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lunedì 22 giugno 2026

R. Mancini, L'ascolto come radice. Teoria dialogica della verità, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995, pp. 7-11 (introduzione)

      


pp. 7-11


  Per poter tornare ad analizzare le profonde implicazioni dell'esperienza dialogica, risulta essenziale superare un iniziale senso di avversione. Tale ostacolo deriva dal logoramento e dalla costante mistificazione che quotidianamente sfigurano il significato autentico del dialogo; la retorica del dialogo è infatti talmente pervasiva da spingere verso l'abbandono della questione stessa. Tuttavia, una volta oltrepassata questa resistenza iniziale, emerge ineludibilmente il problema della verità. Qualsiasi confronto dialogico esige che i propri presupposti, contenuti e prospettive vengano ancorati a un riferimento – di natura etico-morale, metafisica o persino strettamente procedurale – che possa essere universalmente riconosciuto come vero. La fugace sensazione di aver conferito al discorso un respiro adeguato cede rapidamente il passo alla consapevolezza di aver acuito la complessità della situazione, ponendo la questione della verità proprio al centro del dibattito.

        Lontano dalle esclusive dispute filosofiche, la verità viene percepita e vissuta nella quotidianità secondo due paradigmi antitetici: un assolutismo conoscitivo o un relativismo radicale. Nel paradigma assolutista, l'individuo si percepisce schierato dalla parte della verità incarnata, ergendosi a suo portavoce esclusivo e custode inattaccabile. Nel paradigma relativista, al contrario, si concede legittimità a qualsivoglia pretesa di senso, ponendo però la rigida condizione che tale pretesa non venga mai intesa come vera e universalmente valida. Entrambi gli approcci, seppur diametralmente opposti, si rapportano alla verità via negationis (attraverso la negazione). L'assolutista epistemologico fa vivere la propria verità unicamente attraverso l'annientamento di ogni altra istanza che aspiri a una medesima validità; parallelamente, la verità del relativista interviene con il solo scopo di garantire cittadinanza a ogni posizione, fondandosi però sulla negazione programmatica della verità in quanto tale.

        Questa dinamica rivela la duplice e speculare natura di un'epistemologia esclusiva, la quale è strutturalmente abituata a far coincidere il traguardo supremo della conoscenza con la totale solitudine di un'identità che riposa unicamente presso di sé. La dicotomia si riduce a una mera differenza di atteggiamento: l'assolutismo conoscitivo si consacra come testimone perenne di questa identità eterna e immutabile, mentre il relativismo la giudica irrimediabilmente perduta o illusoria, sostituendola con una pluralità virtualmente infinita e frammentata di assolutismi privati.

        La rinuncia alla verità stessa, causata dall'egemonia di una di queste due concezioni, è un fenomeno estremamente diffuso e foriero di dolorose conseguenze per la convivenza interumana, la quale sconta costantemente il prezzo dell'insensatezza e della sopraffazione. Questa rinuncia non è mossa unicamente dal legittimo timore verso l'indole totalitaria tipica dell'assolutismo conoscitivo – timore che conferisce al relativismo un'apparenza di ragionevolezza e onestà – ma lascia le vittime della verità assoluta nella speranza di individuare in quella che viene definita la verità in quanto tale il criterio ultimo per una convivenza libera da logiche di dominio. Chi coltiva tale speranza avverte l'urgenza di dimostrare che non si sta invocando un nuovo fondamentalismo, bensì il semplice riconoscimento di una verità minimale e procedurale, capace di imporre il rispetto per ogni interlocutore. Questa si configura come la morale provvisoria indispensabile nell'epoca del villaggio globale, un'era in cui l'umanità, pur essendo iper-connessa tecnologicamente, è costantemente esposta alla recrudescenza di logiche e lotte tribali.

        Proprio in virtù di questa imprescindibile, seppur fragile, dimensione comunicativa e dialogica, sorge la necessità di recuperare un'idea di verità completamente diversa, che risulti irriducibile sia all'idolatria della verità assoluta sia alla proliferazione di tolleranti assolutismi privati. L'apparente alternativa tra intolleranza e tolleranza costituisce in realtà una falsa alternativa, poiché la tolleranza rischia costantemente di tramutarsi nella sua controparte. La tolleranza, intrinsecamente, non equivale al riconoscimento profondo dell'altro; si configura piuttosto come una mera concessione elargita da chi detiene il potere e decide di astenersi dalla persecuzione. Al pari dell'intolleranza, essa fallisce nel tradursi in un reale riconoscimento dell'alterità, poiché in entrambe le prospettive viene a mancare la relazione fondativa con la verità in quanto tale. Di contro, una possibilità essenziale e feconda si dischiude unicamente quando la dimensione della comunicazione interumana e quella del rapporto con la verità vengono pensate e vissute nella loro stretta coimplicazione.

        Riguardo al significato e al referente dell'idea di una "verità in quanto tale", l'obiettivo è ricercare un varco verso una verità che non sia escludente, e che mantenga la propria essenza senza imporsi come un assoluto incontrastabile. La tesi fondante dell'intera indagine stabilisce che l'esperienza conoscitiva coincide propriamente con l'incontro e la relazione con la verità. Questa verità è intesa come un'alterità di senso, la quale non può in alcun modo essere ridotta alle proiezioni umane, siano esse di assolutezza o di finitezza. Affinché questa alterità possa essere concretamente esperita e riconosciuta all'interno di qualsiasi forma culturale, essa non deve presentarsi né come un'entità assoluta (il che la renderebbe irrelata, impensabile e innominabile, scissa dall'uomo), né come un'entità puramente relativa (condizione che ridurrebbe il soggetto a confrontarsi unicamente con se stesso).

