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sabato 20 giugno 2026

il desiderio e la paura - analisi del film Quando hai 17 anni (2016) di A. Téchiné

        L'uscita di Quando hai 17 anni (presentato in concorso alla 66ª edizione del Festival di Berlino nel 2016) ha suscitato un consenso critico diffuso e trasversale, venendo accolto come una delle opere più fresche e vitali del regista francese André Téchiné. La critica internazionale ha lodato in particolar modo l'autenticità viscerale della narrazione e l'assenza di retorica. Sulle pagine del The New York Times, Stephen Holden ha definito la pellicola "un dramma toccante sugli ormoni in subbuglio, sul bullismo e sul risveglio sessuale", innalzandolo a "il film più forte degli ultimi anni del regista post-Nouvelle Vague". David Rooney, scrivendo per The Hollywood Reporter, ha esaltato l'approccio dell'opera definendola "uno spaccato ultra-naturalistico della rocciosa vita adolescenziale che combina violenza e sensualità, perdite strazianti e tenere scoperte".

        In ambito critico-filosofico, Glenn Kenny su RogerEbert.com si è soffermato sulla decostruzione di un assunto esplicitato nel film stesso ("il bisogno fa parte della natura, il desiderio è artificiale"), sottolineando come l'intero progetto registico miri a smentire questa tesi, celebrando invece il desiderio omoerotico e sentimentale "come la cosa più naturale e necessaria delle nostre vite". In Italia, il critico Goffredo Fofi, recensendo il film su Internazionale (10 ottobre 2016), ha inquadrato Téchiné come un "continuatore egregio del modello Truffaut, ma con una coerenza maggiore del maestro, meno nevrotica e più lucida di fronte a costumi e contraddizioni". Anche il pubblico ha colto la natura febbrile dell'opera: recensioni di appassionati e cinefili (come rintracciabile nei forum di MYmovies) hanno coniato definizioni estremamente centrate, descrivendo il film come un "documentario emotivo" in cui la sceneggiatura scarna si affida alla fisicità per raccontare il senso di estraneità e la violenza che fa da preludio all'amore.


        Ma per comprendere a fondo la grammatica visiva e tematica di Quando hai 17 anni, è imperativo inquadrare la figura di André Téchiné (classe 1943). Formatosi, come molti suoi illustri colleghi, sulle pagine dei mitici Cahiers du Cinéma in veste di critico, Téchiné appartiene a quella generazione di cineasti post-Nouvelle Vague che ha saputo rielaborare le istanze libertarie del cinema francese degli anni Sessanta, traghettandole verso un realismo psicologico più strutturato.

        La poetica di Téchiné si fonda sull'esplorazione delle dinamiche interpersonali, dei segreti familiari, dei conflitti di classe e, in modo preminente, della scoperta dell'identità sessuale. Egli è considerato a tutti gli effetti un pioniere del cinema queer francese mainstream. Opere come Niente baci sulla bocca (1991) e soprattutto L'età acerba (Les roseaux sauvages, 1994) hanno segnato spartiacque fondamentali, portando la tematica omosessuale fuori dalle logiche della marginalità pietistica per inserirla nel flusso naturale della vita borghese e rurale francese. Lo stile di Téchiné rifugge, quindi, il melodramma esasperato a favore di un naturalismo irrequieto; p.e. la macchina da presa tallona i personaggi, indaga le loro nevrosi e le loro repentine accensioni emotive con una fluidità che non giudica mai, ma osserva fenomenologicamente il dispiegarsi del desiderio umano inserito in contesti paesaggistici e stagionali determinanti.


        Uscito nel 2016, Quando hai 17 anni si inserisce in un decennio in cui il cinema europeo e internazionale ha progressivamente sdoganato e normalizzato il racconto di formazione (o coming of age) LGBTQ+. Tuttavia, in Francia, gli echi delle manifestazioni della Manif pour tous (i movimenti conservatori contro il matrimonio egualitario approvato nel 2013) rendevano ancora il tema politicamente sensibile, specialmente se decontestualizzato dai salotti parigini e calato nella provincia profonda.

        L'idea fondante del film nasce dall'esigenza di Téchiné di raccontare un'ostilità che si trasforma in attrazione, ma la vera chiave di volta dell'opera è la collaborazione alla sceneggiatura con Céline Sciamma. Regista e sceneggiatrice di punta del cinema contemporaneo (Water Lilies, Tomboy, Diamante nero e, successivamente, Ritratto della giovane in fiamme), Sciamma è maestra nell'indagare la morfologia della giovinezza e l'espressione corporea dei sentimenti non detti. La fusione tra la maturità analitica di Téchiné e la sensibilità carnale e silente della Sciamma produce un copione volutamente scarno, dove le parole tacciono e i corpi collidono.

