La stesura di questo racconto si colloca in un periodo molto complesso della vita dell'autore. Nato nel 1938 in una famiglia di estrazione operaia, Carver trascorse gran parte della sua giovinezza e maturità lottando contro gravi ristrettezze economiche, svolgendo lavori precari (fattorino, benzinaio, custode) e affrontando un devastante problema di alcolismo che minò profondamente il suo matrimonio con Maryann Burk. I protagonisti dei suoi racconti – come Bill e Arlene Miller – sono quasi sempre un riflesso diretto del suo mondo, cioè esponenti di una classe media o lavoratrice disillusa, intrappolata in vite ordinarie, afflitta dall'incomunicabilità e da una silenziosa disperazione. Carver scrisse Vicini proprio per esplorare quel senso di inadeguatezza sociale ed esistenziale che lui stesso provava costantemente. L'invidia strisciante verso chi sembra aver raggiunto una stabilità e una brillantezza irraggiungibili è un sentimento che l'autore conosceva bene. Inoltre, la stesura dei racconti di questa raccolta subì la profonda influenza (e la drastica manipolazione) del suo editor, Gordon Lish, che operò tagli spietati sui testi originali di Carver per renderli ancora più scarni, enigmatici e glaciali, contribuendo a forgiare il mito dello stile carveriano.
Il racconto si apre presentando Bill e Arlene Miller, una coppia di impiegati (lui ragioniere, lei segretaria) che vive con la sensazione di essere rimasta indietro rispetto alla propria cerchia di conoscenti. Il loro termine di paragone sono i vicini di casa, Harriet e Jim Stone, che conducono una vita apparentemente più brillante e ricca di viaggi. Quando gli Stone partono per un viaggio di dieci giorni a Cheyenne e Saint Louis, affidano ai Miller il compito di dar da mangiare alla gatta, Kitty, e di annaffiare le piante. Questa banale incombenza si trasforma rapidamente in un'ossessione voyeuristica. La prima sera, Bill entra nell'appartamento e, dopo aver sbrigato le faccende, inizia a frugare; ruba - p.e. - una pillola dall'armadietto dei medicinali di Harriet e beve del Chivas Regal di Jim. Il giorno successivo, l'eccitazione scaturita da questa trasgressione lo porta a uscire prima dal lavoro.
Successivamente, è il turno di Arlene di entrare nell'appartamento dei vicini: anche lei indugia oltre il necessario, mangiando cibo dal frigorifero (sedano, cheddar, una mela) e rubando un pacchetto di sigarette semivuoto. Questa intrusione condivisa nelle vite altrui riaccende la passione fisica tra i coniugi, che fanno l'amore più volte. La mattina seguente, Arlene chiede al marito di chiamare l'ufficio per darsi malata, e Bill approfitta dell'assenza dei vicini per compiere una trasgressione ancora più profonda. Frugando nel guardaroba degli Stone, Bill indossa prima gli abiti maschili di Jim (camicia hawaiana, calzoni di gabardine, un completo scuro) e beve alcolici, per poi passare a provare la biancheria intima e i vestiti di Harriet (mutandine, reggiseno, gonna a scacchi, camicetta).
L'escalation culmina quando Arlene, dopo essere stata a lungo nell'appartamento dei vicini, confessa a Bill di aver trovato delle fotografie particolari e fantastica sul fatto che gli Stone possano non tornare più. I due attraversano insieme il pianerottolo per guardare le foto, ma Arlene si rende conto di aver chiuso la porta lasciando la chiave all'interno. Il racconto si chiude bruscamente con i due coniugi bloccati sul pianerottolo, abbracciati e terrorizzati, appoggiati contro la porta chiusa "come per ripararsi dal vento".
Analizzando i personaggi, invece di delineare eroi a tutto tondo, Carver costruisce in Bill e Arlene Miller una coppia definita unicamente dalla propria mediocrità e dall'invidia. Bill, intrappolato nel suo ruolo di ragioniere, e Arlene, relegata a mansioni di segretaria, formano un nucleo familiare afflitto da un profondo senso di inferiorità. I due coniugi condividono la convinzione opprimente di essere "rimasti indietro" rispetto alla loro cerchia sociale, e in particolare rispetto a Jim e Harriet Stone. I vicini agiscono nella storia non come veri e propri personaggi attivi, essendo assenti per quasi tutta la narrazione, ma come catalizzatori delle nevrosi dei Miller; essi rappresentano un ideale irraggiungibile di vivacità, successo ed emancipazione.
