umano circondato da «morbide sponde», chiudendo il cerchio tra il mondo animale e quello affettivo del piccolo lettore.

        La forza del libro risiede nella perfetta fusione tra testo e immagine, creando un'opera che funziona su due livelli sensoriali: l'udito e la vista.

     Per quanto riguarda la musicalità, infatti, Giovanna Zoboli ha costruito una partitura metrica impeccabile. I versi, prevalentemente ottonari a rima baciata, creano una cadenza ipnotica, simile al battito cardiaco o al respiro calmo di chi dorme. La lettura ad alta voce impone naturalmente un tono sussurrato. Versi come «Nel sonno scivola lento il serpente / riposa il pesce nella corrente» non sono solo descrittivi ma onomatopeici nel loro scorrere liquido.

            Sul fronte delle illustrazioni, Simona Mulazzani compie un miracolo visivo bilanciando il pondus (il peso fisico dell'abbandono al sonno) con la leggerezza onirica. Gli animali sono rappresentati nella pesantezza rilassata delle loro membra (le zampe a penzoloni del leone, il corpo massiccio dell'orso sotto il piumone) ma sono circondati da un ambiente che fluttua. I dettagli decorativi – le frange delle coperte, le trame dei pigiami, le lampade a forma di luna – riempiono lo spazio senza affollarlo, offrendo all'occhio del bambino appigli sicuri e ripetitivi su cui riposare lo sguardo. I colori, giocati sulle terre (ocra, verde) e sui toni notturni ma non cupi (blu, bianco), sono "pacificanti".

        Il genere, va da sè, è quello tradizionale delle Bedtime Stories (storie della buonanotte). Probabilmente in dialogo con il classico americano Buonanotte Luna di Margaret Wise Brown, anche qui c'è un inventario rassicurante del mondo prima di chiudere gli occhi. Tuttavia, se in Buonanotte Luna si saluta il mondo oggettivo della stanza, Zoboli e Mulazzani spalancano la stanza sul mondo onirico e naturale. Per i testi non è da escludersi un richiamo, un'ispirazione, alla figura di Bruno Tognolini, specie sulla capacità di usare la filastrocca non come esercizio di stile ma come "incantesimo" sonoro che agisce sul corpo del bambino. Sul collegamento uomo-natura e animali, invece, l'albo si inserisce nel filone nel quale opera anche Leo Lionni: la natura e gli animali sono specchio delle emozioni umane e vengono quindi trattati con una delicatezza grafica che non banalizza mai l'animale a caricatura di sè stesso.

        Come si evince dal genere, il contributo fondamentale di questo libro va oltre la letteratura e tenta di entrare nella sfera della cura e della propriocezione. La lettura di questo testo, similmente a quanto già visto con A fior di pelle, diventa un'estensione del tatto. La pelle è il primo organo con cui il neonato conosce il mondo e la voce della madre o padre che legge questi versi agisce come una carezza sonora. Il libro favorisce, quindi, la consapevolezza corporea: nominare animali che "pesano" sui cuscini, che si "arrotolano", che stanno "sotto" o "sopra", aiuta il bambino a percepire i confini del proprio corpo nello spazio (propriocezione), un processo cruciale nei primi 2 anni di vita. Le parole qui servono a contenere, definire e a calmare.

        Per concludere, è un testo "dolce e moderno", colto ma accessibile e dove la rima non è mai banale e l'immagine non è mai solo decoro. Non è semplicemente un libro per far dormire ma un albo sul dormire che insegna la bellezza dell'abbandono fiducioso. È quindi adatto a quei genitori (o nonni!) in cerca di un rituale della nanna di alta qualità letteraria o educatori del nido per i momenti di rilassamento.

Le emozioni e il caos - recensione di I colori delle emozioni di Anna Llenas

            Libro famosissimo per chiunque si occupi di educazione, istruzione e psicologia, specie se in relazione con bambini all'inizio del loro percorso scolare.

