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sabato 27 giugno 2026

L. Mercalli, Breve storia del clima in Italia. Dall'ultima glaciazione al riscaldamento globale, Einaudi, Torino 2025 (Capitolo 2 - Dall’ultima glaciazione al mondo pre-romano)

 

Capitolo 2 - Dall’ultima glaciazione al mondo pre-romano


Spettatori della glaciazione

        Durante l'acme dell'Ultimo massimo glaciale (Last Glacial Maximum, LGM; documentato recentemente da Seguinot et al. 2018), noto storicamente nella cronologia europea come glaciazione würmiana (dal nome del fiume bavarese Würm, attiva tra 110 000 e 11 700 anni fa), la penisola italiana era abitata da ristretti nuclei di Homo sapiens di tipo Cro-Magnon appartenenti alla cultura gravettiana (Paleolitico superiore). Le testimonianze archeologiche più celebri di questa popolazione, stimata in non oltre centomila individui complessivi concentrati nelle nicchie climatiche meno proibitive, sono la Dama del Caviglione (sepolta nei Balzi Rossi presso Ventimiglia) e il giovane Principe delle Arene Candide (sepolto a Finale Ligure), entrambi rinvenuti con ornamenti cerimoniali di conchiglie e denti di cervo.

        La fisionomia geografica del territorio italiano di 24 000 anni fa differiva radicalmente da quella odierna a causa dell'enorme volume d'acqua intrappolato nei ghiacci continentali, che determinava un abbassamento del livello marino di circa 125 metri. La ricostruzione cartografica sviluppata dal progetto Climex-ENEA (2004) evidenzia macro-variazioni geomorfologiche cruciali:

  • La Corsica e la Sardegna formavano un'unica grande isola;
  • La Sicilia era saldata fisicamente alla Calabria tramite un istmo roccioso stabile;
  • L'isola d'Elba appariva fusa alla costa toscana;
  • L'alto e medio Adriatico era sostituito da un'immensa estensione di pianura-steppa-tundra emersa, percorsa dal corso prolungato del fiume Po, che sfociava direttamente in mare aperto solo all'altezza del promontorio del Gargano, consentendo il transito a piedi tra l'odierna Ancona e Zara (circa 150 km).
  • A ridosso della costa ligure, le Alpi Marittime presentavano un limite delle nevi perenni estive a circa 1850 metri (Federici, Ribolini e Spagnolo 2017). Oltre i crinali, nel bacino padano, imponenti lingue glaciali si protendevano fino alla pianura. Il paesaggio prealpino e preappenninico, sferzato da venti costanti e caratterizzato da estati fresche, ospitava una vegetazione a carattere scozzese, dominata da praterie erbacee e limitati boschi di larici e pini silestri nelle zone protette.

    I dettagli del glacialismo padano sono documentati da imponenti evidenze geologiche:

  • Una monumentale fronte glaciale uscente dalla val di Susa raggiunse il sito della futura Torino, lasciando come testimonianza i laghi morenici di Avigliana, le rocce montonate della sacra di San Michele e i massi erratici di Caselette, Pianezza e Villarbasse (Gianotti e Giardino 2018);
  • Accumuli di polveri e limo glaciale, il loess, vennero trasportati e depositati dai forti venti occidentali sulle colline torinesi (Forno 1979) e in altri geositi della pianura (Romanengo a Crema, Ghiardo a Reggio Emilia, Valenza Po nel Monferrato, val Sorda e Gajum sul Garda, e la cava di Monte Netto a Capriano del Colle; Bollati e Zerboni 2021);
  • All'imbocco della Valle d'Aosta, l'imponente ghiacciaio Balteo, alimentato dal massiccio del Monte Bianco, edificò con la sua azione di spinta la serra d'Ivrea, la monumentale morena laterale sinistra (Gianotti 2012);
  • Ulteriori apparati glaciali occupavano i solchi dei laghi prealpini (Verbano, Lario, Benaco), originando le colline moreniche di Desenzano e Peschiera, e l'anfiteatro del Tagliamento in Friuli.

