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mercoledì 10 giugno 2026

Chiosa su Diogene Laerzio, Platone e Aristotele.

         


        I tre brani che abbiamo letto (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, 8, 8; Platone, Simposio, 204 e Aristotele Metafisica, I, 2, 982b) hanno lo scopo di verificare - seppur in modo sommario e limitato perché la storia della filosofia antica è molto più vasta - se le teorie di G. Reale su questa disciplina (a proposito del suo contenuto, del metodo dello scopo) siano vere o meno. Personalmente, ritengo che - da quanto letto - Reale non stia sbagliando. La questione, però, andrebbe senz'altro approfondita, almeno integrando anche la dimensione dell'origine della filosofia antica. 

    Proviamo ad analizzare ancora i tre brani, mettendoli accanto, da un punto di vista teoretico:


[Pitagora] diceva che la vita è simile a una Panegiria: gli uni vi vanno per lottare e vincere, altri per affari, ma i migliori vi vanno come spettatori, così come nella vita, diceva, alcuni nascono con anime di schiavi, bramosi di gloria e di guadagni, ma altri, i filosofi, desiderosi solo della verità. 

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, 8, 8. 

 

Eros non è mai né sprovvisto né ricco, e d’altro canto sta in mezzo tra la sapienza e l’ignoranza, le cose stanno infatti nel modo seguente. Nessuno degli dei ama la sapienza, né desidera diventare sapiente, poiché lo è già; se poi c’è qualcun altro a essere sapiente, neppure costui ama la sapienza.  D’altro canto, nemmeno gli ignoranti amano la sapienza, né desiderano diventare sapienti. Proprio in questo, difatti, l’ignoranza è insopportabile, nel credere, da parte di chi non è  né bello né eccellente, e neppure saggio, di essere adeguatamente dotato. Chi non ritiene  di essere privo, dunque, non desidera ciò di cui non crede di avere bisogno. Chi saranno allora, o Diotima – chiesi io – gli amanti della sapienza, se non sono né i sapienti né gli ignoranti? A questo punto la cosa è ormai evidente – disse – anche per un bambino: saranno coloro che stanno in mezzo a questi due, e tra di essi vi sarà anche Eros. In effetti, la sapienza fa parte senza dubbio di ciò che vi è di più bello, ed Eros, dal canto suo, è amore a riguardo della bellezza, cosicché necessariamente Eros sarà amante della sapienza, ed essendo filosofo sarà in mezzo tra il sapiente e l’ignorante. 

Platone, Simposio, 204

 

Infatti gli uomini furono mossi a filosofare, allora come ora, dalla meraviglia, rimanendo dapprima attoniti innanzi ai problemi più ovvi, e poi progredendo a poco a poco sino a proporsi questioni molto superiori: per esempio, sulle condizioni della luna e quelle del sole, su gli astri, su l’origine del tutto. Ora chi innanzi a una difficoltà si meraviglia [thaumazon], reputa di essere ignorante, (perciò chi ama il mito è anch’egli in certo modo filosofo, poiché il mito risulta da un complesso di meraviglie); ma se, dunque, gli uomini filosofarono per sfuggire l’ignoranza, è manifesto che essi cercarono di conoscere per puro amore del sapere, e non per servirsene a qualche uso. Ne fa testimonianza il fatto che questa conoscenza cominciò a essere cercata quando furono provvedute, si può dire interamente le cose necessarie e quelle utili alle comodità e al benessere della vita. Non è dubbio, quindi che noi non la cerchiamo per nessun vantaggio esteriore: anzi come diciamo uomo libero chi ha il fine in sé e non in altro, così anche diremo di essa: che essa sola tra le scienze è libera, perché essa sola ha il fine in sé stessa.

Aristotele, Metafisica, I, 2, 982b.


        Riguardo all'origine della filosofia antica, possiamo riconoscere che i tre autori propongono tre inizi complementari:


  • Origine antropologica ed etimologica (Diogene Laerzio / Pitagora): dal testo di Diogene Laerzio ricaviamo sia l'origine autoriale del termine stesso (coniato da Pitagora), sia che la filosofia ha origine da una specifica tipologia umana. La filosofia, infatti, nasce nel momento in cui un uomo compie un "passo indietro" rispetto alle frenesie del mondo. Nella metafora della Panegiria, la filosofia ha origine quando qualcuno decide di smettere di competere per la gloria (gli atleti) o di affannarsi per il guadagno (i mercanti), per assumere la posizione del puro spettatore. L'origine della filosofia coincide, quindi, con una scelta di distacco, essa nasce quando l'essere umano smette di "usare" il mondo per i propri scopi egoistici e inizia semplicemente a volerlo comprendere. La spiegazione che, quindi, Diogene Laerzio/Pitagora stanno tratteggiando è di tipo psico-comportamentale. 