        La storia si apre con una premessa di disordine interiore perchè il protagonista, il Mostro dei Colori, viene introdotto come "strano, confuso, stralunato". La narratrice sottolinea come lui abbia fatto un "pasticcio" con le sue emozioni, tant'è che sono tutte mescolate e, in questo stato, "non funzionano". Lo snodo principale avviene grazie all'intervento di una bambina (figura guida) che propone un metodo pratico: bisogna separare le emozioni e riporle ciascuna nel suo "barattolo" per metterle in ordine. Il viaggio prosegue attraverso la definizione sensoriale di cinque emozioni primarie, ossia:

  • Allegria (giallo): è "contagiosa", splende come il sole e brilla come le stelle. Porta a ridere, saltare e condividere la gioia.
  • Tristezza (blu): definita come il "rimpianto di qualcosa", è lieve come il mare e dolce come i giorni di pioggia. Chi la prova vuole stare solo e non fare niente.
  • Rabbia (rosso): si infiamma di rosso vivo, è "feroce come il fuoco" e difficile da spegnere. Nasce da un senso di ingiustizia e dal desiderio di scaricarla sugli altri.
  • Paura (nero): definita "vigliacca", si nasconde e fugge "come un ladro nell'oscurità". Rende piccoli e insignificanti.
  • Calma (verde): è tranquilla come gli alberi e "leggera come una foglia al vento". Il respiro diventa lento e profondo.

        Dopo la presentazione delle emozioni, il finale mostra il mostro trasformato, cioè non è più un groviglio di colori ma diventa rosa. Alla domanda "Che cosa ti sta succedendo?", la risposta implicita è che si è innamorato, o comunque ha scoperto l'affetto/amore (probabilmente per la bambina guida).

        Sul fronte della forma e dello stile, il libro fa omaggio alla cartotecnica (Pop-up), soprattutto per tre caratteristiche davvero interessanti:

  1. Tridimensionalità. Il libro, infatti, non si limita a illustrare ma "agisce" nello spazio. La rabbia esplode letteralmente dalla pagina, la pioggia della tristezza scende fisicamente.
  2. Stile materico. L'uso del collage e del cartone grezzo, unito a un tratto di disegno volutamente imperfetto e infantile, abbatte la barriera tra "arte adulta" e disegno del bambino.
  3. Codice cromatico. L'associazione colore-emozione è rigorosa e diventa un codice semiotico che il bambino apprende immediatamente.

        Per chi - come detto prima - si interessa di temi psicopedagogici, specie se legati alla fascia 3-6 anni, l'albo è davvero utile se si vuole lavorare con i bambini sulla mentalizzazione. Ad esempio, aiuta il bambino a capire che ciò che "sente" nella pancia ha un nome e questo il testo lo espone bene perché descrive come la paura, citando un caso, ci faccia "sentire piccoli" (somatizzazione); dare un nome a questa sensazione è il primo passo per la regolazione emotiva.

        A mio avviso, l'albo può funzionare anche sull'esternalizzazione e la validazione. Infatti, la metafora dei barattoli è efficace perché insegna che l'emozione è un oggetto che si può maneggiare, spostare e contenere. Il bambino non è la sua rabbia ma possiede della rabbia che può gestire. Inoltre, l'inizio col mostro "scarabocchiato" valida la confusione. L'autrice fa capire che è normale sentirsi sottosopra; l'importante è poi fare ordine.

        Essendo un testo per la fascia 3-6, le implicazioni didattiche ad esso collegate sono sfruttabili nella scuola dell'infanzia. Può andare bene, direi, per attività di sorting (ordinamento) perché si presta naturalmente a giochi in cui i bambini devono separare oggetti colorati in barattoli trasparenti, associandoli a come si sentono. Inoltre, sicuramente arricchisce il lessico emotivo. Espressioni come "vigliacca" (per la paura) o "feroce" (per la rabbia) offrono sfumature linguistiche importanti per l'alfabetizzazione emotiva.

