La trama è tanto essenziale quanto potente. Roberto è un bambino che ha trascorso una "bruttissima giornata", elemento che dichiara fin dalla prima pagina, togliendosi le scarpe infangate. Il suo malumore non si ferma bensì si accumula durante la cena, esplodendo in un rifiuto del pasto che gli costa l'esilio in camera sua. È qui che avviene lo snodo narrativo centrale perché il protagonista sente qualcosa salire dal profondo, fino a sputarla fuori. L'emozione prende corpo ed è un enorme, peloso mostro rosso. Questo "Coso" inizia a distruggere la stanza di Roberto, p.e. disfa il letto, lancia i libri, rompe i giocattoli. Di fronte a questa forza devastante (che paradossalmente colpisce proprio le cose a cui Roberto tiene di più), il bambino sperimenta un cambio di prospettiva. Da soggetto agìto dall'emozione, diventa soggetto attivo, cioè interviene, ferma il mostro, rimette in ordine i suoi oggetti e - via via che ripara i danni - la Rabbia si rimpicciolisce fino a diventare minuscola. Roberto infine la rinchiude in una scatolina per non farla scappare più, ritrovando la calma necessaria per tornare a chiedere il dolce al papà.
La forma dell'albo è minimale. Ha sfondi per lo più bianchi che lasciano il campo all'espressività dei personaggi con testi brevi e asciutti. Il formato si adatta al ritmo dell'emozione, cioè in crescendo visivo durante l'esplosione e in decrescendo durante il ritorno alla calma.
Sul piano dell'età evolutiva (specie 3-7 anni), l'albo riesce a raccontare bene come la regolazione emotiva sia una competenza ancora in fase di abbozzo a quest'età. I bambini, infatti, non hanno un'emozione ma sono l'emozione. Quando un bambino prova rabbia, non ha la struttura cognitiva per comprenderla come uno stato transitorio; la vive come un'invasione totalizzante che mina il suo senso di identità e controllo. Spesso, la rabbia infantile genera una profonda solitudine e smarrimento. In questo campo, il contributo di D'Allancé consiste in un'operazione psicologica raffinatissima, affine alle tecniche della terapia narrativa, ed è il sottolineare l'importanza dell'esternalizzazione. Mostrando la rabbia come "altro da sé" (il mostro rosso), l'autrice trasmette un messaggio salvifico, affermando che "tu non sei la tua rabbia". Roberto non è un bambino cattivo; è un bambino che sta ospitando un'emozione ingombrante. Spostare il problema fuori di sé permette al bambino di osservarlo (proprio come un filosofo osserva un affetto per comprenderne i meccanismi e depotenziarlo), prenderne le distanze e, infine, agirvi sopra. Il rimpicciolimento del mostro coincide esattamente con il processo di defaticamento dell'amigdala e il recupero delle funzioni corticali.
Dal punto di vista pedagogico, questo libro è uno strumento eccellente per l'alfabetizzazione emotiva, specialmente in contesti scolastici complessi o in presenza di BES, perché fa leva su tre aspetti:
- Lo scaffolding visivo. Per i bambini che faticano a verbalizzare i propri stati interni (a causa di immaturità linguistica, spettro autistico o blocchi emotivi), l'immagine del mostro rosso offre un lessico visivo immediato. Si può chiedere a un alunno in crisi: "Quanto è grande il tuo mostro rosso in questo momento?"
- La de-colpevolizzazione: in classe, le esplosioni di rabbia portano spesso a dinamiche di punizione o etichettamento. Leggere questo libro nel cerchio del mattino permette all'insegnante di de-stigmatizzare la rabbia, dicendo che è normale provarla (tutti abbiamo un "Coso" dentro). Il punto non è reprimerla moralisticamente ma imparare a rimetterla nella scatola prima che distrugga le nostre relazioni (i nostri "giocattoli").
- Il ruolo dell'adulto. Il papà di Roberto lo manda in camera, imponendo un confine strutturante ma lasciandogli lo spazio (fisico e mentale) per elaborare l'emozione da solo. È una prospettiva, per così dire, anti-iperprotettiva perché l'adulto non risolve il problema per lui ma crea la cornice affinché il bambino compia il suo percorso di auto-regolazione.
Per concludere, l'albo è importante perché non insegna a non arrabbiarsi, ma insegna che la rabbia, per quanto distruttiva, ha un perimetro, cioè un inizio e una fine, e può essere gestita dalle stesse mani (quelle di Roberto) che l'hanno generata. È un testo irrinunciabile per chiunque — genitore, educatore o insegnante — voglia fornire ai bambini non solo una storia, ma una vera e propria "tecnologia cognitiva" per abitare se stessi senza paura delle proprie ombre.
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