        Mentre le Alpi erano imprigionate sotto calotte di ghiaccio spesse oltre 1000 metri, modesti ghiacciai locali si sviluppavano lungo le valli appenniniche (Gran Sasso, Pollino, monte Sirino in Basilicata), con limiti delle nevi perenni a 1600 metri e fronti arrestate a circa 1200 metri (Giraudi 1998). In questo severo contesto, le temperature massime estive faticavano a superare i 18 °C in pianura Padana e i 20 °C in Sicilia. La temperatura media globale era inferiore di circa 4-7 °C rispetto alla nostra epoca (Marcott e Shakun 2021), ma sul territorio italiano lo scarto negativo era ancor più marcato, attestandosi a circa 8 °C in meno (Annan e Hargreaves 2013).

        Per una disamina dell'adattamento umano a questo ambiente ostile si rimanda all'opera di Marco Peresani (Come eravamo. Viaggio nell’Italia paleolitica, 2018), mentre per l'analisi dell'influenza delle dinamiche glaciali sulla strutturazione di società pre-statali, egualitarie e a flessibilità stagionale, il riferimento teorico è lo studio di David Graeber e David Wengrow (L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, 2022).

La memoria del fango

    Se la ricostruzione del picco glaciale (tra 25 000 e 22 000 anni fa) gode della presenza di evidenti tracce geomorfologiche esterne (morene, rocce montonate, laghi sbarrati), l'analisi della successiva fase di deglaciazione e della transizione verso l'assetto biologico contemporaneo richiede l'esplorazione di archivi naturali protetti in grado di preservare proxy biologici e chimici della temperatura e delle precipitazioni.

        Le torbiere d'alta quota rappresentano in tal senso degli archivi naturali eccezionali: l'ambiente saturo d'acqua, acido e anossico impedisce la decomposizione batterica dei tessuti organici, conservando intatti pollini, macroresti vegetali (legno, foglie), insetti e micro carboni. Un esempio metodologico è lo scavo effettuato nell'ottobre 2013 presso la torbiera Pessey (1730 m), nel Parco naturale del Mont Avic in Valle d'Aosta. Il carotaggio profondo dieci metri ha estratto una sequenza stratigrafica così ripartita:

  • Uno strato superficiale organico di torba (circa un metro);
  • Uno strato intermedio di limi e argille grigiastre con lenti di sabbia;
  • Uno strato profondo basale di ghiaie e detriti glaciali grossolani.

        Lo studio multidisciplinare condotto dai laboratori di paleopalinologia dell'Orto botanico dell'Università di Torino e dell'Università del Molise ha permesso di analizzare la storia ecologica locale degli ultimi 12 000 anni, ossia dal momento del ritiro del ghiacciaio Balteo. I risultati di laboratorio (pubblicati in Arobba et al. 2016) hanno rivelato tramite datazione al carbonio-14 che la base organica della torbiera risale a circa 6000 anni fa. La sequenza dei pollini fossili mostra una transizione vegetazionale coerente con le oscillazioni climatiche, evidenziando inoltre la successiva impronta antropica, come l'introduzione del castagno da parte dei Romani circa duemila anni fa.

        Questi dati locali, pur modesti se presi singolarmente, si integrano in una rete globale di indagini paleoclimatiche basate su molteplici proxy naturali, tra cui gli speleotemi (analisi isotopica delle concrezioni in grotta), i sedimenti lacustri e marini, le carote glaciali polari e la dendroclimatologia (lo studio degli anelli annuali degli alberi), offrendo un quadro continuo delle fluttuazioni climatiche terrestri.

I ghiacci si ritirano: il Tardoglaciale tra alti e bassi

        I cicli di glaciazione e interglaciale che hanno caratterizzato gli ultimi 800 000 anni (almeno otto eventi maggiori) sono governati dalle variazioni periodiche della geometria dell'orbita terrestre, note come cicli di Milankovic, e dalle conseguenti oscillazioni della concentrazione di CO2 nell'atmosfera, il principale gas serra naturale. Tali fluttuazioni sono classificate su scala geologica attraverso gli Stadi isotopici marini (Marine Isotope Stages, MIS), ideati negli anni Cinquanta dal geologo italiano Cesare Emiliani (1922-1995, fondatore della paleoceanografia) presso l'Università di Chicago, basandosi sul rapporto isotopico dell'ossigeno nei gusci dei foraminiferi fossili.

