pp. 1-9
Questo primo volume dell'opera omnia assume una connotazione autobiografica, ergendosi a chiave ermeneutica indispensabile per comprendere l'ispirazione celata dietro l'intera produzione scritta dell'autore. Il tema affrontato rappresenta il fulcro stesso della sua esistenza.
La mistica si configura come una vitale terza dimensione, capace di conferire spessore all'intera opera. Il riduzionismo contemporaneo tende a limitare l'uomo a una mera specie biologica, un animale razionale. Tuttavia, la vita umana (intesa come zōē) trascende la sua pura connotazione biologica (il bios). L'essere umano non si riduce a una semplice somiglianza di Dio, della Fonte, dell'Inizio o della Causa (termini tra loro omeomorfici), ma ne è l'effettiva immagine. Egli è un mikrokosmos, termine caro agli antichi – fino a Paracelso e ai seguaci della cosiddetta "filosofia adepta" – in quanto riflette in sé l'intero makrokosmos. La sottile distinzione tra immagine e somiglianza appartiene primariamente alla sfera teologica.
Esiste una precisa distinzione tra i concetti di mistica e spiritualità, i quali, seppur delineabili separatamente per ragioni pratiche, rimangono intrinsecamente inseparabili. La mistica ha storicamente sofferto di una pessima reputazione, e l'accostamento al tema della spiritualità rischia di esacerbare ulteriormente i malintesi accumulatisi.
Tale fraintendimento deriva in gran parte dall'accettazione acritica della seconda regola di Descartes: i figli dell'epoca moderna hanno creduto che l'estrema specializzazione avrebbe garantito "chiarezza e distinzione", finendo però per confondere l'evidenza razionale con l'effettiva comprensione profonda. Questa influenza ha relegato la mistica al rango di fenomeno straordinario o esoterico, trasformando parallelamente la spiritualità in un'educazione di uno "spirito" alienato, o persino antagonista, rispetto al corpo. Si è così riproposta l'idea dell'anima prigioniera della materia, in aperta contraddizione con il dogma cristiano della resurrezione dei corpi, quest'ultimo ormai emarginato a una dimensione puramente escatologica e temporale. L'impatto di Descartes è stato dirimente nel far percepire la res extensa (la materia) come estranea alla facoltà cogitante. Senza il necessario correttivo offerto dalla dimensione mistica, l'uomo viene ridotto a un bipede razionale schiacciato sotto la supremazia della ragione.
L'Esperienza della Vita costituisce la definizione più esatta e concisa della mistica stessa. Si parla qui dell'esperienza nuda, distinta (sebbene inseparabile) dalla concomitante interpretazione e conoscenza che se ne ha. L'esperienza quotidiana umana è tipicamente frammentaria e distratta; raramente si vive in uno stato di pienezza assoluta.
Da ciò si deduce che la mistica non è l'appannaggio elitario di pochi eletti, ma rappresenta la caratteristica umana per eccellenza. L'uomo, in quanto essere mosso da un'anima, è per sua essenza un mistico, un animale spirituale. L'etimologia indoeuropea stessa della parola anima (legata ad aniti, colui che respira, e anilah, soffio) include in sé il concetto di spirito, indicando che la semplice animalità e razionalità non esauriscono la definizione umana.
Le innumerevoli pratiche spirituali orientali e occidentali – siano esse meditazione, yoga, contemplazione, vipassana, tantra o jing – convergono tutte verso un unico obiettivo essenziale: invitare l'individuo a concentrarsi sul nucleo del proprio essere, acquisendo piena coscienza di essere vivo, libero dalle distrazioni e dalle "tentazioni" della superficialità. Sebbene non tutti possiedano intelligenza, ricchezza o educazione, ogni essere umano è vivo e detiene la potenzialità di prenderne pienamente coscienza, un'avvertenza che spesso, nel vivere ordinario, sfugge.
Solitamente, la coscienza della propria vita si presenta come un genitivo oggettivo: è una vita interpretata attraverso categorie mentali, giudicata, oggettivata. Questa non è la coscienza pura della vita in sé; non è la vita che prende coscienza di se stessa (quell'infinita coscienza che le Upanisad definiscono anantam).
La mistica esige il superamento dell'ego: la vita non è una proprietà privata e questa esperienza profonda sfugge nel momento stesso in cui l'io pretende di impadronirsene. La mistica, dunque, assume la duplice valenza di genitivo oggettivo e soggettivo: è l'esperienza che l'uomo ha della Vita, ma simultaneamente è l'esperienza che la Vita stessa fa all'interno dell'uomo.