        Il modello letterario e spirituale è esplicitato fin dal titolo, che riprende il celebre emistichio di Arthur Rimbaud dalla poesia Roman (1870): "On n'est pas sérieux, quand on a dix-sept ans" (Non si è seri quando si hanno diciassette anni). Il film mutua da Rimbaud l'energia vitale, la ribellione anarchica contro le convenzioni borghesi e l'assoluto abbandono agli istinti della natura.


        La narrazione si svolge nel corso di un intero anno scolastico, scandito dal mutare delle stagioni (Trimestre 1, 2 e 3), in una valle incastonata negli Alti Pirenei. Damien (Kacey Mottet Klein) è un diciassettenne di estrazione borghese: vive con la madre Marianne (Sandrine Kiberlain), un medico condotto empatico e instancabile, mentre il padre Nathan (Alexis Loret) è un pilota di elicotteri dell'esercito francese impegnato in una pericolosa missione in Repubblica Centrafricana. Nello stesso liceo studia Thomas (Corentin Fila), un ragazzo meticcio adottato da una coppia di agricoltori che vivono isolati in un maso in alta montagna. Per raggiungere la scuola, Thomas deve affrontare ogni giorno ore di cammino tra nevi e boschi, sviluppando un legame ancestrale e faticoso con l'ambiente naturale e con la cura del bestiame della famiglia.

        Fin dalle prime battute, il rapporto tra i due ragazzi è caratterizzato da una tensione inespressa che sfocia in violenza fisica immotivata. Thomas fa lo sgambetto a Damien in classe; si guardano in cagnesco e si picchiano selvaggiamente sulla neve, senza mai spiegarsi il perché di tale odio. Damien, per difendersi, inizia a prendere lezioni di arti marziali e difesa personale. La dinamica si complica quando Marianne, durante una visita medica, scopre che la madre adottiva di Thomas, Christine (Mama Prassinos), sta affrontando una gravidanza complessa e necessita di assoluto riposo, fino a richiedere un ricovero. Con generosità e forse un briciolo di incoscienza borghese, Marianne invita Thomas a trasferirsi a casa loro a valle, per potersi dedicare agli studi senza il logorante tragitto quotidiano.

        
        La convivenza forzata sotto lo stesso tetto esaspera le tensioni. I due ragazzi condividono gli spazi, i silenzi, il cibo, ma continuano a scontrarsi fisicamente lontano dagli occhi materni, specialmente durante un'escursione in montagna dove, sorpresi da un temporale, si rifugiano in un casolare. Qui, per la prima volta, la violenza cede il passo a una tregua: fumano assieme e, successivamente, Thomas propone di fare il bagno in un lago montano gelido, un momento di primordiale comunione con la natura in cui i corpi semi-nudi si sfiorano con una nuova consapevolezza.

        L'equilibrio precario si spezza drammaticamente durante il terzo trimestre. Nathan, rientrato per una breve licenza, cerca di instaurare un dialogo con entrambi i giovani, ma riparte presto e muore in un incidente aereo in missione. La tragedia devasta Marianne, che sprofonda in una grave depressione, e disorienta Damien. Paradossalmente, è proprio in questo gorgo di lutto che Thomas, rientrato a casa sua dopo la nascita del fratellino, si rivela un pilastro di stabilità. Torna a visitare Marianne per assisterla e supportarla e, contestualmente, il rapporto con Damien si dischiude. Il dolore abbatte le ultime barriere difensive: in una lunga sequenza notturna a casa di Damien, i due si confessano il loro bisogno reciproco. Il rifiuto e le percosse si rivelano definitivamente come manifestazioni di un desiderio omosessuale represso e terrorizzato. I due fanno l'amore, consumando finalmente l'attrazione celata per mesi.

        Il finale non cerca risoluzioni utopiche repentine, ma fotografa un momento di quieta accettazione. Thomas, in ospedale dopo una fuga dettata dalla paura di non essere all'altezza di questo nuovo sentimento e della vita accademica, accoglie Damien che lo viene a cercare. Il film si chiude sulla rassicurazione della madre, che osserva il figlio e il suo compagno uniti, pronti ad affrontare la transizione verso l'età adulta e ad abbandonare la brutalità per la tenerezza.