        I periodi glaciali freddi sono identificati da numeri pari (l'LGM corrisponde al MIS2, conclusosi circa 15 000 anni fa; Monegato et al. 2023), mentre i periodi caldi o interglaciali sono contrassegnati da numeri dispari (l'attuale Olocene corrisponde al MIS1). L'esistenza di questi cicli di circa 100 000 anni è stata confermata dalle carote di ghiaccio antartiche estratte nell'ambito del progetto internazionale EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica), che ha visto una forte partecipazione della comunità scientifica italiana (EPICA community members 2004).

        Per la classificazione climatica del Tardoglaciale (la complessa fase di transizione post-glaciale), i paleobotanici ricorrono storicamente al sistema di Blytt-Sernander, formulato originariamente per le torbiere scandinave da Axel Blytt (1876) e Rutger Sernander (1908). Di seguito viene riassunta la sequenza delle fasi climatiche con le relative datazioni espresse in anni dal presente (Before Present, BP, convenzionalmente calcolati a partire dal 1950 d.C.):

  1. Bølling (14 700 - 14 000 BP): breve fase calda interstadiale caratterizzata da una rapida fusione delle calotte glaciali e da un sensibile innalzamento del livello del mare.
  2. Older Dryas (Dryas arcaico) (14 000 - 13 600 BP): breve oscillazione fredda e secca (stadiale), evidenziata nei sedimenti dalla diffusione della pianta alpina pioniera Dryas octopetala.
  3. Allerød (13 600 - 12 900 BP): Stadio temperato caratterizzato da un ulteriore aumento del livello marino (che si attesta a circa 60 metri sotto lo zero attuale) e dalla ricolonizzazione forestale delle aree precedentemente coperte da tundra.
  4. Younger Dryas (Dryas recente) (12 870 - 11 700 BP): una brusca e severa ricaduta nelle condizioni glaciali a livello emisferico, contrassegnata da una nuova espansione della Dryas octopetala.
  5. Olocene (da 11 700 BP a oggi): Periodo interglaciale caratterizzato dalla stabilità climatica che ha permesso lo sviluppo dell'agricoltura e delle civiltà storiche. Si suddivide tradizionalmente in:
    1. Preboreale (11 700 - 10 100 BP): clima freddo ma in rapido riscaldamento;
    2. Boreale (10 100 - 8800 BP): clima fresco, asciutto e temperato;
    3. Atlantico (8800 - 5700 BP): fase calda e umida corrispondente al Massimo termico dell’Olocene (Holocene Thermal Maximum, HTM), interrotta temporaneamente da un repentino raffreddamento intorno a 8200 BP;
    4. Subboreale (5700 - 2700 BP): clima più fresco caratterizzato da una parziale ripresa dei ghiacciai alpini (neoglaciazioni);
    5. Subatlantico (2700 BP - oggi): clima temperato e stabile, pur con oscillazioni secondarie quali la Piccola età glaciale della Tarda antichità e la Piccola età glaciale storica (1250-1850).

        Nel 2018, la Commissione Internazionale di Stratigrafia (ICS) ha aggiornato la suddivisione ufficiale dell'Olocene introducendo tre piani formali basati sulle carote groenlandesi e su speleotemi di riferimento (espressi in anni before 2000, b2k):

  1. Groenlandiano (da 11 700 a 8200 b2k): definito dalla carota di ghiaccio NorthGRIP1;
  2. Nordgrippiano (da 8236 a 4250 b2k): definito dalla carota NorthGRIP2 e conclusosi con un evento di forte aridità globale;
  3. Meghalayano (da 4250 b2k ad oggi): basato sullo speleotema della grotta indiana di Mawmluh, il cui inizio coincide con la grande crisi di inaridimento mesopotamico e asiatico.

        La deglaciazione alpina, avviata stabilmente intorno a 15 000 anni fa grazie all'incremento estivo dell'insolazione solare nell'emisfero settentrionale, ha liberato i grandi bacini lacustri prealpini già entro i 17 500 anni dal presente. La complessa dinamica del ritiro dei ghiacciai sul versante meridionale delle Alpi è stata ricostruita quantitativamente da Scotti et al. (2017) mediante la datazione dei depositi glaciali della val Viola (Bormio).