Fino a tempi moderni, la mistica è stata confinata nel recinto del patologico, del paranormale o del soprannaturale. L'intento speculativo è invece quello di reintegrare la mistica nell'essere stesso dell'uomo: lo spirito mistico è antropologicamente costitutivo quanto l'essere razionale o corporeo. Ogni uomo, almeno in potenza, è mistico, e la mistica autentica non disumanizza, bensì rivela che l'umanità eccede la pura razionalità.
La riflessione si sposta poi su ciò che accomuna e distingue gli esseri umani. Fino al secolo scorso, prima della confutazione della generazione spontanea, la vita era percepita come il trascendentale assoluto dell'Essere: Vita ed Essere erano considerati sinonimi. Con il dogma ottocentesco di Pasteur – Omne vivum ex vivo ("Tutto ciò che vive proviene da un altro essere vivo") – la vita è stata circoscritta a una dimensione meramente biologica, tracciando una linea netta tra materia inerte ed esseri viventi. Questa demarcazione "scientifica" ha ridotto la fisica alla materia inerte, relegando altri approcci alla magia o al pensiero primitivo e rendendo filosoficamente problematica perfino la concezione della vita di Dio (a meno di ricorrere, come fecero alcuni teologi, alla distinzione tra zōē e bios).
Superando l'adozione acritica di tali divisioni, diviene possibile omologare nuovamente la Vita all'Essere, applicando l'analogia vitae al posto della classica analogia entis. Ribaltando l'assioma aristotelico vita viventibus est esse (la vita per i viventi è il loro essere), si giunge all'intuizione che l'essere per gli esseri è la loro vita (esse essentibus est vita), un concetto astratto che si fa nozione immediata, affine alla credenza tradizionale dell'anima mundi.
Il testo prende poi nettamente le distanze dai mythos psicologici e letterari del secolo scorso, esemplificati da figure come Sigmund Freud, che riduceva la mistica a un fenomeno psicologico di evasione, e Romain Rolland, che parlava di un vago "sentimento oceanico", concetti che rendevano la mistica estranea e primitiva. Viene invece celebrato il reinserimento della mistica nel dibattito filosofico operato da una vasta schiera di pensatori (tra cui Radhakrishnan, Dasgupta, von Hügel, Otto, Heiler, Eliade, Lévy-Bruhl, Blondel, Bergson, Baruzi, Brémond, Guénon, James, Huxley, Ph. Sherrard, Underhill, Zaehner). Senza la nozione mistica, del resto, la nozione tradizionale di Filosofia risulta svuotata.
L'esperienza mistica, nel suo aspetto più generico, completa la dimensione umana della Vita. Essa è costitutivamente gioiosa, poiché – come recita un adagio – "un mistico triste è un triste mistico". Il vedānta codifica la realtà suprema come sat (Essere), cit (Coscienza) e ānanda (Infinitudine o Felicità).
L'uso del termine Vita con l'iniziale maiuscola è intenzionale e serve a includere non solo le dimensioni fisiologiche e psichiche, ma anche l'esistenza di una vita spirituale, della Vita dell'Essere e, paradossalmente, persino della Vita della materia. La mistica è esattamente questa esperienza integrale. Il termine "Vita" viene preferito a "realtà" poiché richiama un concetto meno da spiegare e più da sperimentare direttamente: vivendola ne siamo coscienti.
Pur potendo intitolare l'opera "Esperienza del Vivere", tale dicitura è apparsa troppo ambigua. Il termine "realtà" verrà comunque impiegato per chiarezza di contesto. Il fine non è descrivere fenomeni straordinari o speculazioni, bensì approcciare il problema fondamentale: quell'Essere che noi stessi siamo.
Ogni uomo riconosce la Vita come valore sommo, legando ad essa il proprio istinto di conservazione. Questa esperienza si declina su diversi livelli di profondità: c'è chi si sente vivo attraverso le pulsioni e le passioni corporee; chi sperimenta una forma intellettuale della Vita attraverso la capacità di pensiero; e chi avverte con intensità che la Vita è un dono trascendente, una grazia. Queste tre esperienze si fondono, delineando un'antropologia tripartita di corpo, anima e spirito.
