La consolazione estetica
La via per sfuggire all'illusoria conoscenza fenomenica e accedere all'autentica realtà noumenica è rappresentata dalla contemplazione delle idee. Riprendendo il termine da Platone, le idee sono intese come forme eterne e immutabili, collocate al di fuori dello spazio e del tempo, che costituiscono i modelli delle realtà naturali e l'essenza stessa delle cose. Attraverso l'intuizione di tali essenze, il dolore, il desiderio e l'affanno si placano, trasformandosi in pura contemplazione. Questa facoltà, pur essendo presente in sommo grado in tutti gli uomini, raggiunge la sua massima espressione nell'artista. Egli è il genio in grado di spezzare temporaneamente le catene della volontà, ergendosi a "puro occhio del mondo": puro in quanto osserva gli oggetti in modo disinteressato (senza valutarne l'utilità o la nocività), e occhio in quanto penetra l'essenza delle cose. Come descritto ne Il mondo come volontà e rappresentazione, la produzione artistica non è un processo razionale o astratto, ma un atto assolutamente intuitivo, spontaneo e mosso da un "furore romantico". Tuttavia, questa peculiare sensibilità geniale porta l'artista a trascurare la vita pratica, facendolo apparire inetto o volgare agli occhi della gente comune, poiché, conoscendo l'idea dell'umanità ma ignorando le dinamiche dei singoli uomini, diviene facile preda degli inganni quotidiani.
La gerarchia delle arti
L'arte si struttura secondo una rigorosa classificazione gerarchica che ricalca i gradi di oggettivazione della volontà, partendo dai livelli più bassi per giungere a quelli più elevati.
- Architettura: occupa il gradino più basso, in quanto intuisce le idee legate alla materia inorganica (come la pietra o il legno), che rappresentano le manifestazioni più oscure e primordiali della volontà. Nonostante sia spesso subordinata a scopi pratici, il suo fine estetico risiede proprio nella contemplazione di tali idee di base.
- Scultura e Pittura: si elevano verso il mondo naturale e animale, fino a giungere all'uomo. La scultura ha come oggetto specifico la bellezza dell'uomo, definita come la rappresentazione esatta della volontà attraverso un fenomeno spaziale; quando a essa si unisce la grazia, si manifesta il grado supremo dell'oggettivazione della volontà. La pittura, invece, è più atta a cogliere il carattere spirituale dell'individuo (affetti, passioni, azioni) espresso attraverso il volto e la postura, rendendola la forma d'arte privilegiata per il ritratto.
- Poesia e Tragedia: La poesia trasfigura l'idea in un'immagine intuitiva, utilizzando come materiale le emozioni e i pensieri dell'intera umanità. Proprio per questa sua capacità di farci conoscere "l'uomo" e non semplicemente "gli uomini", la poesia è filosoficamente superiore alla storia. L'espressione massima della poesia è la tragedia, la quale mette in scena il lato più spaventoso della volontà, ovvero la lotta della volontà contro se stessa. Essa è l'incarnazione perfetta del pessimismo schopenhaueriano, mostrando il dolore umano generato da tre cause fondamentali: una mostruosa perversità dei caratteri, il cieco fato, o le inestricabili complicazioni nei rapporti tra i personaggi.
La posizione privilegiata della musica
Al di fuori e al di sopra di questa struttura gerarchica si colloca la musica. Essa non è una mera riproduzione delle idee, bensì è l'intuizione della volontà stessa. Ignorando del tutto il mondo fenomenico, la musica possiede una valenza metafisica tale che potrebbe continuare a esistere persino se l'universo intero scomparisse, poiché coglie direttamente "il cuore delle cose". All'interno del linguaggio musicale, la melodia svolge lo stesso ruolo supremo che la tragedia ricopre per le altre arti, rivelando i segreti più profondi del sentimento umano e portando l'intuizione estetica al suo culmine teorico.
A livello storico-biografico, questa concezione affascinò profondamente Richard Wagner (1813-1883), il quale inviò le sue opere a Schopenhauer in cerca di approvazione. Tuttavia, il filosofo provava un netto disprezzo per la musica wagneriana e per il suo attivismo politico (Wagner partecipò ai moti di Dresda del 1849 con Bakunin). Schopenhauer prediligeva nettamente Gioacchino Rossini (1792-1868), unitamente a Mozart e Beethoven, sostenendo che la melodia pura non avesse alcun bisogno di parole o di sovrastrutture per manifestare il proprio potere estetico.