        Tornando alla letteratura, il volume mostra affinità con Che rabbia! di Mireille d'Allancé, dove la rabbia esce dalla bocca del protagonista sotto forma di un mostro rosso. Lì l'approccio è sulla singola emozione, qui sulla visione d'insieme. Se si pensa ai colori delle emozioni, inoltre, il volume sembra anticipare il film Inside Out perché quest'ultimo usa quasi gli stessi colori (Gioia/Giallo, Tristezza/Blu, Rabbia/Rosso), rendendo il libro un ottimo "prequel" per i più piccoli. Per chi legge Leo Lionni, infine, specie se si pensa a Piccolo blu e piccolo giallo: Una storia per Pippo e Ann e altri bambini, anche qui l'uso del colore è funzionale al personaggio, anche se Llenas ha un approccio più didascalico e meno astratto.


        Per concludere, non è un libro narrativo in senso classico (la trama è quasi inesistente) ma è un manuale operativo di alfabetizzazione emotiva. Ha il merito di fornire a genitori e insegnanti un "linguaggio ponte" per comunicare con i bambini in momenti di crisi, oppure da usare anche in ottica di prevenzione.

Come preparare il primogenito al nuovo arrivo? - recensione di Fra le mie braccia di Émile Jadoul

        
        La storia affronta un classico della letteratura per l'infanzia: l'arrivo di un secondo figlio visto con gli occhi del primogenito. Il protagonista è Leone, un piccolo pinguino che osserva il nuovo arrivato, il fratellino Mattia, nella sua culla. L'intreccio si sviluppa attraverso una serie di domande e preoccupazioni territoriali di Leone che cerca di capire (e limitare) lo spazio che il nuovo venuto occuperà nella famiglia.

    Gli snodi narrativi seguono la logica dell'esclusione progressiva e possiamo dividere il testo in tre parti:

  1. La speranza della distanza: Leone chiede se Mattia resterà "per sempre" nel suo lettino (sperando di sì) ma la mamma lo disillude, ammette che crescerà.
  2. La difesa del territorio: Leone inizia a elencare dove Mattia non può stare, p.e. non nella sua camera ("è la mia camera"), non sulle ginocchia della mamma (c'è spazio solo per lui durante la storia), non sulle spalle del papà (troppo in alto) e non nel letto in mezzo ai genitori (non c'è spazio).
  3. Lo scioglimento: improvvisamente Mattia si sveglia. Di fronte al fratellino attivo, Leone ha un'illuminazione e passa dalla difesa all'accoglienza: "Ho trovato il posto dove mettere Mattia! Fra le mie braccia".

            Per quanto riguarda la forma e lo stile, Émile Jadoul è un maestro della sottrazione. Il testo, infatti, è essenziale, costruito quasi interamente su dialoghi diretti tra Leone e la mamma. Questo ritmo botta-e-risposta rispecchia perfettamente l'incalzare delle domande ansiose tipiche dei bambini. Le illustrazioni hanno un tratto morbido, con campiture piene e contorni netti. Non a caso, i pinguini di Jadoul sono iconici per la loro espressività minima ma efficacissima. L'ambientazione è "fredda" (ghiaccio, neve) ma scaldata dai sentimenti e dalle sciarpe colorate, creando un contrasto visivo rassicurante.

        Tutto il libro, infine, gioca sulle distanze fisiche. Le illustrazioni mostrano Leone che occupa fisicamente gli spazi (in braccio alla mamma, sulle spalle del papà) per dimostrare che sono "già presi".        

        Se pensiamo ai temi che questo albo affronta - come la gelosia, l'arrivo di un fratellino, l'accoglienza, il ruolo del fratello maggiore, l'essere ribelli in età infantile -, il volume dialoga - soprattutto su quest'ultimo argomento - per contrasto con i libri di Stéphanie Blake (con serie di Simone, es. cacca pupu o Non voglio andare a scuola), dove il coniglio protagonista è spesso apertamente ostile o regredisce di fronte al fattore scatenante il disagio. Qui Leone, al contrario, è preoccupato ma razionale, cerca cioè una soluzione logica.

