Com'è noto, la scrittura di Carver è inestricabilmente legata alla sua biografia. Negli anni in cui componeva i racconti di questa prima raccolta, infatti, l'autore viveva una profonda crisi personale; lottava - per esempio - contro un grave alcolismo, attraversava continue difficoltà economiche lavorando in occupazioni precarie (fattorino, benzinaio, custode) e vedeva sgretolarsi il suo primo matrimonio con Maryann Burk. I personaggi dei suoi racconti riflettono proprio questa umanità marginale della provincia americana. Non a caso, tratteggia individui disillusi, intrappolati in matrimoni falliti, alienati, impoveriti e incapaci di comunicare. Carver non scriveva di grandi drammi epici, ma della silenziosa disperazione quotidiana che conosceva per esperienza diretta. Che idea nasce esattamente da questo brodo, è un'istantanea spietata della paralisi affettiva che l'autore vedeva intorno a sé e che, in parte, viveva.
Il racconto - in modo molto simile ai precedenti (Grasso e Vicini) - si apre in media res nell'oscurità di una cucina, dove la voce narrante – una donna di cui non conosciamo il nome – osserva furtivamente l'esterno della propria abitazione. La sua attenzione è catturata da un uomo, vestito in modo informale con maglietta e bermuda, che si avvicina strisciando lungo il fianco di una casa vicina per spiare all'interno di una finestra illuminata. Con concitazione, la donna richiama l'attenzione del marito, Vern, il quale abbandona la lettura del giornale e il televisore acceso in soggiorno per unirsi all'appostamento. Si scopre ben presto che questa dinamica voyeuristica non è un evento isolato, ma un rituale che la coppia osserva con macabra regolarità fin dal 3 settembre. Il dettaglio più grottesco e straniante della vicenda, che Vern ha dovuto faticosamente spiegare alla moglie tempo addietro, è l'identità dello spione, cioè non si tratta di un malintenzionato estraneo, bensì del vicino di casa stesso, intento a spiare di nascosto la propria moglie mentre si sveste. Accovacciati sul pavimento per non farsi scorgere, i due coniugi osservano la sagoma della donna dietro la tenda della camera da letto; nel mentre, Vern commenta la scena fumando compulsivamente, con un palpabile nervosismo e un malcelato interesse. Non appena la luce della stanza spiata si spegne e l'uomo si ritira, ponendo fine alla messa in scena, l'atmosfera in casa dei protagonisti muta bruscamente. La narratrice viene travolta da una rabbia repressa e del tutto mal indirizzata; invece di giudicare l'uomo per il suo comportamento aberrante, lei si scaglia verbalmente contro la vicina, apostrofandola come una "troia" e minacciando di affrontarla platealmente al supermercato per dirle ciò che pensa. Vern, fedele alla sua natura passiva e desideroso di rifuggire qualsiasi conflitto reale, spegne la sua sigaretta nel posacenere e le intima di calmarsi, liquidando l'idea di un confronto diretto come qualcosa che lei non avrebbe mai il coraggio di fare. Per saturare la tensione emotiva scaturita da questo episodio e il profondo vuoto della loro serata, la protagonista si rifugia nel cibo. Imbastisce frettolosamente un pasto notturno spropositato e caotico, mettendo in tavola un amalgama indigesto di minestra, affettati, burro di arachidi, polpettone freddo, sottaceti e fette di torta di mele ricoperte di formaggio fuso. Dopo essersi unito a questa abbuffata compensativa indossando pigiama di flanella e acqua di colonia, Vern si ritira a letto, sprofondando immediatamente nel sonno. Rimasta sola a riordinare gli avanzi, la donna nota un andirivieni ininterrotto di formiche che fuoriesce dalle tubature sotto il lavello e inizia a spruzzare compulsivamente dell'insetticida. Una volta a letto, l'alienazione raggiunge il suo apice. Incapace di addormentarsi accanto al marito che russa pesantemente, la donna è tormentata da pensieri intrusivi sulle formiche, che inizia a immaginare sparse per tutta la casa. In un moto di nevrosi finale, si alza nuovamente, accende in modo accecante tutte le luci dell'abitazione e riprende ad accanirsi con la bomboletta di veleno. Guardando fuori dalla finestra della cucina un'ultima volta, in mezzo al vento notturno, la sua mente torna ossessivamente alla vicina, sigillando il racconto con un'esclamazione carica di astio e di amara ironia: "Quella troia! [...] Che idea!".
Lo spazio in cui si consuma questa non-relazione è un ambiente domestico che assume connotati fortemente claustrofobici e divisivi. Lo spazio fisico si spacca in due: da una parte il "dentro" oscuro della cucina della narratrice, un luogo di stagnazione, passività e buio interiore; dall'altra il "fuori" illuminato, la casa dei vicini, che diventa il palcoscenico su cui va in scena la vita pulsante, misteriosa e sessuale degli altri. La casa di Vern e della moglie è un microcosmo isolato in cui i punti di interazione non sono umani, ma oggettuali; infatti, la televisione è perennemente accesa, il frigorifero viene saccheggiato di notte, il lavello risulta infestato.
Anche la dimensione temporale amplifica questo senso di alienazione. L'azione si svolge nel cuore della notte, in un tempo sospeso e irreale, illuminato da una "bella luna" che fa da beffardo contrappunto allo squallore interiore. È un tempo circolare e paralizzante perché il rituale dell'osservazione si ripete identico dal "3 settembre", suggerendo una routine malata destinata a non evolversi mai.
I simboli centrali del racconto – ossia il cibo e le formiche – ruotano attorno al concetto di compensazione e di putrefazione latente. L'abbuffata notturna compulsiva, l'ingestione di un groviglio informe di alimenti dolci e salati, rappresenta il disperato tentativo carnale di colmare una "fame" esistenziale impossibile da saziare (come, anche se in modo diverso, in Grasso). Le formiche che invadono improvvisamente il lavello operano come l'elemento freudiano del perturbante (unheimlich) perché rivelano che sotto la superficie apparentemente pulita e controllata della loro vita domestica vi è una sotterranea putrefazione. Le formiche sono i pensieri intrusivi, la consapevolezza del fallimento che non può più essere arginata. Di conseguenza, l'uso maniacale dell'insetticida da parte della donna, spruzzato ovunque nel cuore della notte con le luci accecanti accese, diventa un rituale ossessivo di purificazione psicologica. È il tentativo nevrotico ed effimero di disinfestare non solo la cucina, ma la propria stessa vita dalla sporcizia morale e dall'infelicità, culminando in quell'esclamazione finale – "Che idea!" – che sigilla la sua cecità di fronte al vero orrore della sua prigionia quotidiana.
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