Essendo genitivo oggettivo e soggettivo insieme, l'esperienza della Vita è avvertita come qualcosa che ci è stato dato, che "vive in noi" senza essere nostra proprietà. Testi sacri la descrivono come un Essere assoluto, i Veda parlano di una vita che non muore, infinita e divina.
Già nel II secolo, san Giustino affermava che l'esperienza della Vita (zōē) equivale all'esperienza del datore della vita stessa, poiché la nostra esistenza vi partecipa. Affermare questo, tuttavia, non esime dal necessario discernimento: non tutte le esperienze immaginate hanno il medesimo valore.
Per abbracciare questa esperienza integrale (che la facoltà riflessiva non può intaccare) occorre mantenere aperti i "tre occhi" della tradizionale antropologia tripartita. L'euforia razionalista moderna ha atrofizzato il terzo occhio, quello della fede (da non confondersi con la mera credenza). San Tommaso d'Aquino scriveva: Fides enim est vita animae ("La fede infatti è la vita dell'anima"), ricalcando inconsapevolmente la Prasnu-upaniṣad VI,4 ("Dalla vita proviene la fede"). Lo stesso Aquinate sosteneva che la vita è ciò in cui si trova il maggior godimento, mentre il mistico Ramon Llull affermava che Philosophus semper est laetus ("Il filosofo è sempre lieto"). San Giustino definisce la fede come "la gioia della Vita".
Vivere la Vita non coincide con le funzioni del nostro essere: non equivale a pensarla, sentirla, farla o disprezzarla. L'esperienza della Vita non soggiace al tempo o alla durata, ma è l'esperienza dell'istante puro, della tempiternità.
Serve in questo contesto una profonda riflessione interculturale. La ragione dialettica non è in grado di pensare alla sua negazione, alla morte, identificandola erroneamente con la non-vita. Si può fare esperienza della Vita, ma non della morte di un altro, né sperimentare concretamente la non-vita; è solo il pensiero astratto che oppone vita e morte.
L'esperienza della Vita culmina nell'esperienza del mistero, la presa di coscienza che ciò che si sta sperimentando sfugge alla gabbia del pensiero. Per questo, da Socrate in poi, la filosofia è stata sovente interpretata come meditatio mortis. L'esperienza della vita porta con sé anche l'esperienza del morire, intesa come contingenza umana, la consapevolezza che la nostra vita non si regge da sola ma poggia sull'Assoluto.
L'esperienza integrale è dunque una complessità squisitamente trinitaria e cosmoteandrica (materiale, umana e divina contemporaneamente). Essa abbraccia le vibrazioni del corpo (piacere e dolore), le intuizioni dell'anima (verità ed errore) e le folgorazioni dello spirito (amore e repulsione). Sentirsi vivi significa avvertire la pienezza all'interno della limitazione concreta, abbracciando anche il dolore e l'esperienza del morire (il Muojo ogni giorno - apothnēskō verbale - di san Paolo).
Il grande ostacolo a questa pienezza è la contemporanea ossessione per il fare a discapito dell'essere. La mistica necessita di maturità, spesso raggiunta nel crepuscolo della vita, quando l'azione passa in secondo piano rispetto alla consapevolezza dell'essere come atto puro (il trionfo dell'amore insegnato sia dalla Bhagavad-gītā che dal Vangelo). Spesso gli individui evitano questa pienezza per timore della morte, sebbene maestri come Dogen abbiano intimamente assimilato le due esperienze.
Di fronte alla possibile obiezione che questo approccio non rifletta l'accezione comune del concetto di "mistica", la risposta è perentoria: la mistica non è un concetto e non deve piegarsi alle mode intellettuali passeggere. I veri testi mistici si avvicinano a questa filosofia. Rifiutando la polemica, l'autore si predispone alla critica e all'apprendimento continuo, citando Sofocle (tramandato dalla Carta di Aristeas del III secolo a.C.): Non v'è nulla di più grande per l'uomo che imparare e assimilare costantemente.
La composizione del volume, infine, è articolata in modo nitido:
- Prima Sezione - La Nuova innocenza: analizza la mistica autentica come un atteggiamento libero, spontaneo, emergente dalla pienezza della persona e non dalla riflessione intellettuale sull'Essere.
- Seconda Sezione - La meditazione: affronta un tema su cui dominano il silenzio e la prassi, esponendo tre figure di santi per dimostrare la pluralità e l'assenza di un concetto univoco di santità.