        La dinamica di questo riscaldamento non è stata lineare, bensì interrotta da repentini mutamenti indotti dal rallentamento delle correnti oceaniche calde, causato a sua volta dal massiccio scarico di iceberg e acqua dolce provenienti dalla fusione dei grandi inlandsis continentali. Questi impulsi caotici a livello globale, registrati nei ghiacci groenlandesi come eventi di Dansgaard-Oeschger (D-O) ed eventi di Heinrich (HE), spinsero le comunità paleolitiche a esplorare progressivamente i territori montani liberi dai ghiacci, seguendo le migrazioni faunistiche e l'avanzamento della vegetazione pioniera.

        In Italia, questa interazione ecologica e archeologica è testimoniata da importanti siti quali il riparo Dalmeri (1240 m, altopiano di Asiago), che ha restituito manufatti in selce e ossa lavorate associati a resti di stambecchi, tassi e pesci, e il riparo Tagliente (250 m, monti Lessini), celebre per il ritrovamento di ciottoli incisi con raffigurazioni zoomorfe di bisonti e stambecchi.

Il Dryas recente e i pinguini in Salento: un colpo di frusta freddo e secco interruppe la deglaciazione

        L'oscillazione fredda del Dryas recente (Younger Dryas), protrattasi per circa 1200 anni (12 870 - 11 700 BP), interruppe bruscamente il trend di riscaldamento del Bølling-Allerød. La ricerca climatologica ha formulato tre principali ipotesi per spiegare l'improvviso collasso termico:

  • La teoria dell'impatto cosmico: basata sul ritrovamento di tracce sedimentarie di un impatto meteoritico presso il sito siriano di Abu Hureyra, datato a circa 12 820 anni fa (Moore et al. 2020). Una cometa o un piccolo asteroide si sarebbe frammentato nell'atmosfera terrestre provocando devastazioni in oltre 40 siti globali. L'evento ha una suggestiva correlazione archeoastronomica con le incisioni megalitiche di Göbekli Tepe (Turchia), dove la celebre "pietra dell'avvoltoio" rappresenterebbe proprio la testimonianza visiva di questo cataclisma cosmico (Sweatman e Tsikritsis 2017).
  • L'ipotesi vulcanica: identifica la causa scatenante nella violenta eruzione pliniana (con indice di esplosività VEI 6) del vulcano tedesco Laacher See (situato vicino a Bonn), datata con precisione a 12 880 anni fa. Le enormi emissioni di gas ricchi di zolfo avrebbero innescato un raffreddamento termico nel Nord Atlantico tramite l'espansione del ghiaccio marino (Baldini et al. 2018).
  • L'arresto della circolazione termoalina atlantica (AMOC): rappresenta la spiegazione scientificamente più solida e accreditata (Cheng et al. 2020), supportata da datazioni che escludono l'impatto cosmico in quanto avvenuto circa 50 anni dopo l'inizio del raffreddamento. L'immissione improvvisa di immensi volumi di acqua dolce originati dalla fusione della calotta glaciale nordamericana bloccò il nastro trasportatore oceanico della corrente del Golfo. Lo Younger Dryas funge oggi da fondamentale analogia predittiva per i modelli climatologici futuri, in cui la rapida fusione dei ghiacci della Groenlandia potrebbe causare un nuovo collasso dell'AMOC e un conseguente, drastico raffreddamento del continente europeo (Van Westen et al. 2024).

        Durante questo millennio freddo, gli effetti sul territorio italiano furono drastici. Le temperature estive sulle Alpi crollarono improvvisamente di 1,5 °C rispetto alla media del XX secolo, accompagnate da una severa riduzione delle precipitazioni. I ghiacciai alpini ripresero ad avanzare depositando le morene dello stadio di Egesen, mentre il limite forestale scese repentinamente da 1800 a 1500 metri (Ravazzi 2007; Moran et al. 2016).

        La testimonianza visiva più straordinaria di questa fase gelida nel Mediterraneo meridionale proviene dalla grotta Romanelli in Salento (Puglia), dove sulle pareti rocciose gli occupanti tardo-paleolitici incisero il profilo di un pinguino boreale o alca impenne (Pinguinus impennis), una specie tipica delle latitudini artiche spintasi a sud per via del raffreddamento delle acque marine (Sigari 2021).