        L'esperienza conoscitiva necessita di un'interpretazione rigorosa per poterne rivelare il senso più autentico. La tradizione filosofica occidentale ha storicamente inquadrato l'incontro con la verità come una manifestazione fenomenica che trasforma il soggetto conoscente in un mero spettatore. Di conseguenza, la ragione ha sviluppato un'autocomprensione di se stessa in qualità di ragione visiva, dove il desiderio di sapere tende inesorabilmente a coincidere con la volontà di vedere. Questa volontà di visione ha mostrato enormi difficoltà a distinguersi da una volontà di potenza, la quale, attraverso lo strumento dello sguardo, tende a catturare e a dissolvere l'oggetto conosciuto. La ragione visiva, nel suo sforzo primario di superare il narcisismo di un "io" che riesce a scorgere solo il proprio riflesso, e avendo compreso di poter trovare appagamento solo nell'assoluto, ha cercato di emanciparsi dalla fascinazione narcisistica. Paradossalmente, proprio seguendo questa via, essa si è insediata saldamente all'interno dell'orizzonte della metafisica della verità assoluta. Tuttavia, le fioriture storiche di questa impostazione metafisica, estendendosi dalla grecità classica fino alla modernità, si sono rivelate inevitabilmente stagionali ed effimere. Al loro esaurirsi, la ragione si ritrova in balia di un relativismo che risulta essere altrettanto dogmatico e assoluto. La ragione visiva si dimostra così strutturalmente incapace di evadere dalla perenne oscillazione tra l'irrigidimento dogmatico e la forma scettica della negazione rivolta contro la verità in quanto tale.

        L'ipotesi interpretativa centrale è che l'approccio esclusivo in chiave ottica della conoscenza precluda intrinsecamente la possibilità di superare il pendolarismo tra assolutismo e relativismo. Questo blocco teorico è causato dalla marginalizzazione del dialogo, il quale viene privato del suo status di modalità essenziale di relazione con la verità. A questa si affianca un'ipotesi complementare: l'impossibilità di concepire la dialogica (intesa come esperienza del senso e della verità) in assenza dell'atto originario dell'ascolto. Di conseguenza, emerge il valore radicale e fondativo dell'ascoltare. Quale modalità primaria di accesso, partecipazione e costante alimentazione della relazione tra l'essere umano e la verità, l'ascolto si manifesta come la radice stessa dell'esperienza. In questa veste radicale, l'ascolto funge da connettore tra la coscienza e il senso, ponendola in relazione con quell'alterità desiderata e multiforme che permette alla coscienza stessa di rinnovare la propria linfa vitale.

        La prospettiva delineata si configura a tutti gli effetti come una teoria dialogica. Si tratta di una teoria in una duplice accezione: in primo luogo, perché fornisce una specifica proposta ermeneutica per l'interpretazione del complesso problema della verità; in secondo luogo, perché, pur rivendicando e recuperando il valore radicale e primario dell'ascolto, non avanza alcuna pretesa di eliminare o invalidare gli elementi conoscitivi riconducibili al vedere e alla contemplazione. Non sussiste pertanto alcuna contraddizione, né alcuna logica banalmente sincretistica, nel teorizzare un impianto concettuale che ruoti attorno al paradigma dell'ascoltare. Da qui emerge l'anticipazione di una delle risultanze teoretiche principali del percorso: l'autocomprensione dialogica della ragione ha il potere di dissolvere alla radice la necessità di postulare qualsiasi antagonismo tra i sensi – in particolar modo il conflitto storico tra visione e ascolto – nell'ambito dell'interpretazione del senso stesso della conoscenza.

        Il percorso d'indagine si struttura congiuntamente su un doppio binario, storiografico e teoretico. La riflessione sulla questione della verità procederà di pari passo con l'analisi delle opere di quegli autori che si sono mossi nella medesima direzione interpretativa. L'attenzione si concentrerà in modo specifico su quelle autentiche culture dell'ascolto che hanno saputo mantenere viva e vitale questa specifica prospettiva nel vasto panorama del pensiero del Novecento. L'indagine attraverserà l'apporto della filosofia ermeneutica (affrontata nel secondo capitolo), per poi dar voce a figure di spicco del pensiero neoebraico contemporaneo e della teologia cristiana contemporanea (esaminate rispettivamente nel terzo e nel quarto capitolo), giungendo infine ad analizzare il rilevante contributo fornito dalla teoria della psicoterapia e dall'estetica musicale (tematiche centrali del quinto capitolo). A fare da premessa teorica, il primo capitolo proporrà una meticolosa ricostruzione storico-filosofica della tradizione della ragione visiva all'interno del pensiero occidentale, con lo scopo precipuo di comprendere le dinamiche che hanno condotto alla marginalizzazione dell'ascolto e del dialogo nell'elaborazione teorica dell'esperienza della verità. La conclusione dell'opera sarà invece dedicata a una strutturata riflessione di carattere programmatico, volta a ridefinire i compiti futuri della filosofia alla luce dell'intero impianto teoretico sviluppato.

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R. Mancini, L'ascolto come radice. Teoria dialogica della verità, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995, pp. 7-11 (introduzione)

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