La gelosia di Leone, invece, ricorda Lo scambio di Jan Ormerod, dove la gelosia è più esplicita e si vorrebbe scambiare il fratellino con un animale. La soluzione di Leone è quella dell'accudimento del fratellino e, in questo, il volume si avvicina a Tutto cambia di Anthony Browne per l'introspezione, anche se Jadoul rimane molto più leggero e adatto a una fascia d'età più bassa (prescolare).


            Il libro, comunque, è importante perché ribalta la prospettiva della gelosia senza negarla. Invece di dire a Leone "devi volergli bene", l'autore lascia che Leone esprima il suo possesso ("questo è mio", "lì ci sto io"). Il contributo geniale sta, infatti, nel finale: Leone non perde il suo posto (le braccia della mamma restano sue) ma ne trova uno nuovo. Diventare fratello maggiore non significa cedere spazio ma creare uno spazio nuovo (le proprie braccia) in cui si è attivi e competenti. È un libro che empowerizza (dà potere) al fratello maggiore: lui non è più il "piccolo" che deve essere tenuto in braccio ma diventa colui che può tenere in braccio.

        In definitiva, Fra le mie braccia è una carezza narrativa. Émile Jadoul riesce a trattare il tema spinoso della detronizzazione del primogenito con una delicatezza disarmante. Consigliatissimo per preparare i bambini all'arrivo di un fratellino senza ansie, puntando sulla bellezza di diventare grandi e protettivi. Il target è quello di 2-5 anni, quindi Nido e Scuola dell'Infanzia.

L'arte di salutare il mondo - recensione di Buonanotte Luna di Margaret Wise Brown

        

Albo ormai considerato un classico e superletto. Il libro non racconta una storia nel senso tradizionale, di un'avventura con un inizio e una fine, ma mette in scena un rituale. Siamo nella "grande stanza verde" di un coniglietto pronto per la nanna. La narrazione si divide in due parti distinte:

  1. L'inventario (potremmo dire: il mondo di giorno): il narratore elenca ciò che c'è nella stanza. "C'è un rosso palloncino", "tre piccoli orsi seduti in poltrona", "una mucca che salta e scavalca la luna" (citazione della filastrocca inglese Hey Diddle Diddle), "due gattini", "una ciotola col budino" e una "vecchia signora azzurra" (la nonna/governante) che sussurra "Zitto bambino".
  2. Il commiato, cioè il passaggio alla notte: è una sezione lunga, una ipnotica litania di saluti. Il coniglietto dice buonanotte a ogni singolo oggetto nominato prima. "Buonanotte stanza, buonanotte luna, buonanotte mucca bianca...". Lo snodo è il progressivo oscurarsi della stanza (visibile nelle illustrazioni) e il rallentare del ritmo, fino al saluto finale alle stelle e all'aria, ossia quando "le cose stanno zitte".

        Il merito formale dell'opera è quello di ribadire l'importanza del qui ed ora; Margaret Wise Brown, non a caso, è considerata la pioniera dello stile here and now e crede che i bambini piccoli siano interessati alla realtà quotidiana e tangibile ben più che alle fiabe lontane. Il libro, muovendosi in questa direzione, è de facto un catalogo rassicurante del reale.

        Il testo è scritto in rima (magistralmente resa in italiano da Bruno Tognolini). È una ninna nanna verbale perché la ripetizione di "Buonanotte..." funziona come un mantra che induce il rilassamento. Infine, le immagini alternano tavole a colori (la stanza intera) a dettagli in bianco e nero (i singoli oggetti). Un dettaglio geniale è il passaggio del tempo: se si osserva l'orologio sul camino nelle varie pagine, si vede che le lancette si muovono davvero e la luna fuori dalla finestra sale sempre più in alto nel cielo.