- Terza Sezione: cstituisce uno studio filosofico e sistematico volto a confutare l'esclusività della mistica per una presunta élite. Ribadisce che tutti, come formulato dal cristianesimo e da innumerevoli religioni, sono "figli di Dio" e potenzialmente aperti a tale esperienza vitale. Il testo si conclude con un'appendice contenente riflessioni da prospettive diverse e una profonda preghiera personale.
1. Il grande malinteso: l'uomo "a pezzi"
2. La vera definizione di Mistica: l'Esperienza della Vita
- Bios: La vita biologica, il respiro cellulare, la sopravvivenza.
- Zōē: La Vita profonda, il senso dell'esistere, ciò che ci collega all'infinito. La mistica si occupa della Zōē.
- La Vita non è una nostra proprietà (Il superamento dell'Ego)
4. L'uomo intero: Corpo, Anima e Spirito (I "Tre Occhi")
- Il Corpo (Sensi): ci fa sentire vivi attraverso i battiti, le passioni, il piacere e il dolore.
- L'Anima (Intelletto/Ragione): ci fa sentire vivi quando capiamo le cose, quando scopriamo una verità.
- Lo Spirito (Fede/Mistica): è l'occhio che abbiamo atrofizzato. Non è la fede intesa come "credere a dei dogmi religiosi", ma è l'apertura al Mistero, l'intuizione profonda, l'amore puro.
5. La "Tempiternità" e la morte
6. La visione Cosmoteandrica
- Cosmos = il mondo, la materia, il corpo.
- Theos = Dio, il Mistero, l'Infinito, lo spirito.
- Andros = l'essere umano, l'anima, la coscienza.
Riduzionismo moderno: L'uomo è visto solo come "animale razionale" o "macchina biologica".
Le cause storiche:
Cartesio: Ha separato la mente (ragione) dalla materia (corpo), disincarnando la spiritualità.
Pasteur: Ha confinato il concetto di "vita" alla sola biologia cellulare (omne vivum ex vivo).
L'effetto sulla Mistica: È stata degradata a fenomeno anormale, elitario, patologico o esoterico (es. considerata un'evasione psicologica da Freud).
2. LA SOLUZIONE (La proposta di Panikkar)
Cos'è la Mistica? È l'Esperienza Integrale della Vita.
Non è una specializzazione per pochi (un'élite).
È una dimensione antropologica universale: ogni essere umano è un mistico potenziale ("la caratteristica umana per eccellenza").
Vita vs. Realtà: Preferisce usare la parola "Vita" (con la V maiuscola) perché non va solo spiegata, va sperimentata e vissuta in prima persona.
3. COME AVVIENE L'ESPERIENZA MISTICA? (I Meccanismi)
Passaggio dal Fare all'Essere: Abbandonare l'ossessione per l'azione e l'efficienza per concentrarsi sulla nuda consapevolezza di esserci (spesso accade nella maturità/vecchiaia).
Superamento dell'Ego: La Vita non è mia. Io non "possiedo" la vita; io partecipo alla Vita. (La Vita vive in me).
Vivere la "Tempiternità": Uscire dalla logica del tempo che passa (cronologico) e vivere l'istante puro, il presente assoluto.
L'Antropologia Tripartita (I Tre Occhi):
Corpo: Esperienza fisica, passioni, sensi (Occhio della carne).
Anima: Esperienza intellettuale, ragione (Occhio della mente).
Spirito: Esperienza del dono, grazia, mistero (Occhio della Fede/Mistica).
4. LA NATURA DELL'ESPERIENZA (Le sue caratteristiche)
Mistero e Morte: La ragione dialettica si ferma davanti alla morte (pensandola come non-vita). La mistica accetta il limite e la contingenza; sperimenta l'Assoluto proprio riconoscendo che non ci sosteniamo da soli.
Gioia: È costitutivamente gioiosa ("Un mistico triste è un triste mistico").
Natura Trinitaria e Cosmoteandrica: È un intreccio inscindibile di:
Materiale (Cosmos)
Umano (Andros)
Divino (Theos)
5. LA STRUTTURA DEL LIBRO (Come procederà l'autore)
Sezione 1: La Nuova Innocenza (atteggiamento libero e spontaneo).
Sezione 2: La Meditazione (il silenzio e la prassi attraverso tre santi).
Sezione 3: Studio sistematico contro l'élitarismo (dimostrazione che siamo tutti aperti a questa esperienza).
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