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domenica 21 giugno 2026

The War Against Youth in the Post-9/11 Era - H. A. Giroux, The Abandoned Generation (2003), Introduzione

       


pp. XIII-XXII

         L'ordine sociale e politico contemporaneo è segnato da un problema strutturale intrinseco all'infanzia, indissolubilmente legato alla violenza e all'esclusione sociale. Come teorizzato da Jean Baudrillard, l'infanzia e l'adolescenza sono spazi condannati alla marginalità, all'obsolescenza accelerata e alla delinquenza. In seguito agli attacchi terroristici dell'11 settembre, la democrazia statunitense si manifesta in tutta la sua fragilità, specialmente nei confronti delle nuove generazioni. Le nuove leggi antiterrorismo approvate in nome della sicurezza nazionale (homeland security) hanno sistematicamente eroso le libertà civili di base, consentendo azioni governative invasive e potenzialmente repressive. A fronte di questo scenario, si registra un profondo silenzio da parte del mondo accademico e della critica di fronte all'ingiustizia subita dai giovani, bersagli primari delle nuove politiche sociali punitive dello stato. Il discorso dominante sul terrorismo ignora deliberatamente il significato di questo termine al di fuori degli attacchi violenti contro la proprietà o le persone, celando un cinismo e un'indifferenza politica totale verso il "terrorismo domestico" vissuto quotidianamente da bambini poveri, affamati, senzatetto e privi di cure mediche.

        I bambini sono stati progressivamente privati del loro status di cittadini nella sfera pubblica, subendo una totale negazione della loro agentività. Avendo meno diritti e meno istituzioni a loro tutela rispetto a qualsiasi altro gruppo sociale, le loro voci e i loro bisogni sono esclusi dai dibattiti e dalle pratiche legislative. Le rare preoccupazioni degli adulti nei loro confronti vengono relegate esclusivamente alla sfera privata familiare o strumentalizzate dai media attraverso panici morali riguardanti pedofili e rapimenti. La risposta politica a queste paure si traduce invariabilmente in politiche di inasprimento penale (get tough on crime), omettendo qualsiasi condanna per il fallimento sistemico nel fornire sicurezza sociale. Nel discorso pubblico sul futuro, i giovani non compaiono come soggetti, ma sono oggettificati attraverso il linguaggio degradante del consumismo e della pubblicità: se non sono simboli di moda o target di mercato, vengono ritratti come un problema e un pericolo per la società adulta. Questa dinamica è palese nella cinematografia hollywoodiana degli ultimi vent'anni, attraverso pellicole come 187, Black and White, Gummo, Jawbreaker, Bully, Traffic e Murder by Numbers, in cui i giovani figurano esclusivamente come entità pericolose, tossicodipendenti, irresponsabili e prive di intelletto.

    Un'intera generazione è stata istituzionalmente etichettata con la definizione di superpredators (superpredatori). Nel 1997, il deputato della Florida William McCollum ha brutalmente definito i giovani contemporanei come i "criminali più pericolosi sulla faccia della terra". Successivamente al massacro della Columbine High School a Littleton in Colorado, Barbara Kantrowitz e Pat Wingert hanno dichiarato sulle pagine di Newsweek che la cultura giovanile rappresenta un "Signore delle mosche su vasta scala". La rivista Time ha cristallizzato questo disprezzo in due copertine emblematiche: la prima, nell'agosto 2001, intitolata "Kids Have Too Much Power", dipinge i giovani come viziati baby-boomer definiti solo dall'ego e dall'impulso allo shopping, suggerendo come cura un maggiore controllo autoritario da parte degli adulti. La seconda, nel gennaio 2002, intitolata "You're On Your Own, Baby", trasmette il messaggio che la società adulta non si assume più alcuna responsabilità per la formazione del futuro. Nell'epoca scandita dallo scandalo Enron, il rischio è diventato il fattore dominante della vita; gli adulti, concentrati a difendere i propri fondi pensione (401K), lasciano la prossima generazione a se stessa, confermando che l'infanzia è la priorità più bassa della nazione.