        I due protagonisti fungono da architravi per una dicotomia archetipica, scritta e recitata con straordinaria sottigliezza.

        Damien (Kacey Mottet Klein) incarna la cerebralità, il privilegio borghese e la fragilità emotiva. Con il suo orecchino e il fisico acerbo, è un ragazzo intelligente, consapevole dell'amore e dell'accettazione incondizionata dei genitori, eppure incapace di decodificare il comportamento selvaggio del suo coetaneo. Il suo avvicinamento alle arti marziali non è solo un atto di difesa, ma un tentativo di intellettualizzare e controllare il corpo, uno strumento che sente di non padroneggiare in presenza dell'imponenza fisica di Thomas.

        
        Thomas (Corentin Fila) è, all'opposto, un personaggio terrestre, radicato alla fatica, al fango e al sudore. Meticcio inserito in un ambiente di agricoltori caucasici di montagna, porta su di sé un complesso senso di inadeguatezza sociale e identitaria. La sua omosessualità latente terrorizza la sua costruzione identitaria di maschio alfa protettore della famiglia. I suoi sguardi sfuggenti, la prossemica chiusa e la reattività animale sono i meccanismi di difesa di un individuo che non ha le parole o gli strumenti culturali per analizzare ciò che prova.

    Marianne (Sandrine Kiberlain) è il personaggio cerniera. Un'adulta radiosa, permeata di un umanesimo medico e materno che la spinge a curare sia i corpi che le anime. Tuttavia, la sua apertura mentale è anche la sua cecità: non riesce a decrittare fino in fondo le dinamiche brutali che si consumano sotto il suo tetto, credendo fermamente nel potere pacificatore del dialogo borghese. La sua discesa nella depressione post-lutto le conferisce uno spessore tragico che emancipa i ragazzi, costringendoli a smettere di essere figli per diventare uomini.

        L'ambientazione nei massicci degli Alti Pirenei non è un mero sfondo, ma un correlativo oggettivo delle temperie interiori. Téchiné stesso ha dichiarato di essere stato affascinato da queste montagne per il loro "fascino malvagio" e la loro dimensione incantata. La natura qui è maestosa ma spietata (la neve che isola, le frane, la fatica fisica dell'incedere), un regno magico che rispecchia la furia e l'incontrollabilità dell'adolescenza. La suddivisione in trimestri segue il disgelo dell'ambiente: si passa dai paesaggi lividi e innevati dell'inverno austero, che cristallizzano i rancori, alla fioritura primaverile, che accompagna lo scioglimento delle rigidità difensive e lo sbocciare dell'erotismo nel ruscello e tra l'erba alta.



        

    Il tema portante dell'opera è indubbiamente la fisicità come preludio e maschera del desiderio. Ripudiando la logica del coming out verbale, Téchiné e Sciamma mostrano come la confusione identitaria si traduca prima in scontro fisico. Il farsi male a vicenda è, paradossalmente, l'unico modo che i due ragazzi trovano per potersi toccare, per stabilire un contatto epidermico in una società maschile che condanna la tenerezza tra pari. Il sangue, i lividi e il sudore sostituiscono temporaneamente le carezze e i baci.

        Parallelamente, si snoda una potente riflessione sulle divergenze di classe sociale. La distanza tra la vallata borghese e confortevole di Damien e la cima aspra e rurale di Thomas non è solo geografica, ma strutturale. La tensione sessuale tra i due è alimentata e al tempo stesso inquinata dall'invidia sociale, dalla gratitudine forzata che Thomas deve provare verso la madre dell'altro e dal senso di superiorità intellettuale di Damien. Il superamento delle barriere di classe avviene unicamente attraverso lo spogliamento dei sovrastrutture sociali, metaforizzato dall'immersione nei laghi glaciali.

        Un'altra direttrice tematica è il rapporto tra lutto, vita e sessualità. La struttura narrativa incrocia la morte di una figura patriarcale (il padre di Damien, emblema di una virilità eterosessuale normativa e protettiva) con la nascita di una nuova vita (il fratello di Thomas). Eros e Thanatos danzano costantemente. La morte del padre sradica le certezze infantili di Damien, costringendolo ad appoggiarsi a Thomas, trasformando la loro interazione in una cura reciproca che culmina nell'esplorazione sessuale, suggerendo come l'atto d'amore sia in definitiva un'affermazione disperata di vitalità contro la morte.


