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martedì 9 giugno 2026

Il pensiero e la meraviglia - Aristotele, Metafisica, I, 2, 982b.

         Abbiamo visto come, per G. Reale, sia Platone sia Aristotele indichino la radice psicologica ed esistenziale della filosofia. A sostegno di quest'idea è possibile leggere un famoso passo tratto dalla Metafisica di Aristotele. Aristotele è la figura che, insieme a Platone, ha maggiormente forgiato l'impalcatura concettuale dell'Occidente. Rispetto al maestro Platone – di cui pure riprende l'intuizione dello stupore (dal Teeteto [150 d]) – Aristotele manifesta un'impostazione più sistematica e analitica. Egli divide le scienze in teoretiche (che ricercano il sapere per se stesso), pratiche (orientate all'agire morale e politico) e poietiche (orientate alla produzione). La filosofia, e in particolare la "filosofia prima", si colloca al vertice delle scienze teoretiche.

     La Metafisica, com'è noto, non è un'opera pensata da Aristotele per la pubblicazione, ma fa parte dei cosiddetti scritti "esoterici" o acroamatici, ovvero gli appunti e i trattati destinati esclusivamente all'insegnamento all'interno della sua scuola, il Liceo. La sistemazione in quattordici trattati e lo stesso titolo Metafisica (letteralmente "dopo i libri di fisica") si devono al lavoro editoriale compiuto tre secoli dopo da Andronico di Rodi. Aristotele chiamava questa disciplina "filosofia prima", definendola come la scienza che studia l'essere in quanto essere, nonché le cause e i principi primi della realtà.

        Leggiamo il brano:


Infatti gli uomini furono mossi a filosofare, allora come ora, dalla meraviglia, rimanendo dapprima attoniti innanzi ai problemi più ovvi, e poi progredendo a poco a poco sino a proporsi questioni molto superiori: per esempio, sulle condizioni della luna e quelle del sole, su gli astri, su l’origine del tutto. Ora chi innanzi a una difficoltà si meraviglia [thaumazon], reputa di essere ignorante, (perciò chi ama il mito è anch’egli in certo modo filosofo, poiché il mito risulta da un complesso di meraviglie); ma se, dunque, gli uomini filosofarono per sfuggire l’ignoranza, è manifesto che essi cercarono di conoscere per puro amore del sapere, e non per servirsene a qualche uso. Ne fa testimonianza il fatto che questa conoscenza cominciò a essere cercata quando furono provvedute, si può dire interamente le cose necessarie e quelle utili alle comodità e al benessere della vita. Non è dubbio, quindi che noi non la cerchiamo per nessun vantaggio esteriore: anzi come diciamo uomo libero chi ha il fine in sé e non in altro, così anche diremo di essa: che essa sola tra le scienze è libera, perché essa sola ha il fine in sé stessa.

Aristotele, Metafisica, I, 2, 982b.

 

        Riprendendo la classificazione della filosofia antica proposta da Reale (contenuto, metodo e scopo), questo passo sembra proprio suggerire che:

  • Il motore della ricerca (il contenuto d'avvio) è lo thauma: Aristotele individua l'origine del filosofare nel thauma (la meraviglia, lo stupore o lo sgomento) di fronte alla vastità e all'incomprensibilità iniziale del reale. Questo sentimento porta l'uomo a riconoscersi "ignorante" e ad avvertire il bisogno insopprimibile di uscire da tale condizione
  • Il metodo è il distacco (anche se non totale) dal mito: Aristotele fa un'affermazione audace, ossia che anche chi ama il mito è, in un certo senso, filosofo, perché il mito è intessuto di meraviglie e cerca di dare una spiegazione. Tuttavia, mentre il mito si ferma alla narrazione allegorica, la filosofia fa un salto qualitativo cercando spiegazioni razionali (è questo il passaggio al logos evidenziato da Reale).
  • Lo scopo è l'inutilità: il filosofo afferma che la sorge solo dopo che "furono provvedute [...] interamente le cose necessarie e quelle utili alle comodità". Non essendo subordinata a nessun vantaggio esteriore, essa è l'unica scienza veramente "libera", perché "ha il fine in sé stessa".
        
        Al di là di Reale, Aristotele ammette che la meraviglia - motore della ricerca - ha diversi gradi di sviluppo. Per esempio, afferma che gli uomini inizialmente restarono "attoniti innanzi ai problemi più ovvi", legati all'esperienza sensibile immediata e che, solo in seguito, affinando l'indagine, si posero questioni "molto superiori", interrogandosi sui corpi celesti (la luna, il sole, gli astri) fino a giungere alla domanda ontologica suprema: "l'origine del tutto". 
        Ancora: secondo Aristotele, il motore secondo - dopo la meraviglia - è stato il desiderio di "sfuggire l'ignoranza". Riconoscendosi incapaci di spiegare i fenomeni che destavano loro meraviglia, gli uomini hanno cercato di conoscere per "puro amore del sapere", spinti da un'esigenza interiore e non da un bisogno pratico. 
        Infine, la filosofia è libera perché non è asservita a nessuno scopo utilitaristico o materiale ("nessun vantaggio esteriore"). Aristotele usa una potente analogia sociologica per dire ciò, ossia che così come un uomo è considerato libero quando esiste per sé stesso e non per servire un padrone, la filosofia è libera perché non serve a produrre oggetti o a generare profitto materiale, ma trova la sua ragion d'essere unicamente nella contemplazione della verità e in se stessa.

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