        Un archivio naturale d'eccellenza per la ricostruzione di questo intervallo climatico sul versante meridionale delle Alpi è il bacino del lago Piccolo di Avigliana (un lago morenico profondo dodici metri situato all'interno dell'anfiteatro di Rivoli, a ovest di Torino). Le indagini sui pollini fossili e sulle comunità di chironomidi (insetti indicatori di temperatura) condotte dai gruppi di ricerca guidati da Walter Finsinger (Università di Utrecht) e dai colleghi dell'Università di Berna (Finsinger et al. 2008; Larocque e Finsinger 2008) hanno consentito di:

  1. Rilevare fisicamente nei sedimenti il deposito di ceneri vulcaniche (tephra) emesso dall'eruzione tedesca del Laacher See (Laacher See Tephra, LST);
  2. Registrare statisticamente l'incremento di pollini di piante amanti del freddo (come la betulla) a discapito delle specie termofile (come la quercia) durante lo stadio dello Younger Dryas;
  3. Quantificare il successivo riscaldamento di circa 2,5 °C che segnò l'avvento dell'età Preboreale olocenica.

Si chiude il Tardoglaciale, inizia l’Olocene

        I dieci millenni di transizione tra l'Ultimo massimo glaciale e l'inizio dell'Olocene costituiscono la fase di maggiore e più rapido sconvolgimento ambientale della storia umana, incidendo profondamente sull'evoluzione socioculturale dei nostri antenati. L'impatto visivo e psicologico fu titanico: la scomparsa dei colossali apparati glaciali alpini innescò gigantesche frane di crollo sui versanti vallivi non più sostenuti dalla spinta del ghiaccio; il livello del mare crebbe di oltre cento metri (con picchi di rialzo pari a circa un metro al secolo); il reticolo idrografico di pianura divenne selvaggio, depositando imponenti sedimentazioni di ghiaie, sabbie e argille, mentre nuove coperture vegetali e forestali colonizzarono habitat inediti. Questa drammatica mutevolezza stimolò le capacità adattive umane e plasmò un primordiale senso del sacro, unica via cognitiva per decodificare fenomi naturali oggi spiegabili scientificamente. Esaurita l'anomalia fredda del Dryas recente, le temperature mediterranee ripresero a salire, segnando 11 700 anni fa l'ingresso formale nell'Olocene (termine coniato da Paul Gervais nel 1867, letteralmente «interamente recente»). In questo periodo di eccezionale stabilità e mitezza termica, la storia umana accelera drasticamente: la regolarità del clima rende possibile l'addomesticazione di piante e animali, favorendo l'invenzione dell'agricoltura e, conseguentemente, la genesi degli insediamenti urbani, della scrittura e delle organizzazioni statali. Sebbene complessivamente stabile, l'Olocene sarà comunque scandito da micro-oscillazioni climatiche che influiranno direttamente sui destini delle civiltà.

8200 anni fa: il freddo ritorna dall’America

    Il primo significativo arresto del riscaldamento olocenico è l'evento climatico di 8200 anni fa (noto internazionalmente come «8.2 ka event» o evento di Bond numero 5). Identificato con precisione nelle carote glaciali groenlandesi (NGRIP) tra l'8250 e l'8090 BP, l'evento consistette in un doppio impulso di raffreddamento dell'Atlantico settentrionale che causò il collasso della circolazione termoalina (AMOC). L'innesco fu prettamente idrologico: lo svuotamento catastrofico di due colossali bacini d'acqua dolce e gelida situati in Nord America, il lago proglaciale Agassiz (intitolato al glaciologo svizzero Louis Agassiz, esteso per oltre 440 000 chilometri quadrati a sud della baia di Hudson) e l'adiacente lago Ojibway (Ontario/Quebec). Questi laghi, formati dalla fusione della calotta glaciale Laurentide e trattenuti da fragili dighe di ghiaccio, collassarono riversando nel mare di Tyrrel (baia di Hudson) e nell'Atlantico oltre 162 000 chilometri cubi di acqua dolce. Oltre a inibire la corrente del Golfo e abbassare le temperature europee di circa 2 °C per alcuni secoli (un evento più severo della futura Piccola età glaciale), l'inondazione provocò un repentino innalzamento eustatico degli oceani di circa due metri in duecento anni, con picchi di 5 cm/anno (Harrison et al. 2018).