L'evoluzione psicologica della coppia Miller durante l'assenza degli Stone è sbalorditiva. Il varcare la soglia dell'appartamento altrui diventa per Bill l'innesco di una crisi d'identità taciuta: l'esplorazione inizia con timidi furti (il liquore, la pillola) ma degenera nel travestitismo. Indossando prima gli abiti maschili di Jim e poi, in un'escalation di alienazione, la biancheria e i vestiti di Harriet, Bill tenta disperatamente di annullare se stesso per rinascere nella pelle degli altri. Arlene, dal canto suo, affronta lo spazio proibito con una voracità inizialmente più domestica e orale, assaggiando compulsivamente il cibo dal frigo per interiorizzare letteralmente la vita dei vicini. La sua intrusione si spinge poi fino al voyeurismo più intimo con il ritrovamento di fotografie private, giungendo a verbalizzare il desiderio che i vicini non tornino mai più, sancendo la completa corruzione morale della coppia, disposta a cannibalizzare l'identità altrui pur di sfuggire alla propria.
L'intera vicenda è incorniciata in un cronotopo rigidamente delimitato, che contribuisce a creare un'atmosfera asfissiante. Lo spazio si riduce a un microcosmo claustrofobico composto da due appartamenti speculari e dal pianerottolo che li separa. Mentre la casa dei Miller viene percepita (e presentata) come un luogo banale e privo di fascino, però, l'appartamento degli Stone si trasforma in uno spazio quasi mitico, denso di suggestioni sensoriali: p.e., la temperatura sembra diversa, l'aria è percepita come "fatta pesante e vagamente dolce". Il pianerottolo, in questo contesto, smette di essere un semplice luogo di transito architettonico per diventare una vera e propria zona liminale, una terra di nessuno sospesa tra la grigia realtà coniugale e il regno della fantasia proibita.
Anche il tempo subisce una forte alterazione soggettiva. La narrazione si concentra su pochi giorni, incastonati all'interno della cornice temporale dei dieci giorni di vacanza dei vicini. Questa parentesi di dieci giorni rappresenta un tempo sospeso, una bolla in cui le convenzioni sociali perdono improvvisamente validità. L'assenza dei proprietari innesca un rallentamento delle giornate dei Miller, che iniziano a vivere in funzione di quei momenti rubati, assentandosi dal lavoro e alterando la loro routine, fino all'inevitabile e brusco ritorno del tempo reale dettato dalla chiusura accidentale della porta.
I temi che innervano il racconto toccano le corde più profonde della crisi dell'individuo contemporaneo. Il tema dominante è senza dubbio l'alienazione e l'invidia sociale, che si trasforma in un disperato tentativo di appropriazione identitaria. I Miller, infatti, non vogliono semplicemente la vita dei vicini ma vogliono essere i vicini. Questa fluidità patologica dell'io culmina nel tema del voyeurismo, che assume valenze quasi magiche ed erotiche. Frugare nei cassetti altrui riaccende inaspettatamente la libido spenta della coppia, dimostrando come il loro desiderio possa esistere solo di riflesso, attraverso lo specchio e la violazione della privacy di terzi. L'intimità tra Bill e Arlene è così compromessa che l'unico modo per ritrovarsi è triangolare il loro desiderio attraverso i fantasmi di Jim e Harriet.
La simbologia del racconto si concentra su pochi ma potenti elementi. Innanzitutto gli specchi e il guardaroba. I personaggi passano molto tempo a osservarsi negli specchi della casa altrui, cercando di riconoscere una nuova versione di sé. I vestiti funzionano come vere e proprie mute; svestirsi dei propri abiti e indossare quelli degli altri è un atto sciamanico con cui si tenta di abbandonare il proprio destino per incarnare quello di un altro. L'elemento simbolico più incisivo è però la porta e la chiave. La chiave che i vicini affidano ai Miller rappresenta l'accesso a un mondo interdetto, il passaporto per una realtà superiore. Quando, nel climax finale, la porta si chiude a scatto lasciando la chiave all'interno, il racconto cessa di essere una storia di voyeurismo per diventare un dramma ontologico. I due protagonisti si ritrovano bloccati sul pianerottolo, e quell'atto di chiusura rappresenta la definitiva espulsione dal loro effimero paradiso artificiale. L'immagine finale in cui rimangono "stretti, appoggiati contro la porta come per ripararsi dal vento", eleva la porta chiusa a simbolo della dura, impenetrabile realtà che li esclude. Il "vento" da cui cercano rifugio non è atmosferico, ma è il gelo della consapevolezza; la condanna irreversibile a dover tornare ad abitare le proprie identità, rivelatesi ormai definitivamente vuote.
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