        Secondo l'analisi di Lawrence Grossberg, ciò che caratterizza la condizione attuale è la rottura di una garanzia simbolica: se prima l'America investiva nel futuro proteggendo l'infanzia, l'attuale rifiuto dell'infanzia come nucleo dell'identità sociale rappresenta un rifiuto del futuro stesso come investimento affettivo. Questa guerra contro i giovani è mossa da adulti che operano sotto la logica di un sistema di puro mercato che distrugge i legami sociali. Nell'era della deregolamentazione, come sottolinea Manuel Castells, si assiste a una drammatica inversione delle conquiste sociali. La disintegrazione delle società tradizionali espone i bambini agli slum delle megalopoli, alimenta un turismo globale di massa legato alla pedofilia e fa proliferare la pornografia infantile elettronica. Al crollo del patriarcato non ha fatto seguito un nuovo sistema statale o sindacale di protezione dei diritti dell'infanzia, ma solo un vuoto riempito da ammonizioni morali sui valori familiari che finiscono per colpevolizzare le vittime.

        Gli Stati Uniti stanno conducendo una vera e propria guerra contro i giovani, prendendo di mira in particolar modo le minoranze marginalizzate per classe e colore della pelle. Si tratta di un'offensiva trasversale condotta da liberali, conservatori, interessi corporativi e fondamentalisti religiosi contro lo stato sociale, l'istruzione pubblica e le leggi che un tempo consideravano i giovani come un investimento collettivo. I giovani sono diventati il gruppo su cui la società proietta tutte le sue ansie di classe e razziali, poiché la loro stessa esistenza testimonia le promesse infrante del capitalismo neoliberista: la deregolamentazione, il ridimensionamento (downsizing) e la cultura dell'avidità infettiva hanno generato una corte di soggetti dequalificati, espulsi dai mercati in contrazione e privati di ogni speranza lavorativa (blue collar jobs). La gioventù occupa oggi una terra di confine degradata in cui lo spettacolo della mercificazione coesiste con la minaccia oppressiva del complesso carcerario-industriale.

        Come osservato da Jean e John Comaroff, lo scontro tra il libero mercato e la fine del welfare state ha creato popolazioni marginalizzate. La femminilizzazione del lavoro post-fordista ha alterato le dinamiche di genere innescando una profonda crisi della mascolinità, udibile nel Gangsta rap statunitense, visibile negli stupri di massa in Sudafrica, nel machismo letale degli hooligan e nei corridoi della Columbine High School. Invece di investire nel loro futuro, i politici e i media demonizzano i giovani per ottenere facili consensi sulle politiche anticrimine. È emersa una retorica fondata su paura, controllo e sorveglianza, legittimata a livello istituzionale dalla decisione della Corte Suprema del 2002 che ha autorizzato test antidroga casuali per gli studenti delle scuole pubbliche coinvolti in attività extrascolastiche. Le scuole si stanno trasformando in strutture simili a prigioni: gli studenti vengono perquisiti, testati e osservati da amministratori scolastici ormai trasformati in forze di polizia, affiancati da agenti e cani antidroga. Lo spazio pubblico democratico viene ristretto e militarizzato, al punto che nei centri commerciali suburbani ai giovani di colore è precluso l'ingresso senza documenti di identificazione o la scorta dei genitori.

        Esclusi dalle scuole e dai centri aggregativi, i giovani vengono gettati nelle strade, dove subiscono la sorveglianza poliziesca, le leggi anti-gang e i rigidi coprifuochi dei quartieri poveri. Lo stato ha sostituito un'istruzione decente con test standardizzati e le garanzie basilari (cibo, sanità, alloggi) con tassi di incarcerazione vertiginosi. Gli Stati Uniti si distinguono come l'unico paese industrializzato che condanna a morte i minori, spendendo tre volte di più per ogni cittadino incarcerato rispetto a quanto investito per un alunno della scuola pubblica. L'unica forma di cittadinanza offerta è l'obbligo al consumo all'interno di una cultura commercializzata. Le contraddizioni morali della nazione più ricca del mondo sono racchiuse in statistiche allarmanti: il 20 percento dei bambini è povero nei primi 3 anni di vita; oltre 13,3 milioni di bambini vivono in povertà; 9,2 milioni non possiedono un'assicurazione sanitaria accessibile; gli stati spendono più per costruire prigioni che per l'educazione superiore. Le disparità razziali aggravano il quadro: i dati del 1998 mostrano che il 36 percento dei bambini neri e il 34 percento di quelli ispanici vive in povertà, a fronte del 14 percento dei bianchi. In alcune città, come il District of Columbia, la povertà infantile tocca il 45 percento. Nonostante gli USA siano primi nella tecnologia militare e per numero di miliardari, si classificano al diciottesimo posto per divario tra bambini ricchi e poveri, al dodicesimo per percentuale di povertà infantile, al diciassettesimo negli sforzi per l'emancipazione dalla povertà e al ventitreesimo per mortalità infantile. Jennifer Egan ha denunciato sul New York Times un dato vergognoso: 1,4 milioni di bambini americani sono senzatetto durante l'anno, costituendo il 40 percento della popolazione homeless nazionale.