        Sulle Alpi meridionali, l'impatto di questo raffreddamento fu scoperto già nel 1960 dal botanico svizzero Heinrich Zoller, che analizzando il crollo dei pollini di abete bianco in una torbiera della valle Mesolcina (Canton Grigioni) battezzò l'evento «oscillazione Misox». Nonostante una certa asincronia fisiologica tra i dati groenlandesi e quelli paleobotanici alpini, la conferma inequivocabile dell'avanzata glaciale europea è giunta nel 2012 grazie alla datazione di reperti lignei travolti e sepolti dal ghiacciaio svizzero del mont Miné circa 8175 anni fa (Nicolussi e Schlüchter 2012). In area mediterranea, l'indagine sugli speleotemi della grotta della Renella (Alpi Apuane) rivela che tra l'8200 e il 7100 BP il calo termico coincise con precipitazioni intense e continui alluvionamenti (Zhornyak et al. 2011).

Seimilacinquecento anni fa l’Optimum termico olocenico


        Tra 7000 e 6000 anni fa, l'assetto orbitale della Terra massimizzò l'insolazione estiva nell'emisfero boreale, innescando l'Optimum climatico olocenico (Holocene Climate Optimum, HCO), denominato anche Periodo ipsotermico o Periodo atlantico. In questa fase l'arco alpino si presentava pressoché deglaciato, con nevi perenni relegate solo sulle cime più eccelse (Gabrielli et al. 2016; Bohleber et al. 2020; Ivy-Ochs et al. 2009). Secondo Nicolussi et al. (2009), il ghiacciaio svizzero di Tschierva si ritirò su quote molto più elevate delle attuali, a testimonianza di estati più calde di almeno 2 °C rispetto alla media 1960-1985. La straordinarietà termica dell'epoca è corroborata dal recente ritrovamento (estate 2022) di una mummia di marmotta datata 6600 BP, affiorata a ben 4300 metri di quota sul Lyskamm (monte Rosa) ed esposta a Saint-Pierre (Eurac 2022), prova inequivocabile di un limite della vegetazione innalzatosi fino a 2400 metri.

        L'archivio paleoclimatico principe di questo intervallo è la torbiera del ghiacciaio del Rutor (2510 m, Valle d'Aosta). Depostatasi indisturbata tra 8800 e 4000 anni fa in un'area oggi (fino a tempi recentissimi) coperta dai ghiacci, essa documenta estati più calde di 1,5-3 °C rispetto alla fine del Novecento. Questo sito, studiato a partire dagli anni '60 dai pionieri Luigi Peretti, Ernesto Armando e Giovanni Charrier, e nei decenni successivi da Conradin Burga (1995), Giuseppe Orombelli (1998), fino alle équipe del CNR di Milano composte da Cesare Ravazzi, Roberta Pini e Federica Badino (Badino 2016; Badino et al. 2018), dimostra come l'arretramento glaciale minimo toccato all'epoca fu il traguardo di millenni di clima mite; oggi, invece, lo scioglimento in corso si configura come il preludio a un'estinzione totale dei ghiacciai alpini. A livello globale, la monumentale analisi su 1319 serie di dati vicarianti pubblicata su Nature da Darrell Kaufman e colleghi (2020) certifica che il picco termico olocenico avvenne circa 6500 anni fa, con un surplus di 0,7 °C rispetto all'epoca preindustriale (una soglia termica oggi però sorpassata dal riscaldamento antropico superiore a 1 °C del decennio 2011-19).

        In Italia l'Optimum fu accompagnato da una piovosità estrema (soprattutto tra 7900 e 7400 BP, come attestato dagli isotopi della stalagmite dell'antro del Corchia studiata da Zanchetta et al. 2007), mentre il mare rallentava la sua risalita stabilizzandosi intorno ai livelli attuali. L'Africa settentrionale fioriva sotto l'African Humid Period: un possente spostamento a nord del monsone africano trasformò il Sahara in una savana lussureggiante e antropizzata. Contestualmente, le genti neolitiche penetravano profondamente le valli alpine (ne sono testimonianza le incisioni della val Camonica e della valle delle Meraviglie, e l'insediamento di La Maddalena a Chiomonte, nato a 800 metri di quota e oggi sconvolto dai cantieri TAV). Questa formidabile bonaccia climatica innescò il boom dei villaggi stanziali (come Travo, La Starza, e Stentinello) e permise, a partire da 7000 anni fa nel Tavoliere pugliese, la decisiva domesticazione dei cereali e delle leguminose.