  • Origine erotica e relazione (Platone): per Platone, l'origine della filosofia è un "vuoto" che chiede di essere riempito. L'atto del filosofare non nasce da una pienezza (chi sa già tutto non filosofa), ma da una mancanza dolorosa e vitale. La filosofia ha origine, infatti, nel momento esatto in cui scatta l'autoconsapevolezza dei propri limiti. Nasce nel metaxù (nello spazio intermedio) tra l'ignoranza cieca e l'onniscienza divina. Inoltre, Platone ci dice che la filosofia ha un'origine "erotica", cioè nasce perché c'è Eros. È una spinta passionale, un desiderio d'amore verso la bellezza e la verità che non si possiedono. Non nasce per un freddo calcolo intellettuale, ma per un'attrazione irresistibile. Qui la spiegazione è di natura metafisico-psicologica. 

  • Origine esistenziale e materiale (Aristotele): Aristotele è il più analitico dei tre e ci fornisce due radici precise per l'origine della filosofia, una interna e una esterna. Quella interna, o esistenziale, riguarda la meraviglia (thauma).  La filosofia nasce da uno shock esistenziale. L'uomo guarda il cielo, per esempio, si accorge di non capirne il funzionamento, prova un senso di vertigine e smarrimento davanti all'ignoto e, per "sfuggire l'ignoranza", inizia a fare ricerca. Il mito è stato il primissimo (e imperfetto) tentativo di rispondere a questa meraviglia originaria. L'origine esterna, o socio-economica, afferma che la filosofia può sbocciare solo quando i bisogni materiali primari sono già stati soddisfatti. Aristotele dice chiaramente che gli uomini iniziarono a cercare questa conoscenza "quando furono provvedute, si può dire interamente, le cose necessarie". Questo significa che la filosofia ha bisogno di una condizione materiale precisa per nascere, anzitutto il tempo libero liberato dalle urgenze della sopravvivenza lavorativa. La sua è una spiegazione anche di tipo materiale. 

        In merito al contenuto, i tre testi confermano che il suo oggetto è la realtà colta nella sua espressione più alta e universale, lontana dalle banalità quotidiane. 
        Per Diogene Laerzio/Pitagora, è la verità pura. A differenza di chi è concentrato sul "guadagno" o sulla "gloria" (le questioni terrene e sociali), il filosofo si concentra esclusivamente sulla "verità". Il contenuto del suo studio è la realtà per come è, spogliata dagli interessi personali.
         Per Platone, il contenuto della filosofia è la sapienza stessa, che Diotima ci dice fare parte "di ciò che vi è di più bello". La filosofia si occupa di ciò che è eccellente e degno di amore.
        Per Aristotele, il contenuto della filosofia è più specifico. Si parte dai problemi più ovvi per arrivare alle questioni cosmiche: "le condizioni della luna e quelle del sole, sugli astri, sull'origine del tutto".

        Visto l'oggetto, come procede il filosofo? Qual è il suo metodo
        Nella metafora di Pitagora (riportata da Diogene Laerzio), il metodo è quello dello spettatore, dunque dell'osservazione disinteressata. Il filosofo non scende nell'arena per azzuffarsi (gloria) né si mette a vendere merci (affari). Il suo metodo è tirarsi fuori dalla mischia per poter guardare e comprendere l'intero spettacolo della vita.
        In Platoneil metodo filosofico inizia e continua sempre con l'ammissione di non essere né dèi (onniscienti) né ignoranti superbi. Il filosofo procede posizionandosi "in mezzo", riconoscendo il proprio bisogno. Senza questa ammissione, la ricerca non parte, perché "chi non ritiene di essere privo, non desidera".
            Aristotele, dal suo punto di vista, ci mostra un metodo progressivo. Si parte rimanendo "attoniti" (il thauma, la meraviglia mista a smarrimento) davanti alle difficoltà. Questa meraviglia ti costringe a dichiarare la tua ignoranza e ti spinge a fare domande, progredendo "a poco a poco" dalle cose semplici a quelle supreme

            Infine, cruciale è lo scopoI testi convergono tutti verso una conclusione che per la mentalità moderna, ossessionata dall'utilità e dal profitto, è quasi scandalosa: la filosofia non ha uno scopo pratico. 
            Per Diogene Laerzio/Pitagora, il fine è la contemplazione pura perché, come gli spettatori dei giochi, i filosofi non cercano un premio materiale (gloria o denaro). Il loro scopo è semplicemente "vedere" (in greco, la parola theoria significa proprio "osservazione", "sguardo").
            In Platone il fine acquisisce un significato profondo. Per lui, lo scopo del filosofo (l'amante) è colmare la propria mancanza per avvicinarsi alla sapienza e alla bellezza. Lo scopo è un'elevazione interiore, spinta da una forza vitale (Eros). Il fine è il movimento verso la perfezione.
                Per ultimo, Aristotele, la filosofia nasce quando i bisogni di sopravvivenza ("le cose necessarie") sono già stati soddisfatti. Non serve ad avere vantaggi esteriori. Il suo scopo è sfuggire l'ignoranza. Proprio come un uomo schiavo è un mezzo per i fini del suo padrone, una scienza utile è schiava dell'obiettivo che deve raggiungere. La filosofia è l'unica scienza veramente libera, perché "sola ha il fine in se stessa".

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