        C'è una chicca da notare ed è questa: nella stanza di Buonanotte Luna, uno dei quadri appesi al muro raffigura una scena di The Runaway Bunny (la mamma coniglio che pesca il piccolo trasformato in pesce). Essendo due libri della stessa autrice, si tratta di un easter egg, di un'autocitazione.

        Seppur diverso per energia, questo libro ricorda - per l'uso della ripetizione onomatopeica e del ritmo per coinvolgere il bambino - A caccia dell'orso di Michael Rosen, anche se lì è un'avventura motoria mentre qui è statica.

        Infine, ho iniziato la recensione definendo il volume della Wise Brown come un classico. La definizione è corretta perché molti libri più recenti (come Llama Llama Red Pajama) devono il loro impianto a questo capostipite. Buonanotte luna, tuttavia, si differenzia per l'assenza di conflitto: il coniglio non fa i capricci per dormire, semplicemente saluta il mondo.

       Per concludere, mi sembra interessante riflettere sul perché questo libro del 1947 sia ancora un best-seller mondiale. Probabilmente tocca qualcosa di davvero universale all'interno del mondo dei bambini. Per un bambino piccolo, infatti, la notte e il sonno rappresentano una separazione (p.e. c'è il distacco dai genitori e dal mondo). Salutare gli oggetti uno a uno non è un gesto banale ma un atto di controllo: dire "Buonanotte sedia" significa confermare che la sedia esiste, è lì, e ci sarà anche domani. Questa pratica, questo rituale, rende la separazione gestibile e questo libro è particolarmente efficace perché offre questa soluzione.

        Un altro elemento da prendere in considerazione è che, probabilmente e in virtù del tema trattato, il libro stesso diventa, agli occhi di un bambino, un "oggetto transizionale" (come la copertina di Linus). La sua lettura, insomma, segnala al cervello del bambino che la giornata è finita e può adempiere bene al suo compito di decennio in decennio, nonostante le trasformazioni sociali e tecnologiche.

        Insomma, Buonanotte luna è la quintessenza del libro della buonanotte. Potrebbe sembrare datato o strano agli occhi di un adulto (con quei colori saturi di verde e rosso, o il "buonanotte nessuno") ma è scientificamente calibrato sulla mente del bambino prescolare. È un pretesto perfetto per indurre il sonno, trasformando l'ansia del buio in un rituale di saluto affettuoso al proprio piccolo mondo. Target: 6 mesi - 3 anni, quindi Nido e prima infanzia.

Una geografia dell'amore - recensione di 'A fior di pelle' di C.Chiara - M. Tappari

           Questo libro è ideale come regalo per la nascita di un figlio perché non è solo un albo da leggere ma un'esperienza da fare. È un manuale di tenerezza che insegna come le parole, se poggiate in modo giusto sulla pelle, possano diventare carezze (cfr. E. Lévinas e tutta la filosofia della carezza). L'età di lettura è abbastanza ampia, compresa tra i 0 anni (quindi un libro da leggere ad alta voce o da recitare al neonato) sino ai 18 mesi per un'interazione autonoma (da toccare, sfogliare, vedere etc).

        La struttura rievoca quella di un viaggio verticale, una mappa corporea da esplorare e che segue - progressivamente - la scoperta fisica del bambino stesso: si parte dal basso, dalle estremità più lontane, per arrivare al centro dell'identità, il volto. L'itinerario si snoda in 12 'stazioni', tutti luoghi nei quali continuare ed approfondire la relazione tra genitore (o caregiver) e neonato (cfr. attaccamento di J. Bowlby e successivi approfondimenti): si inizia con le dita dei piedi ("Come li chiamo?"), invitando al gioco di nominazione che è fondamentale nello sviluppo cognitivo, si risale in seguito attraverso le gambe ("Balla balla gamba"), si sosta poi sull'ombelico ("Un bottone sbottonato / una tana di leprotto"), si gioca con le mani ("cinque piantine") e si corre sulla schiena. Il viaggio culmina nel viso (bocca, naso, orecchie) e infine negli occhi ("pesciolino diventa conchiglia"), chiudendosi circolarmente con una ninna nanna che accompagna il bambino e il lettore verso il sonno.