Ötzi, testimone dell’inizio del periodo Neoglaciale


        Il rinvenimento di Ötzi (l'uomo del Similaun, battezzato così dal giornalista Karl Wendl), ucciso da una freccia 5300 anni fa, rappresenta uno spartiacque archeologico e climatico. Scoperto il 19 settembre 1991 dai coniugi Erica e Helmut Simon al giogo di Tisa (3210 m) al termine di un'estate torrida (Bolzano segnò un'anomalia di +1,7 °C e il ghiacciaio del Careser perse 1,73 metri di spessore), la mummia del pastore calcolitico è oggi conservata al Museo archeologico dell'Alto Adige in rigorose condizioni controllate. L'eccellente preservazione del suo corredo organico (mantellina di giunchi, pelli di cervo, arco in tasso, frecce di viburno, pugnale in selce, un'ascia di rame di origine toscana) smentisce la teoria di un seppellimento glaciale istantaneo. Studi recenti (Pilø et al. 2022) dimostrano che Ötzi cadde originariamente su un manto nevoso e che l'acqua di fusione lo dislocò progressivamente in una conca rocciosa. Per circa 1500 anni il suo corpo restò avvolto da nevi stagionali, subendo brevi e parziali esposizioni estive che ne provocarono una leggera disidratazione ma ne evitarono la decomposizione, come provano le datazioni al radiocarbonio dei detriti adiacenti che testimoniano deposizioni attive fino a 4000 anni fa.

        La morte di Ötzi si inscrive nella fase climatica di esaurimento dell'Optimum e di ingresso nel periodo Neoglaciale, dominato da un calo termico indotto dalla riduzione dell'insolazione estiva orbitale. Sulle Alpi questa transizione è marcata dalle oscillazioni fredde di Piora 1 (6100-5700 BP) e Piora 2 (5400-4900 BP). L'archivio di riferimento è il lago Cadagno (1921 m, val Piora, Ticino), dove fin dal 1960 indagini palinologiche (attualmente gestite dal locale Centro biologia alpina) registrarono un drastico tracollo dei pollini di alberi ad alto fusto (abete) a favore di erbe e arbusti. Come puntualizzato da Martinetto et al. (2018), questo diradamento forestale fu il risultato combinato del raffreddamento climatico (che aprì l'età Subboreale) e della deforestazione antropica perpetrata dai pastori dell'Età del Rame. In tale temperie fredda, la neve al giogo di Tisa si trasformò lentamente in «ghiaccio freddo» (con temperature nettamente sotto lo zero, aderente alla roccia), sigillando Ötzi fino al riscaldamento moderno.


L’evento fresco-asciutto di 4200 anni fa


        Tra il medio e il tardo Olocene s'innesta la complessa e violenta perturbazione dell'«evento 4.2 ka BP». Caratterizzata da una spiccata instabilità e regionalità, questa anomalia fu oggetto nel 2018 di un decisivo congresso internazionale promosso all'Università di Pisa da Monica Bini e Giovanni Zanchetta (Bini et al. 2019; Zanchetta et al. 2016). L'eziologia del fenomeno è complessa: il finlandese Samuli Helama (2024) la attribuisce a sfasamenti dell'Oscillazione barica nord-atlantica (NAO) e a repentine traslazioni latitudinali della Zona di convergenza intertropicale (ITCZ). Tali derive emisferiche "spaccarono" l'Italia in due: mentre l'area alpina e settentrionale risultava fredda e piovosa, il Centro-Sud veniva investito da condizioni estive torride e sterili. I dati foraminiferici del canale di Sicilia (Margaritelli et al. 2020) certificano un innalzamento termico, mentre laghi (Accesa, Massacciuccoli, Greppo, Padule) e grotte (Corchia, Renella) centro-appenniniche attestano tra il 4300 e il 3800 BP severe megasiccità con connesso arretramento forestale (Di Rita e Magri 2019). A livello macroregionale, lo spostamento a sud del monsone decretò la fine della savana e la desertificazione definitiva del Sahara. Questa instabilità idrogeologica provocò la crisi di numerose civiltà tra Mediterraneo ed Estremo Oriente (Egitto, Mesopotamia, Valle dell'Indo), costringendo, per contro, le popolazioni nord-italiane a fondare comunità adattive sulle sponde dei laghi: nacquero i villaggi palafitticoli (Viverone, Varese, Ledro, Polada), ingegnosamente strutturati per assorbire le rapide oscillazioni dei livelli idrici (Magny et al. 2013 e 2022).