I limiti dell'arte come "breve incantesimo"
Nonostante la sua potenza, la contemplazione estetica rivela un limite invalicabile: essa è solo una consolazione provvisoria. Viene definita da Schopenhauer come una sorta di gioco innocente che libera l'uomo dall'oppressione della vita soltanto per un momento effimero. L'artista si aliena temporaneamente dal dolore universale, ma non riesce a recidere definitivamente il legame con la volontà; per questo motivo, egli rimane un "mistico mancato". L'arte si riduce a un "breve incantesimo", svanito il quale l'uomo precipita nuovamente nella sofferenza. La liberazione definitiva richiede quindi il passaggio dalla sfera estetica a quella della morale.
Il dilemma del porcospino come introduzione all'etica di S.
La condizione umana all'interno della società è brillantemente illustrata dal celebre dilemma del porcospino, tratto dall'opera Parerga e paralipomena. In una fredda giornata d'inverno, alcuni porcospini si stringono per scaldarsi, ma finiscono per ferirsi reciprocamente con gli aculei. Allontanandosi, tornano a soffrire il freddo. La giusta distanza (le buone maniere e la cortesia) è il compromesso per sopravvivere, ma la vera soluzione filosofica risiede nell'avere un tale calore interno da non necessitare affatto della vicinanza altrui.
L'esperienza del nulla: la morale e l'ascesi
A differenza dell'imperativo categorico kantiano, la morale schopenhaueriana non si fonda sulla ragione, ma scaturisce da due sentimenti originari: il rimorso e la compassione.
Il rimorso per le ingiustizie commesse spinge al primo passo, che è la giustizia. Essa ha un carattere negativo, in quanto consiste semplicemente nel non fare del male al prossimo, mantenendo però inalterata la distinzione tra l'io e gli altri.
Il superamento di questa barriera avviene unicamente attraverso la compassione (o pietà), che significa letteralmente "patire con". Questo è il vero amore, identificabile con l'agape o la carità cristiana, che si contrappone radicalmente all'attrazione sessuale (eros), considerata un falso amore e un mero inganno della volontà per perpetuare la specie. La compassione fa crollare l'illusione del principium individuationis: percependo il dolore altrui come proprio, l'uomo comprende l'unità metafisica di tutti i viventi. Questa illuminazione è sintetizzata dall'antica formula sacra indiana Tat twam asi ("Questo vivente sei tu").
Tuttavia, poiché la compassione implica ancora il permanere del dolore (soffrire per gli altri), la liberazione totale si raggiunge solo con l'ascesi, definita come l'estirpazione radicale di ogni desiderio e della volontà di vivere stessa. Le tappe dell'ascesi sono:
- Castità perfetta: per sopprimere l'impulso alla perpetuazione della specie.
- Povertà volontaria.
- Digiuno.
- Sacrificio.
Attraverso queste pratiche, la voluntas si ribalta in noluntas (l'assenza di volontà). Mentre l'ascesi del cristianesimo culmina con l'estasi (l'unione mistica con Dio), il percorso di Schopenhauer si conclude con il nirvana. Questo non è un nulla assoluto, ma un nulla relativo al mondo fenomenico: è un "oceano di pace e di luminosa serenità", la suprema liberazione da ogni rappresentazione e dolore.
Una nota biografica. In netto contrasto con la teorizzazione della compassione, Schopenhauer mostrò un'assoluta spietatezza durante i moti rivoluzionari di Francoforte del 1848. Definendo i rivoltosi liberali un "canagliume democratico", arrivò a prestare il proprio binocolo teatrale ai soldati austriaci per aiutarli a mirare contro gli insorti, nominando successivamente come eredi del proprio patrimonio le famiglie dei fucilieri boemi che avevano represso la rivolta nel sangue.
Filosofo o Mistico?
Questa palese discrepanza tra la teoria ascetica e la vita reale e borghese del filosofo sollevò aspre critiche, accusandolo di predicare una via che non intraprese mai. La difesa di Schopenhauer si fonda sulla distinzione epistemologica tra il filosofo e il mistico. Il mistico procede dall'interno verso l'interno, basandosi su un'intuizione immediata e individuale, la cui esperienza è ineffabile e incomunicabile. Il filosofo occidentale, al contrario, parte dal fenomeno oggettivo condiviso da tutti e utilizza la riflessione razionale per giungere a combinazioni di dati rivelati, con lo scopo di convincere teoricamente (Supplementi al Mondo come volontà e rappresentazione). Schopenhauer rivendica dunque il suo ruolo di filosofo: colui che ha il compito di individuare razionalmente e indicare la strada della liberazione, pur mantenendo separato il piano del pensiero puro da quello della vita vissuta.
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