        Dal punto di vista tecnico, il film eccelle per la sua costruzione mimetica e febbrile.

        La fotografia di Julien Hirsch rifugge l'estetizzazione da cartolina e cattura i Pirenei sfruttando spietatamente la luce naturale. Hirsch lavora sui contrasti termici: i toni freddi, bluastri e abbaglianti delle sequenze nevose all'aperto si contrappongono ai colori caldi, quasi soffocanti, degli interni della casa di Marianne, dove i conflitti covano in spazi ristretti. La macchina da presa è mobile, spesso a spalla, pronta a registrare le improvvise esplosioni cinetiche dei corpi dei protagonisti.

        La sceneggiatura (Téchiné e Sciamma) è un prodigio di asciuttezza (sottrazione). I dialoghi sono essenziali, talvolta banali e frammentati, come è tipico del linguaggio giovanile. La narrazione procede per ellissi, rifiutando lo psicologismo didascalico per far parlare gli atti: un pugno sferrato, un piatto servito a tavola, una corsa disperata nella neve diventano i veri veicoli dell'introspezione psicologica.

        Il montaggio di Albertine Lastera possiede un ritmo battente che si incolla al battito cardiaco dei giovani protagonisti. Alterna momenti dilatati, tipici del cinema contemplativo di montagna, a stacchi netti e rapidi durante le colluttazioni o i momenti di attrazione panica, restituendo l'irrequietezza nervosa dei diciassette anni.

        Le musiche di Alexis Rault, combinate ad un sapiente uso del sound design (il vento, i respiri affannosi), strutturano un tappeto sonoro in grado di fondere elettronica e suoni organici. Emblematico è l'utilizzo di brani preesistenti come Yafaké di Victor Démé: le ritmiche sincopate ed etniche, distanti anni luce dal contesto montano francese, risuonano come espressione del mondo interiore dei ragazzi, evocando un'alterità pulsante, selvaggia e incontrollabile che guida le loro azioni istintive.




        L'approccio de Quando hai 17 anni si presta ad una profonda analisi in chiave psicologica, sociologica e filosofica.

        
        Dal punto di vista della psicologia freudiana, il comportamento iniziale di Thomas e Damien è un perfetto esempio di formazione reattiva, un meccanismo di difesa in cui un impulso inaccettabile (l'attrazione omosessuale latente) viene dominato attraverso l'esagerazione della tendenza opposta (l'aggressione e la repulsione omofobica interiorizzata).

        Passando all'antropologia e alla filosofia del desiderio, le dinamiche tra i ragazzi richiamano apertamente il concetto di desiderio mimetico teorizzato da René Girard. L'ostilità violenta non precede l'attrazione, ma ne è la manifestazione: essi sono rivali perché, inconsciamente, tendono ad assimilarsi e possedersi l'un l'altro, portando la conflittualità alle estreme conseguenze prima del suo sfogo erotico.

        Filosoficamente, non si può ignorare l'eco di Jean-Jacques Rousseau. L'opposizione tra Thomas (l'individuo naturale, vicino alla terra, al fango e agli animali, non corrotto ma disadattato rispetto alla forma sociale) e Damien (il giovane istruito, civilizzato, "borghese") inscena il dibattito classico tra lo stato di natura e la civilizzazione. Il bosco e il lago isolato, estranei alle leggi umane, diventano l'unico perimetro in cui la sovrastruttura si annulla e permette un contatto vero tra i due, richiamando alla mente lo sviluppo pedagogico dell'Emilio.

        Sul piano della storiografia cinematografica, il film dialoga e si confronta con capisaldi del cinema contemporaneo. Téchiné realizza, in un certo senso, l'aggiornamento e il controcampo del suo stesso L'età acerba, spogliando i personaggi della pesantezza politica e ideologica per concentrarsi sulla pura energia ormonale ed emozionale. La fisicità muta dei giovani e la centralità dei corpi androgini o in via di sviluppo è un debito chiarissimo al lavoro pregresso di Céline Sciamma (in particolare Water Lilies e Tomboy).

        Non da ultimo, l'utilizzo dell'aspro paesaggio montano per isolare la genesi di un amore omosessuale represso e contrastato stabilisce un affascinante parallelismo con I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, sebbene Téchiné ribalti l'epilogo tragico di Lee in un inno fiducioso e contemporaneo alla libertà identitaria, dimostrando come, nel faticoso passaggio dei diciassette anni, il corpo trovi sempre, prima o poi, la sua strada verso la luce.

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