        La cifra stilistica che rende questo libro un piccolo capolavoro è il dialogo tra due linguaggi apparentemente distanti, ossia la fotografia concettuale (di Tappari) e la filastrocca popolare colta (di Carminati). Sulle fotografie bisogna dire che Massimiliano Tappari compie una scelta coraggiosa perché le immagini in bianco e nero non sono perfettamente a fuoco. Questa "sfocatura" non è un errore ma una richiesta pedagogica implicita che va nella direzione del sostenere che le foto non devono sostituire la realtà ma evocarla. L'immagine sfocata chiede al genitore e al bambino di spostare lo sguardo dalla pagina alla pelle vera, mettendo "a fuoco" il bambino reale che si ha tra le braccia. È un invito a staccare gli occhi dalla carta per guardarsi negli occhi.

        L'uso della fotografia in questo genere di libri non è un novum assoluto perché già in Bruno Munari (si pensi a Occhio alla luce o ai libri fotografici degli anni '70) la fotografia è usata per educare lo sguardo e non solo per illustrare. A differenza dei libri fotografici moderni iper-realistici o "glossy", tuttavia, qui c'è una morbidezza analogica.

        Le rime di Chiara Carminati, invece, possiedono una prosodia perfetta, studiata per il ritmo del respiro e del tocco. Non sono semplici descrizioni ma istruzioni per l'uso, per rendere la parola gesto, tanto che la sua poesia è definibile come poesia tattile. Un esempio:

Alluce chiede alla tua mano / I miei fratelli come li chiamo? [...] Toccali tutti e poi scegli tu / Con quali nomi li ami di più.

    qui è evidente che le parole suggeriscono azioni, come tamburellare, sfiorare e solleticare.

Così facendo, l'autrice si muove in quel solco della "poesia funzionale" magistralmente tracciato anche da Bruno Tognolini (es. Rime di rabbia o Mal di pancia Calabrone. Formule magiche per tutti i giorni), con una differenza: mentre Tognolini spesso lavora sulla magia e sugli incantesimi protettivi, Carminati qui lavora sulla fisicità e sulla dolcezza del contatto, avvicinandosi alla tradizione delle ninne nanne popolari. La sua è una vera e propria poesia del corpo, aspetto che la rende tematicamente in dialogo con altri classici internazionali come Dieci dita alle mani e dieci dita ai piedini di Mem Fox. In Fox, però, l'accento è sull'uguaglianza universale dei bambini, in A fior di pelle l'accento è sulla relazione intima, uno-a-uno, tra quel genitore e quel bambino specifico.

        Per concludere, è un libro fondamentale nella biblioteca della prima infanzia per tre motivi principali:

1. In un'epoca sempre più digitale, questo libro riporta al centro il corpo. È uno strumento di bonding (attaccamento) che insegna ai genitori come toccare e giocare con il proprio neonato attraverso il massaggio infantile mediato dalla voce.

2. Per un bambino piccolissimo, il corpo è un territorio sconosciuto. Nominare le parti (l'alluce, la spalla, l'ombelico) mentre le si tocca aiuta il bambino a costruire lo schema corporeo, a capire dove finisce lui e dove inizia il mondo.

3. Il formato cartonato con angoli smussati lo rende un oggetto sicuro, un "giocattolo" che resiste all'esplorazione orale e manuale del bambino dai 18-24 mesi in poi, rendendolo autonomo nella "rilettura" delle immagini.

1. Un'introduzione alle scienze dell'apprendimento (Keith Sawyer)

Cosa sono le scienze dell'apprendimento          pp. 1-23 del manuale                Le Scienze dell'Apprendimento ( Learning Scienc...