La crisi di aridità dell’età del Bronzo, 3200 anni fa


        All'inizio dell'Età del Bronzo (tra 3600 e 3200 anni fa) l'insediamento umano si strutturò nei complessi agglomerati fortificati delle terramare (neologismo ottocentesco derivato da "terre-marne", monticoli organici estratti a fini fertilizzanti). Siti archeologici nevralgici come Montale (Modena), Santa Rosa di Poviglio (Reggio Emilia) e Fondo Paviani (Verona) dominarono la pianura Padana governando scambi metallurgici avanzati e il commercio dell'ambra con l'Europa centro-settentrionale. La formidabile perizia ingegneristica di queste genti, primatisti nella gestione di canali irrigui per farro, frumento e leguminose, permise loro di assorbire l'urto della temporanea avanzata glaciale detta oscillazione di Löbben (3800-3400 BP, dal nome di una torbiera austriaca). Tuttavia, intorno al 3200 BP, il sistema terramaricolo implose violentemente. Il collasso, documentato da Cremaschi (2009) e Cremaschi et al. (2015), originò dalla sovrapposizione letale tra il superamento della capacità di carico ambientale (deforestazione endemica, sterilità dei suoli, erosione fluviale) e un prolungato forcing climatico: una sequenza decennale di siccità (forse innescata da minimi di attività solare) prosciugò falde e torrenti. Questo collasso locale s'inquadra nella più vasta e traumatica Crisi dell'Età del Bronzo mediterranea (registrata termicamente in Sicilia sempre da Margaritelli et al. 2020 come fase di riscaldamento), sfociata nelle ondate migratorie dei «Popoli del Mare» e nella caduta di Troia. In Val Padana le terramare a sud del Po vennero disertate, provocando l'esodo verso gli alvei dei fiumi maggiori (i profughi di Fondo Paviani fondarono l'insediamento di Frattesina nel Polesine).

Dagli Etruschi ai Galli


        La transizione all'Età del Ferro in Italia si apre nel segno della cultura villanoviana (scoperta nel 1853 a Villanova di Castenaso, Bologna). Su questo orizzonte demografico si abbatté una fase climatica moderatamente fredda e piovosa compresa tra 2800 e 2400 anni fa, formalmente nota come oscillazione di Göschenen I (dal toponimo di una torbiera nel canton Uri svizzero). Originata da un calo termico medio di circa mezzo grado e associata all'attività del minimo solare omerico, essa generò sui versanti alpini modeste avanzate glaciali, che tuttavia non eccedettero l'estensione massima futura della Piccola età glaciale (Boxleitner et al. 2019). Tali avanzate sono inequivocabilmente confermate dal disseppellimento di orizzonti torbosi presso le morene frontali del ghiacciaio del Lys (alpe Courtlys, Gressoney) risalenti proprio a 2700 anni fa (Ravazzi et al. 2001). Si presume che questo clima rigido e piovoso a nord delle Alpi abbia spinto nuove tribù a svalicare i passi del San Gottardo, San Bernardino e Spluga. Questa pressione demografica arricchì il bacino prealpino, portando all'apogeo la cultura di Golasecca (Varese - lago Maggiore), crocevia commerciale (sale, ambra, ceramica, uso innovativo della ruota come attesta la tomba di Sesto Calende) tra i Celti transalpini e l'Etruria padana. Questo prospero e articolato mosaico etno-culturale verrà infine destrutturato, intorno a 2400 anni fa, dalla discesa militare dei popoli Galli appartenenti alla cultura La Tène.

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