        A peggiorare questa intollerabile situazione, il Presidente Bush, che durante la campagna presidenziale del 2000 aveva promesso di destinare la quota maggiore del budget all'istruzione infantile, ha approvato nel 2002 un bilancio che destina ai tagli fiscali per i ricchi una somma quaranta volte superiore a quella per l'educazione. Bush ha inoltre firmato una punitiva riforma del welfare che costringe le giovani madri povere a lavorare 40 ore settimanali, tagliando parallelamente i fondi per i programmi di assistenza all'infanzia a basso reddito. Sotto la spinta del neoliberalismo, la sfera privata è rimasta l'unico spazio in cui concepire la speranza o il piacere, mentre la legittimità della sfera pubblica viene annientata a favore del privatismo e del consumo. Dopo l'11 settembre, il "grande governo" è tornato sotto forma di forza di polizia e stato penale, non come rete di sicurezza sociale. Questo ha generato cittadini disimpegnati e trasformato la democrazia dei cittadini critici in una pura democrazia di consumatori. La protezione delle libertà di mercato e la guerra al terrorismo hanno inferto un colpo letale alle libertà civili; i giovani e le comunità di colore sono diventati i danni collaterali di uno stato di "in-sicurezza" nazionale solidificato tramite politiche di tolleranza zero, profilazione razziale e criminalizzazione dei senzatetto.

        Di fronte a queste condizioni disperate, che uniscono forze repressive locali e federali, si sta assistendo a un'ondata di resistenza politica da parte di giovani, intellettuali, sindacati, educatori e attivisti sociali a livello globale. È necessario contrapporsi alla cultura della paura, che si basa sul "tempo dell'emergenza" (emergency time) e annulla la deliberazione pubblica, rivendicando una nozione di tempo pubblico (public time) fondata sull'impegno civico e sull'intelligenza collettiva per rendere i governi responsabili delle proprie azioni. La sfida più grande per gli americani non proviene dai terroristi, ma dalla necessità di espandere i principi di giustizia, libertà e uguaglianza per tutti i cittadini, specialmente per questa generazione abbandonata. Questo non potrà avvenire sotto l'amministrazione Bush, che si impegna a eliminare il dissenso e a smantellare i diritti acquisiti. Un patriottismo autentico deve abbandonare le vuote retoriche nazionalistiche e commerciali del Congresso e della stampa, per occuparsi concretamente della crisi giovanile.

        La politica deve essere reclamata come centro dell'agentività sociale e individuale, respingendo i moralismi vacui in favore dell'impegno civico e della responsabilità etica. La studiosa Noreena Hertz osserva che lo stato politico è divenuto uno "stato corporativo", rompendo irrimediabilmente il contratto sociale tra stato e cittadino. Il potere aziendale ha dirottato la democrazia per riprodurre disuguaglianze di potere e ricchezza, riducendo la cittadinanza a meri rituali di mercato, un processo accelerato dalla militarizzazione della vita quotidiana seguita all'11 settembre. Per analizzare questo fenomeno, l'opera si struttura in due sezioni. La prima sezione fornisce l'impalcatura teorica, esaminando come il clima post-11 settembre e la cultura della paura sollevino gravi interrogativi sul patriottismo, la democrazia, l'educazione e l'emersione di uno stato repressivo a livello nazionale e globale. La seconda sezione affronta direttamente l'impatto di questa crisi sui giovani e sul cuore della società democratica, concentrandosi sull'assalto alle scuole pubbliche, sulle immagini hollywoodiane della gioventù vulnerabile e sulla mercificazione dell'istruzione superiore. L'approccio utilizza un linguaggio che fonde critica e speranza, puntando non solo a denunciare la distruzione dei diritti, ma a fornire nuovi vocabolari e modelli di lotta collettiva, ispirati dai movimenti di giustizia globale animati dai giovani di tutto il mondo. L'obiettivo ultimo è spingere adulti e giovani a organizzarsi oltre i confini nazionali, rifiutare il cinismo e lottare per un mondo giusto e una democrazia finalmente realizzabile.

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